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Il campo militare delle Vaude. Batterie di cannoni e torri di osservazione

Un articolo pubblicato, nel 1897, dalla «Gazzetta del Popolo della Domenica» parla di tre batterie di cannoni presenti nel Poligono:

– La batteria «Duca di Genova» è la più antica, costruita nel 1870, consentiva gittate molto modeste (inferiori a 6 chilometri) in linea con le possibilità delle artiglierie del tempo. Nei pressi della batteria, venne costruita, oltre ai vari magazzini e depositi, anche la palazzina cronografi che fu la prima sede della Sezione Esperienze di Ciriè, la cui direzione era a Torino, dove si sviluppavano tutti gli studi e i calcoli relativi alle prove da effettuare.

– La batteria «Duca d’Aosta», costruita nel 1880, con possibilità di gittate notevolmente maggiori (oltre 9 chilometri), era posta dopo il 1° Baraccamento, dove oggi esiste la Batteria «Cordero di Pamparato», incrementata successivamente da una blinda in caverna artificiale per il recupero e lo studio dei proiettili esplosi.

– La batteria «Umberto I», costruita nel 1888, che consentiva gittate fino a 12 chilometri.

Una carta topografica del Genio Militare di Torino, del 1899, alle tre già citate, ne aggiunge altre due, segno dell’importanza assunta dall’artiglieria campale:

– La batteria «Francesco Siacci», che si trovava in Lombardore alla destra della strada provinciale Leinì-Rivarolo, vicino alla cascina Gariglia. In seguito venne abbandonata perché troppo vicina alla strada, che durante i tiri doveva essere chiusa.

– La batteria «Cavalli» (dal cognome del comandante del Poligono, Giovanni Cavalli), che era collocata quasi in mezzo al campo di esercitazione, alla sinistra di frazione Palazzo Grosso.

La continua e successiva evoluzione, aggiungeva e modificava le batterie come segue:

-La batteria «Generale Sollier», anche detta «Batteria da 305», la più importante di tutte. Molto attrezzata, era posta nel Centro Comando di Lombardore. Svolgeva ogni sorta d’esperienze di tiro, velocità e cronometraggio, e tiri a più lunga gittata, a oltre 13.500 metri.

-La batteria «S. Robert», posizionata a destra della «Duca d’Aosta» per affiancarla nei tiri nei periodi di alta intensità.

-La «Duca di Genova», veniva intitolata al Generale Artale e quindi declassata a magazzino in quanto molto prossima alla linea di tiro della «Duca d’Aosta».

Si ricordano inoltre alcune postazioni:

– La postazione «Ederle», a sinistra della provinciale Torino-Cuorgné, che si occupava del collaudo delle spolette.

– La postazione «Bianchi», a nord dell’osservatorio «Damiano Chiesa», sul Riovalmaggiore, che era addetta a tiri su lastre d’acciaio, e che venne saccheggiata e abbandonata dopo l’8 settembre 1943.

– La postazione «Bonagente», situata vicino al Centro Esperienze Armamenti.

Man mano che progrediva la tecnologia, specialmente dopo l’invenzione della polvere senza fumo, la potenza e la gittata dei cannoni aumentarono considerevolmente. L’esercito si trovò dotato di diverse batterie di tiro con gittate che arrivavano da Lombardore ai territori del comune di Grosso Canavese. I proiettili, cadendo al suolo, esplodevano creando crateri proporzionati alla loro potenza. Gli abitanti dei luoghi ricordano il cupo rimbombo del cannone, i sibili e lo scoppio dei proiettili sul terreno, come narra lo scrittore Bernardo Chiara, nella sua autobiografia.

Ovviamente, le batterie prevedevano, per motivi di sicurezza, la chiusura delle strade che attraversavano le linee di tiro, e imponevano il controllo dell’area e dell’effetto dei tiri durante le esercitazioni.

Furono pertanto progettate e costruite quattro torri d’osservazione, tutte posizionate a destra delle linee di tiro tra Rivarossa e Nole.

Tre delle torri erano rotonde, di mattoni, e avevano alla sommità una garitta di acciaio di notevole spessore, con una porta blindata e spioncini d’osservazione. Garitte di questo tipo erano già utilizzate dalla Regia Marina. Un’altra delle torri di osservazione era più bassa e costruita per la maggior parte in acciaio.

Nel linguaggio militare le torri erano denominate «osservatori». Si ricordano:

– L’osservatorio «Pelizzari», a circa 5.500 metri dalla piazzola di tiro più lontana (Sollier).

– L’osservatorio «Chiarle», a circa 10.000 metri dalla medesima piazzola.

– L’osservatorio «Damiano Chiesa», a circa 11.500 metri.

– L’osservatorio «Ederle», a circa 12.700 metri.

Sono state ritrovate un paio d’istantanee di un osservatorio, scattate durante la costruzione (intorno al 1930) che veniva eseguita completamente a mano e senza alcun ausilio meccanico.

Quasi tutte le batterie erano dotate di apparecchiature per la misurazione della velocità iniziale dei proiettili, dapprima ottenuta col metodo del pendolo balistico, inventato da Benjamin Robins nel 1742, e misurata in seguito con il cronografo Le Boulengé. Il cronografo otteneva i dati dal passaggio del proiettile attraverso due cornici quadrate dotate di un reticolo di fili elettrici, poste a 100 metri tra loro e sostenute da lunghi pali di legno. L’abetella, in traliccio di ferro spostabile su rotaia, è stata introdotta intorno al 1930; la rottura dei fili e di conseguenza l’interruzione della corrente elettrica, permetteva la misurazione del tempo e la determinazione della velocità.

Durante l’esecuzione dei tiri, venivano chiuse, con un ampio margine di sicurezza, le strade di attraversamento della parte di poligono interessato dalla traiettoria dei proiettili.

C’erano posti di blocco e osservatori sia a terra che sulle torri. Inoltre veniva utilizzata una rete telefonica a basso voltaggio, che collegava il comando con le batterie e gli addetti ai blocchi stradali.

Nella popolazione serpeggiava un diffuso malcontento perché, per attraversare il territorio del campo, occorreva stazionare per ore sotto il sole o alle intemperie, e con i mezzi del tempo a trazione animale, sia il commercio che le merci deperibili venivano danneggiati. Le esercitazioni erano comunicate con anticipo, ma sovente il giorno e l’ora erano modificati all’ultimo momento.

Le autorità comunali cercavano soluzioni mediante il dialogo, ma in un verbale del 5 gennaio 1902 viene citata una coalizione di Comuni decisi a inoltrare direttamente al Governo, tramite il Ministero dell’Interno, tutte le delibere comunali inerenti le controversie in sospeso.

Non si conosce l’esito della mozione, ma è facile supporre che non abbia sortito alcun effetto, tant’è che l’anno successivo il comando militare, con lettera indirizzata a tutti i Comuni, poneva l’accento sul disturbo causato ai tiri dal mancato rispetto ai blocchi delle strade chiuse al traffico.

Ancora nel 1926 i comuni di Vauda, Barbania e Front ricorsero al prefetto, lamentando la chiusura delle strade e la mancanza da sette anni di ogni manutenzione, a tal punto che risultavano percorribili ai soli pedoni. Lagnanze e divieti si rincorsero per interminabili decenni senza esito alcuno.

La batteria «Generale Sollier»

È stata la più grande e importante di tutte. Fu costruita nel 1911 e denominata dapprima «Batteria da 305», dal grosso calibro dei cannoni. Era costituita da molti fabbricati: alloggio e ufficio del guardia-batteria, tettoia per i cannoni, locale per il riscaldamento e il raffreddamento delle polveri, locale cronografi, locale magazzino, e un fabbricato in muratura a forma di caverna, per tiri in blinda dei grossi calibri. La tettoia di ricovero cannoni fu distrutta da un bombardamento aereo il 24 agosto 1944.

La Batteria «Generale Sollier» era dotata di diverse gru, fisse e scorrevoli su rotaie, con portate da 20 a 60 tonnellate per il cavalcamento e lo scavalcamento delle bocche da fuoco sugli affusti.

Ricordo con particolare commozione la tragica fine del padre del mio amico, Generale Alessandro Duranti, il 29 dicembre 1925. Il Maresciallo Pietro Duranti era il responsabile della batteria. Quantunque non fosse tenuto a eseguire il collaudo di un cannone, il Maresciallo volle effettuarlo di persona. L’esplosione della canna lo uccise a soli trentacinque anni, lasciando Alessandro orfano, a tre anni di età.

Alla Batteria «Sollier» si eseguivano anche tiri con armi leggere e le prove più disparate come, ad esempio, sparare attraverso l’elica di un aeroplano. Alla batteria esisteva inoltre un poligono di tiro per aerei, che fu anche utilizzato più recentemente per le prove di tiro del caccia FIAT G91. Successivamente il Poligono non venne più giudicato idoneo e i test aerei furono trasferiti in Sardegna, a Decimomannu e in altri poligoni sardi.

Gran parte della truppa era alloggiata nella palazzina cosiddetta Campeggio, a poca distanza dalla batteria «Sollier», sulla strada Leinì-Lombardore-Rivarolo.

Dopo un secolo di spari dei grossi calibri, l’impatto dei proiettili sul terreno è ancora osservabile dal satellite, tramite Google Heart, nonostante la natura, in sessant’anni, abbia provato a cancellarne le tracce.

Tratto dalla rivista Canavèis

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