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Il Manjiroch di Silvia Amore

Il titolo del romanzo è intrigante:  “Il Manjiroch”. Un nome che suona arcaico e misterioso, intriso di un fascino rude, come spesso accade ai termini dialettali. Ed arcaico è in effetti il mondo in cui l’autrice ha ambientato la narrazione, che si svolge nell’anno 615 sui monti. Silvia Amore ha presentato a Pont, presso l’Oratorio Parrocchiale, questo suo primo libro, pubblicato dalla casa editrice “Atene del Canavese”.

Protagonisti sono tre fratelli (Lia, Teo e Nico) e l’uomo che li ha allevati dopo che erano scampati ad una disgrazia. Si ritrovano casualmente a due anni di distanza da quando i ragazzi  se n’erano andati da casa e dalla valle in cui erano cresciuti (la “Valle Stretta”) dandosi al vagabondaggio. Anche Silverio si era nel frattempo trasferito, spostandosi nella contigua Valle Grande, all’Alpe della Guardia: è lì che si  incontrano e che l’uomo decide di riprenderli con sé. Dietro una storia fin qui apparentemente semplice e simile  a tante altre si celano in realtà misteri non svelati, che riaffiorano man mano dando vita ad un intreccio avvincente. Silverio, infatti, “conosce e studia l’Arcana Sapienza, le antiche formule tramandate a voce di padre in figlio, di madre in figlia.  Erano rimasti in pochi a possedere questo dono ed egli studiava il modo in cui adoperarlo per colloquiare con il creato”.

Anche Nivina detta Nivy , la donna che lo aveva aiutato ad allevare i bambini, era a sua volta “custode dell’Arcana Sapienza e studiava i misteriosi messaggi racchiusi nei segni sulle rocce, importanti eredità di un linguaggio ormai perduto”.

Per questo era stata considerata una strega (una “masca” nella terminologia in uso nelle vallate alto-canavesane) ed era scomparsa durante un incendio che aveva distrutto la sua casa.  Intorno a tutti questi misteri e ad altri che si aggiungeranno, si snoda il romanzo, raccontando personaggi, stati d’animo, sentimenti ed ambienti, in un’atmosfera di crescente paura per l’avvicinarsi di un evento tragico  profetizzato dai segni sulle rocce: una catastrofe  sconvolgerà la Valle Stretta.  Solo i poteri che Silverio ha trasmesso ai ragazzi ed il loro coraggio salveranno la valle dal mostro (“l’Orrendo Verme”) che la minaccia. Sono immagini forti, capaci di far accapponare la pelle ai lettori: un po’ metafore da Libro dell’Apocalisse ed un po’ animismo del mondo contadino che, nell’impossibilità di spiegare razionalmente i fenomeni più tremendi della natura, li doveva in qualche modo esorcizzare, attribuendoli all’intervento di forze nemiche. Sulle montagne, fino a pochi decenni fa, c’era ancora chi credeva seriamente alle “Masche” e le temeva…

L’attrazione dell’autrice per il favoloso, per il fantastico, viene del resto da lontano. “Ho avuto la fortuna di avere qualcuno che mi raccontava l’ “Odissea”: mio padre. Poi sono venute le altre letture, dall’”Orlando Furioso” fino a Calvino. Quando ci si nutre di queste cose, il segno rimane”.

Le è stato chiesto se il suo sia un romanzo od una fiaba. “Può essere letto da tutti – è stata la risposta –  dai bambini delle Elementari agli adulti. Non è però una fiaba ed il linguaggio, benché semplice, è da romanzo. Quando scrivo per i bambini, sinceramente mi esprimo in un altro modo”.

I personaggi  e le vicende sono immaginari ma l’ambiente in cui si svolgono non lo è: pur mutati nei nomi ed un po’ anche nella geografia, quelli descritti  nel romanzo sono luoghi reali. La Valle Grande è la Valle Orco; la Valle Stretta, facile da identificare, è la Valle Soana; i torrenti che le attraversano, l’Ogrem ed il Sovanam, sono l’Orco ed il Soana. Al centro del racconto vi è anche il Vallone del Roc (nel libro ”il Vallone della Cascata”), che Silvia Amore definisce “un luogo in cui si può trovare l’incanto dell’esistenza”.

Queste scelte non sono casuali: la scrittrice, di professione guida ambientale escursionistica, conosce,  frequenta ed ama le zone in cui ha ambientato il racconto. L’alluvione che le sconvolse nel 2000 ha lasciato in lei un solco profondo e l’eco di quel dramma riecheggia allegoricamente nella figura dell’”Orrendo Verme” conto cui combattono i protagonisti del romanzo.

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