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In Canavese, al tempo dei romani, tra orsi, bisonti e stambecchi

I Romani, dopo aver conquistato una regione, toglievano ai popoli vinti le terre, gli animali domestici, le miniere, la libertà personale e provvedevano a formare una colonia. Essenzialmente intervengono per mutare il volto della regione.

Prima ancora, tuttavia, è necessario ricordare che per il Piemonte il periodo di massima floridità è da porre tra l’età flavia e la fine del II secolo d.C., prima d’allora i Romani si trovavano di fronte ad un paesaggio geografico selvaggio e intatto.

Quando fanno la propria comparsa la pianura si presenta come una vasta landa in gran parte incolta e interrotta da larghe zone boschive, per largo tratto il basso Canavese è coperto da boscaglie, così avviene nel Biellese e nel Vercellese. In corrispondenza dei terreni meno elevati si estendono le selve che hanno lasciato il nome di “vaude” agli attuali piani di Ciriè, San Maurizio, Front e Lombardore. Altri boschi si estendono tra Malone e Orco. Allo sbocco delle valli si trovano zone paludose e acquitrini, mareschi e stagni, un po’ ovunque, come a Ivrea, Avigliana, nei pressi di Pinerolo e di Saluzzo. In tutti questi luoghi si parla di laghi scomparsi o prosciugati, anche in epoche vicino a noi. Ad Alpignano si favoleggia su un lago formato dalle acque della Riparia e bonificato dai Romani nella loro opera di colonizzazione. Tra gli animali alpini Plinio ricorda la lepre bianca, le numerosissime marmotte, il camoscio e lo stambecco, ma è probabile che “l’habitat” di questo animale già nei primi secoli dell’impero si sia limitato a qualche zona delle Alpi occidentali.

Tanto il camoscio quanto lo stambecco, catturati, sono oggetto di curiosità in Roma. Completamente scomparsi il bisonte, annoverato tra i grossi mammiferi alpini e l’orso che già in epoca romana deve apparire come una rarità faunistica, benchè la sua scomparsa totale risalga a tempi vicini a noi. Numerosi i lupi, le volpi, i tassi, nei boschi si trovano la lince e il gatto selvatico, nelle radure il cervo, il capriolo, numerosi cinghiali, soprattutto molti esemplari di uccelli, non mancano l’acquila, il falco, gli uccelli di palude.

E’ un Piemonte aspro e selvaggio, un paesaggio che i Romani non esitano a mutare, ma in cui rimangono vaste zone vergini.

Con la Colonizzazione romana nomi latini prendono possesso delle campagne: Candiolo un “Candius”, Alpignano un “Alpinius”, Orbassano un “Orbicius”. Lembi di foresta sono abbattuti per le necessità dell’edilizia e per l’aumentato fabbisogno di foraggi e pascoli, l’opera di canalizzazione è metodica, la tecnica agraria si arrichisce di nuovi strumenti e mezzi di lavoro.

In Piemote la conquista romana non porta, come avviene nell’Italia centrale e meridionale, dove prevale il latifondo, all’espropriazione totale dei terreni, nelle regioni subalpine la proprietà agricola rimane in genere intatta. Soltanto nei dintorni degli abitati si praticano sistemi di coltura intensiva: una prima zona è destinata ad orto, al di là di questa si estende quella dei cereali e ancora oltre la zona dei pascoli comuni, degli incolti e di una fitta vegetazione formata da cornioli, pioppi, frassini, tigli, querce e larici, il cui legname è in genere inviato per via fluviale fino ai porti dell’Adriatico.

Un genere di vita dunque tra il pastorale e l’agricolo che persisterà ancora per molto tempo, fino oltre le invasioni barbariche. Molto estesi i querceti dove si portano a pascolare branchi di maiali, il cui allevamento è largamente praticato. Il castagno invece, inesistente nell’Età del Bronzo, rivestirà un importante ruolo nell’alimentazione delle classi più umili ancora in tempi a noi vicinissimi.

Accanto al frumento, all’orzo, al panico, al miglio è coltivata la segale, ma il cereale è molto amaro e deve essere consumato in una miscela di farro e frumento. Non mancano campi di rape, fave, saggina e avena, i due ultimi prodotti entrano largamente nell’alimentazione del bestiame. Tra Ticino e Po si trovano coltivazioni di lino che i contadini filano e tessono artigianalmente in piccole attività a conduzione familiare.

Prosperano la vite e l’olivo ritenuta adatta per la coltura della vite stessa.

Sembra incredibile il fatto che in Piemonte fino al 1705 l’olivo era coltivato come qualunque altra pianta, l”orrido gelo” di quell’anno distrusse quasi completamente le coltivazioni, anche se ne rimangono, a dimostrazione, nomi di località: San Marzano Oliveto, Olivola, ecc.. Si può inoltre dedurre che nella nostra regione, fino ad allora, il clima dovesse essere simile a quello della riviera ligure odierna. Già ai tempi di Cesare si parla di vini piemontesi. Che la viticoltura subalpina raggiunga in epoca romana un buon grado di sviluppo è attestato non soltanto dagli scrittori del tempo, ma anche da numerosi monumenti epigrafici in cui sono rappresentati carri campestri colmi d’uve.

Molti valligiani vivono quasi esclusivamente sfruttando il bosco da cui traggono legname da costruzione, resina, pece, cera e miele selvatico. I Taurini con i semi dei pinoli producono l”acquicellus”, una sorta di antenato del nostro panettone. Plinio ricorda tra le produzioni agricole delle valli alpine il grano che dice molto pesante e che, protetto dalla neve, giunge a maturazione in tre mesi. La frutticultura è molto praticata: meli, peri, ciliegi. Oltre a queste produzioni predominanti, la vegetazione montana e submontana fornisce una vasta serie di erbe impiegate soprattutto nella farmacologia. Altre attività sono di carattere artigianale. Tutto il processo di produzione dei tessuti, dalla lavatura alla cardatura, dalla candeggiatura alla tintura, viene svolto localmente. Non si confezionano soltanto gli ordinari mantelli di tipo gallico, stoffe pesanti e coperte da letto, ma anche stoffe leggere e vesti più raffinate, ricordate ad Ivrea e Tortona.

Celebri le lane nere di Pollenzo dove è anche sviluppata, come ad Asti, la fabbricazione delle stoviglie. I vetri migliori provengono dal Vercellese, i pezzi più pregiati sono stati rinvenuti nella necropoli di Palazzolo. I bronzi provengono da Industria. Diffuso anche l’artigianato del legno e delle attività connesse alla vita urbana e rurale. Sono numerosi i carradori, i fabbri, gli scalpellini e tante altre attività più umili e minori. Uno dei motivi per cui i Romani si spingono nelle valli è dato dalla speranza di impadronirsi delle miniere, soprattutto d’oro, per cui il Piemonte gode di una fama immeritata, giustificata soltanto dalla penuria del metallo. Ancora prima dell’occupazione romana i Salassi fanno uso di monete auree, ma non è certo che la totalità del metallo giunga dalla regione aostana. In effetti, non sembra che i Romani in Valle d’Aosta abbiano trovato grandi quantità d’oro, piuttosto sfruttando le miniere di rame di Bionaz, Ollomont e Fénis. Il rame aostano, che ha il proprio deposito in Carema, è detto “sallustianum” dal nome del maggior appaltatore, C. Sallustio Crispo, nipote dello storiografo. Il ferro viene estratto a Cogne, l’argento a La Thuille ed a Pré St. Didier. In altre zone del Piemonte, a Tenda, Vinadio e Brosso presso Ivrea, si sfruttano le miniere d’argento, l’oro ancora a Pastarena, in Val Anzasca, soprattutto si lavano le sabbie aurifere dei torrenti Orco, Cervo, Elvo, Sesia e Malone. Altre miniere si trovano nell’Ovadese. La zona della Bessa è attivamente sfruttata, l’industria estrattiva è tanto fiorente che ben cinquemila persone vi sono addette, ma pare che sia stato proibito di superare tale numero nel timore che l’addensamento di tanti schiavi in un solo luogo possa dare occasione di rivolte. Sorge una città di minatori, “Vittimula”, le cui origini potrebbero già risalire ai Celtoliguri, posta tra Salussola e Mongrando. La città mineraria è vivace d’attività, per quanto il ritmo del lavoro di estrazione subisca un certo rallentamento verso il I secolo d.C. a causa dell’importazione dell’oro e dell’argento dalla Spagna e dalla Gallia, lo sfruttamento rimane redditizio. La sorte di “Vittimula” è infine simile a quella di molte città che nascono e crescono in territori minerari.

Scompare quando le alluvioni aurifere della zona si impoveriscono e si rivela l’incapacità di reggere la concorrenza di altri centri auriferi coltivabili in maggior economia.

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Blogger: Fabrizio Bacolla

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