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I Grandi scrittori canavesani del Novecento

Savino Giglio Tos, dopo aver dedicato molti anni all’insegnamento nelle scuole, oltre a voler far conoscere al grande pubblico il passato storico di Ivrea, di cui è grande esperto (suo è il pregevolissimo volume, comparso nel 2002, Ivrea nel XVII secolo, sulle “tormentate vicende storiche, economiche e sociali della città e dei suoi abitanti”), si è prefissato anche un altro importante obiettivo: quello di presentare, in una forma scorrevole e comprensibile, le figure dei più grandi scrittori canavesani.

Ha iniziato così la sua opera nel 2005, pubblicando (per le edizioni di «Canavèis») un volume dedicato agli scrittori canavesani dell’800 (Bertolotti, Botta, D’Azeglio, Giacosa e Nigra) e l’ha proseguita nel 2009 analizzando, in un volume comparso sempre per il medesimo editore, le figure di quattro famosi letterati della prima metà del secolo appena trascorso: Guido Gozzano, Salvator Gotta, Giovanni Cena e Francesco Carandini (S. A. Giglio Tos, I grandi scrittori canavesani del Novecento; pp. 271).

Il primo dei due volumi finora pubblicati si apre con la figura, a molti pressoché (purtroppo!) sconosciuta di Antonino Bertolotti che, nato a Lombardore nel 1834, esperto studioso di fondi d’archivio, fu docente di Paleografia all’Università di Roma e poi direttore dell’Archivio di Stato di Mantova, città dove morì nel 1893, a soli 59 anni.

Questi suoi interessi per i documenti storici d’archivio, uniti all’amore per la sua “piccola patria” canavesana (un illustre linguista dell’Università di Torino vedeva proprio nell’amore per le “piccole patrie” uno degli ostacoli più “terribili” per l’avanzamento della lingua nazionale: scusate la deviazione dal tema centrale, ma sono argomenti che mi/ci toccano molto da vicino…), lo portano alla compilazione di due opere ancor oggi fondamentali per chi voglia saperne un po’ di più sulla nostra terra: i Fasti Canavesani (editi nel 1870) e le Passeggiate nel Canavese (in 8 volumi, dal 1867 al 1878). La prima apparirebbe a prima vista opera esclusivamente di erudizione, se non fosse che il materiale erudito (l’elenco, anno per anno e giorno per giorno, di tutti gli avvenimenti di storia canavesana da lui conosciuti) è riscattato non solo dall’interesse che esso può risvegliare nel lettore, ma anche dal fatto che il Bertolotti “chiude” ogni notizia con un brevissimo commento personale di carattere ora moralistico ora politico ora ironico. Un esempio può essere la notizia del 4 maggio 1004 (più di mille anni fa…): Enrico II è riconosciuto Re d’Italia, benché di fatto fosse Arduino, già Marchese d’Ivrea: ne avviene guerra tra i medesimi. – Più volte l’Italia avrebbe potuto risorgere, se la malvagità degli stessi suoi figli non fosse sempre stato un ostacolo; oppure ancora: 10 maggio 1641: I Francesi incendiano e depredano i pochi villaggi attorno ad Ivrea, i quali sin allora erano ancora restati salvi. – Tanto è l’amore del luogo natio, che nemmeno il più imminente e grave pericolo lo spegne e quasi tiene in esso fermi, come la chioccia sui pulcini implumi.

Dopo averci dato parecchi esempi di questi Fasti della nostra “piccola patria”, Giglio Tos passa poi alle Passeggiate, più discorsive e, direi quasi, più famigliari, ma non per questo meno rigorose dell’altra sua opera: alcune pagine si leggono quasi come un romanzo, anche se poi riemerge sempre e comunque l’erudito, l’archivista, il ricercatore di curiosità storiche, geografiche, etnografiche e folkloriche.

Segue Carlo Botta, del quale si esaminano vari passi dalle due principali opere storiche (la Storia della guerra dell’Independenza degli Stati Uniti d’America e la Storia d’Italia), mentre si tralasciano senza alcun cenno (se non per una brevissima citazione del poema epico Camillo) le sue opere letterarie, che, come abbiamo già detto da queste stesse colonne, seppur non capolavori, tuttavia potrebbero avere un qualche spazio nella storia letteraria italiana (la Novella di Simplicio e il romanzo epistolare).

Più argomentata l’esclusione di pagine delle opere letterarie dello scrittore successivo (Massimo d’Azeglio), di cui il Nostro riporta principalmente pagine tratte dalla sua autobiografia (I miei ricordi), dato che egli vuole mettere in risalto, degli scrittori citati, in modo particolare la “canavesanità”.

Il volume si chiude con le figure di Giuseppe Giacosa e di Costantino Nigra, per i quali penso non ci sia bisogno di aggiungere molto, se non che del secondo si presentano, oltre ad alcune canzoni popolari piemontesi da lui raccolte e pubblicate nel 1888 (l’opera sua certamente più importante e che gli ha dato gran parte della sua fama come studioso e letterato) ed a frammenti tratti dalle Sacre rappresentazioni, anche passi ricavati dalle sue poesie: testi poco noti, ma che rivelano comunque, in alcuni loro momenti, una disposizione poetica di discreto livello anche se su argomenti piuttosto tradizionali o in traduzioni da autori classici e moderni (il latino Catullo, il greco Callimaco, il russo Puškin).

Il secondo volume si apre con le pagine dedicate al più famoso dei quattro scrittori presi in esame, cioè Guido Gozzano, di cui si propongono, oltre alle pagine di sintesi e di contestualizzazione curate dall’autore, passi tratti non solo dalle sue più famose poesie, ma anche da opere meno note, quali la raccolta di prose di viaggio (stampate allora come réportage per il quotidiano «La Stampa») Verso la cuna del mondo, oltre ad un accenno alla sua produzione per bambini (le fiabe). Siccome so che l’Autore non ama essere elogiato “senza se e senza ma”, mi permetto di ricordare che forse non sarebbe stato fuori luogo segnalare i due sonetti che Gozzano scrisse (o meglio, tradusse, o meglio ancora, adattò) in piemontese. Si tratta di due sonetti opera della sua amica poetessa Amalia Guglielminetti, che il buon Guido, come già detto, adattò in piemontese (Ij toton e Barba): non certo due capolavori, ma comunque un tocco di curiosità e di originalità nella poesia di questo poeta oramai riconosciuto tra i grandissimi della letteratura italiana del Novecento.

Si prosegue quindi con la figura del romanziere Salvator Gotta (di Montalto Dora, 1887-1980), scrittore un tempo molto popolare ma ora caduto un po’ nel dimenticatoio (e, diciamo la verità, pour cause…). Aldilà dei suoi trascorsi politicamente un po’ troppo segnati da simpatie mussoliniane, basta leggere alcune pagine di Ottocento o di Piccolo alpino, i due romanzi più famosi di Gotta, per capire quanto la sua prosa sia oramai fuori del tempo. Di Ottocento possiamo almeno salvare la riduzione televisiva risalente agli anni Sessanta (centenario dell’Unità…), opera che permise al pubblico televisivo di allora, mikebongiornamente acculturato, di conoscere tra le altre cose anche l’esistenza di un uomo politico di nome Costantino Nigra (interpretato da Sergio Fantoni) e di una “tigre reale” quale la contessa di Castiglione (Virna Lisi).

Si passa poi al montanarese Giovanni Cena, la cui opera letteraria (migliore quella in prosa, decisamente “avanti” per i suoi tempi, più tradizionale quella in poesia) è stata in parte oscurata dalla sua attività sociale e filantropica. Uomo di grandissime qualità morali e di spiccate doti organizzative fu una delle figure più nitide, e attive, di tutta quella ondata di filantropismo socialisteggiante di inizio Novecento. Mentre altri si limitavano a parlare, Cena andò fino in fondo, non esitando a dare la propria vita per coloro che allora si chiamavano i “diseredati”. Di lui Giglio Tos traccia un ritratto a tutto tondo, servendosi in modo particolare del suo ricco epistolario; la lettura delle pagine a lui dedicate invoglia ad andare a cercare altro su di lui. In particolare consiglierei il romanzo Gli ammonitori, che, pur non terminato dall’Autore, mostra quale tempra di scrittore, e di uomo, sia stato Cena. Letto questo romanzo, mettetelo (se ne avete voglia) a paragone con le contemporanee (o quasi) opere di De Amicis e poi mi direte.

Appena accennata, invece, è la figura meno nota dei quattro, quella cioè di Francesco Carandini, noto soprattutto agli eporediesi per essere stato autore di un dotto volume sulla storia della città di Ivrea (Vecchia Ivrea, appunto), ma la cui figura meriterebbe forse maggiore attenzione per i suoi rapporti e intrecci con la famiglia Giacosa-Albertini-Croce.

Concludendo. A proposito di questi volumi di Giglio Tos si può mettere in risalto la volontà dell’Autore, che è in modo dichiarato, e benemerito, divulgativa, volendo egli far sì che i canavesani si riapproprino di scrittori non sempre e a tutti noti nella loro poliedrica complessità.

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