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IN FOTO L’alpeggio del Rancio di Sopra. Sullo sfondo, in alto, la parete orientale della Torre di Lavina

Il lago di Lavina in Valsoana

Il paesaggio che ci circonda è in continua evoluzione, percepibile solo in tempi relativamente lunghi, almeno in rapporto alla nostra vita; capita però in particolari località di avvertire tali cambiamenti a distanza anche solo di alcuni decenni.

Tali variazioni sono particolarmente sensibili per i corsi d’acqua, soggetti a inondazioni e a cambiamenti di percorso, ed anche per i laghi. Succede così in montagna che laghi ancora segnalati sulle carte come presenti e di dimensioni abbastanza ragguardevoli, ad un sopraluogo recente risultino praticamente scomparsi.

E’ il caso per esempio del Lago della Goiassa a quota 2398 nell’alto Vallone di Servino, tributario del Soana sulla sinistra orografica poco a monte di Ronco, da parecchi anni ridotto solo più d’estate ad una pozzanghera di pochi metri, ormai coperto in gran parte di vegetazione.

Altre volte capita, specie nelle zone al di sopra dei 2500 metri ed in valloni sperduti, dove non figurano vette alpinisticamente importanti tali da attirare l’attenzione degli scalatori, abbandonati spesso da decenni anche dai margari, con accessi difficoltosi e talora caduti in completo disuso, di incontrare degli specchi d’acqua, anche di discrete dimensioni, che non figurano sulle carte topografiche.

Abbiamo già attirato l’attenzione, in un numero precedente di Canavèis (n. 3 – primavera-estate 2003) sul Vallone di Arlens, tributario a Pianetto del torrente Soana, con i suoi laghi intorno ai 2500 metri ai piedi della parete settentrionale del Monfandì, sconosciuti sulle carte e mai segnalati: evidentemente all’epoca dei rilevamenti tutto questo versante era ancora coperto da nevai pressoché perenni.

Un caso analogo l’abbiamo osservato in una zona molto più accessibile ed un tempo molto frequentata, nell’alto vallone di Campiglia, a breve distanza dalla strada di caccia per il Colle della Cadrega, alla base del versante orientale della Torre di Lavina.

Già qualche anno fa salendo a questa vetta avevamo notato la pressoché totale scomparsa del ripido glacio-nevaio che un tempo fasciava la base della parete; poco al di sotto della mulattiera si osservava uno specchio d’acqua di discrete dimensioni che non figurava sulla carta. Il tempo abbastanza ristretto concesso dall’ascensione non ci consentiva di compiere osservazioni più accurate né valutare se si trattasse di un semplice ristagno dell’acqua di fusione stagionale o di un vero e proprio lago.

Risaliti di recente sul posto abbiamo potuto effettuare un rilevamento più completo chiarendo la presenza di un lago discretamente grande.

Sulla cartina I.G.M. 25000 “Valprato Soana” rilevata sul terreno nel 1932, sul luogo di questo lago compare solo la quota 2716, immediamente ad oriente della vetta della Torre di Lavina; la stessa indicazione compare anche sulla cartina alla medesima scala dell’Istituto Geografico Centrale “Gran Paradiso – La Grivola – Cogne”. Nessuna indicazione sulla presenza di un lago neanche sulla cartina topografica redatta da Francesco Farina per il suo volume “Valle Soana” (Ivrea 1909 e Cuorgné, Corsac, 1989), basata su attente osservazioni del territorio.

Il lago si trova quasi al centro della vasta conca ai piedi della parete orientale della vetta più alta (Punta Sud) della Torre di Lavina e riceve le acque dalle pareti e dai canaloni sovrastanti; la posizione tra rocce montonate e piccoli valloncelli lo nasconde da lontano mentre appare evidentissimo percorrendo la strada di caccia per il Colle della Cadrega, qualche decina di minuti dopo aver lasciato il bivio per la Bocchetta del Rancio, a circa quattro ore da Campiglia.

Appare orientato ad Est e misura approssimativamente 120 metri di lunghezza e 25 di larghezza, anche se i segni sulle rocce vicine fanno supporre maggiori dimensioni quando si verifichi un afflusso d’acqua più abbondante. La profondità è di circa due metri, imprecisa per la presenza di abbondante melma sul fondo. Si osservano nell’acqua delle fini alghe verdi a tipo di mucillagine per iniziale colonizzazione biologica.

Dal lago parte un piccolo emissario che parrerebbe all’origine del Rio Arolei che congiungendosi con il Rio del Rancio poco prima del Pian dell’Azzaria è all’origine del torrente Campiglia, che avrebbe quindi le sue sorgenti più lontane proprio da questo specchio d’acqua.

Siccome non risulterebbe l’esistenza di altri laghi nei dintorni della Torre di Lavina, si proporrebbe la denominazione di “Lago di Lavina”, che potrebbe costituire un’altra meta escursionistica della Val Soana, ricca di spunti panoramici, storici e naturalistici.

L’accesso.

Da Campiglia per la strada di fondovalle chiusa al traffico automobilistico si raggiunge il Pian dell’Azzaria fino al termine dello sterrato (Grange Barmaion) dove parte la strada di caccia (segnavia n. 620) per la Bocchetta del Rancio ed il Colle della Cadrega. Si raggiunge la gola del Rio del Rancio dove si possono osservare i resti di antiche miniere. Passato il torrente, un tratto più ripido della mulattiera è stato asportato dalle recenti alluvioni ma il passaggio è stato reso più agevole da una fune metallica.

Il paesaggio si amplia notevolemente ai sovrastanti alpeggi del Giardino del Rancio e del Rancio di Sopra (m 2240 – ore 2,30 circa da Campiglia) dove si nota un caratteristico edificio a pianta quadrata di una certa raffinatezza, purtroppo pericolante.

Parrebbe molto opportuno che si provvedesse ad un progetto di restauro vista la splendida posizione ed il fatto che sarebbe un ideale rifugio (come già era usato un tempo) sia per le ascensioni alla Torre di Lavina e bacino del Rancio, sia come punto sosta ed emergenza nelle traversate verso Cogne per i numerosi valichi sovrastanti.

Si risale ancora per l’antica strada di caccia per circa un’ora e mezza, tra rocce levigate dall’antico ghiacciaio, fino ad incontrare sulla sinistra il tracciato che quasi in piano si porta verso il Colle della Cadrega (continuando a destra in salita si raggiunge la Bocchetta del Rancio), che occorre percorrere  per una ventina di minuti, trascurando anche la diramazione verso l’alto per il Colle delle Acque Rosse.

Giunti quasi sulla verticale della vetta più alta della Torre di Lavina si vede subito il lago, circa ottanta metri più in basso, che si raggiunge senza difficoltà.

Volendo eventualmente ammirare lo splendido panorama verso la Valle di Forzo ed il bacino del Ciardoney, occorre prestare attenzione: la strada di caccia poco prima del Colle della Cadrega è recentemente crollata a livello di una ripida parte rocciosa che è necessario superare con l’uso di una corda; è più sicuro risalire direttamente il pendio a grossi blocchi poco dopo il lago in diagonale verso sinistra, raggiungendo la cresta della Lavina più in alto del colle.

Scendendo invece dal lago si può puntare direttamente sulle baite del Rancio: bisogna però esser ben sicuri sulla stabilità del tempo perché in caso di nebbia o scarsa visibilità non ci sono indicazioni. Conviene di più allora risalire le poche decine di metri per ritornare alla strada di caccia.

Articolo tratto dalla rivista Canavéis

 

Giovanni Bertotti

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