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GLI ARGENTI DI MARENGO

Se solo Napoleone avesse saputo che il 14 gennaio 1800 combattendo contro gli Ausriaci ad est del fiume Bormida, nei pressi di Spinetta Marengo, nel territorio della Fraschetta, nel fragore della battaglia, o più tardi quando Napoleone vinse e chiese al suo cuoco del cibo inventando il celebre “Pollo alla Marengo”, stavano calpestando ad una discreta profondità del meraviglioso argento romano, se ne sarebbero riempite le tasche i francesi. Invece il caso volle che fu scoperto nella primavera del 1928 dallo sterratore Enrico Raiva, in un campo della casina Perbona, vicino a Marengo, sulla sinistra della strada nazionale Alessandria-Genova. nel 1935 il ritrovamento viene valutato ben 550.000 lire e nell’anno successivo, i vari oggetti e sculture, restaurati, vengono assegnati al Museo di Antichità di Torino e si tratta nel complessodi 12.885 di argento. La datazione del complesso, tenendo conto del busto di Lucio Vero e della targa di Vindio Veriano, già noto per l’iscrizione ripresa in C.I.L., III, 14447, trovata in Romania, è collocata nella seconda metà del II secolo d.C. I “fabri argentarii”, realizzatori delle opere sono di botteghe dell’Italia settentrionale. La localizzazione degli argrenti presso Marengo, potrebbe essere collegati ad azioni di saccheggio, probabilmente da un saccello sacro, e successivamente sepolto nell’area di Marengo, intorno al III o al IV secolo d.C. Successivamente periodi di gravi perturbazioni socio-politiche, nel nord Italia, con incursioni di Franchi e Alamanni e poi di tribù germaniche, guerre civili, guerre religiose.

Il ritrovamento, viste le caratteristiche, comprende un busto dell’imperatore Lucio Vero, un vaso con decorazione a foglie di acanto, un disco con busto di giovane, tabula ansata di Vinidio Verano, una testa femminile, una fascia con divinità, una fascia con ghirlande di spighe, una testa d’aquila, statue con Gemelli e Pesci di un ciclo zodiacale e altri oggetti e frammenti. L’accurato restauro fu affidato alla perizia di un insigne argentario, Renato Brozzi, che riuscì a ridare agli argenti il loro primitivo splendore. Particolarmente arduo si rivelò il lavoro per certe opere dove era necessario riportare la sottile lamina dell’argento, che aveva subito un’azione di schiacciamento, fino all’antico limite. Di particolare importanza sono queste sculture, anche per la tecnica di lavorazione. Si tratta quasi sempre di una sottile lamina d’argento a volte lavorata a sbalzo, a volte a pieno tondo con una minuta punteggiatura del fondo eseguita per dare maggior distacco alle figure in rilievo. La vicenda legata al ritrovamento e alla consegna del tesoro allo stato è avvolta nel mistero. La versione ufficiale del prof. Bendinelli recita che il proprietario della Pederbona, il cavalier Romualdo Tartara, tentò di vendere il tesoro a degli antiquari genovesi, ma che venne convinto a portarli alla direzione generale delle Antichità e Belle Arti di Roma, ricevendo nel 1935 un pagamento di 550.000 lire. Testimonianze e fatti emersi successivamente hanno dimostrato che gran parte dei reperti scomparve dopo la consegna alle autorità romane.

Un primo tentativo di ricostruire gli eventi di quel tempo avvenne nel 1968-1969 ad opera di una laureanda, con una ricerca circostanziata che fece emergere la scomparsa quasi certa di un consistente quantititativo di reperti e di tutti i documenti ufficiali relativi. Recentemente un rinnovato interesse sulla questione, fortemente promosso dal nipote dello scopritore interessato a fugare ogni ombra sulla onorabilità della famiglia, sta confermando quanto è stato sempre asserito dai Tartara nella ricostruzione della vicenda, i Tartara non hanno mai incassato alcun premio. Bottino di un saccheggio, probabilmente in epoca tardo romana, si ritiene che i reperti provengano da un sacello dedicato alla “Fortuna Melior” o un collegio adibito al culto imperiale, situati nella città di Pavia, l’antica Ticinum. La vicenda legata al ritrovamento e alla consegna del tesoro allo stato è avvolta nel mistero. La versione ufficiale del prof. Bendinelli recita che il proprietario della Pederbona, il cavalier Romualdo Tartara, tentò di vendere gli argenti a degli antiquari genovesi, ma che venne convinto a portarli alla direzione generale delle Antichità e Belle Arti di Roma. Testimonianze e fatti emersi successivamente hanno dimostrato che gran parte dei reperti scomparve dopo la consegna alle autorità romane. Comunque inestimabile il busto a grandezza naturale, realizzato a tutto tondo in lamina d’argento lavorata a sbalzo e rifinita a bulino e cesello, l’imperatore Lucio Aurelio Vero, che regnò accanto al fratello adottivo Marco Aurelio, è riconoscibile per i tratti somatici, noti attraverso monumenti e monete. Il volto è incorniciato da una folta capigliatura ricciuta e da una corta barba, lo sguardo è leggermente rivolto verso l’alto. Indossa una corazza finemente cesellata, decorata da piccole foglie disposte a squame e con una testa di Medusa al centro del torace. Questo tipo di busti era particolarmente adatto ad essere portato nelle processioni, grazie alla sua leggerezza rispetto alle statue in marmo.

 

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Blogger: Fabrizio Bacolla

Fabrizio Bacolla
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