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giovanni falcone
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Perché?

Il 24 maggio del 1992 stavo rientrando da un viaggio in Austria e Ungheria: Salisburgo, Vienna, una deviazione fino a Budapest e capatina al Lago Balaton con la visita di qualche centro minore. Ero ovviamente molto più giovane di ora e avevo una gran voglia di girare il mondo, di conoscere luoghi e culture diversi. Da pochi anni era caduto il Muro di Berlino e lo “sbocco a est” era diventato una realtà. Venti di fratellanza e di libertà soffiavano in Europa. Probabilmente a livello inconscio c’era la volontà di allontanarsi da quel clima assurdo e drammatico che in Italia si stava vivendo a seguito dell’inchiesta Mani Pulite. Tutti sapevano del malaffare da anni, decenni, ma fino a quando il “mariuolo isolato”, così lo definì Bettino Craxi, Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, durante un’irruzione dei carabinieri non tentò di far sparire nel water dell’ufficio una tangente da 37 milioni di vecchie lire (poco meno di 20.000 euro), nulla accadde. Un sistema politico colluso, corrotto, andava avanti tranquillamente, impunemente e nessuno muoveva un dito. Dopo gli anni di piombo che si trascinarono dietro una lunga scia di sangue negli anni ‘70 e ’80 del secolo scorso: da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, dall’Italicus alla Stazione di Bologna, la gente impaurita e spaventata si fidò e si affidò ad una classe politica che nel giro di pochi anni portò il Paese sull’orlo del fallimento economico, sociale e morale. Quella stessa classe politica che elaborò il “sistema Tangentopoli” seppe nel contempo portare il rapporto debito/PIL dal 40% dei primi anni ‘70 al 60% dei primi anni ’80 fino all’esplosione degli anni ’90 dove, sforata la soglia simbolica del 100%, si arriva a toccare un rapporto superiore al 120%. In un contesto di questo tipo ovviamente la criminalità organizzata, ben appoggiata e protetta addirittura da parti deviate dello Stato, cresce a dismisura elevando ed esportando la propria efferata efficienza criminale a livello mondiale.

Ma torniamo al rientro dal viaggio mitteleuropeo. Arriviamo infatti il 24 maggio alla dogana del Brennero carichi di entusiasmo per aver conosciuto nuovi luoghi e nuove frontiere fino a qualche anno prima impensabili, almeno nella piena libertà di circolazione. Arrivando notiamo una lunga coda di auto e uno schieramento di Forze dell’Ordine mai visto in tutti i precedenti viaggi all’estero. Invece del solito controllo dei documenti dal finestrino ci fanno accostare, scendere tutti dall’auto, svuotare il bagagliaio facendo salire un cane poliziotto. A  quei tempi dei cellulari se ne sentiva solo parlare, almeno per le persone comuni, per cui non eravamo a conoscenza del motivo di questi controlli e gli agenti non ci dissero nulla. Fu subito dopo la perquisizione che acquistando un giornale all’autogrill di frontiera venimmo a conoscenza della tremenda notizia: “Ieri 23 maggio alle 17:57 il giudice Giovanni Falcone è stato ucciso in un attentato dinamitardo nei pressi di Capaci sull’autostrada A29”. Ovviamente non era solo e con lui vennero trucidati la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Pochi giorni dopo, il 19 luglio dello stesso anno, in via D’Amelio a Palermo, venne ucciso in un altro attentato dinamitardo Paolo Borsellino collega di Falcone. Anche in questo caso il giudice non era solo così che morirono con lui gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Due stragi efferate, cinicamente pianificate per eliminare due uomini che avevano portato all’attenzione del mondo Cosa Nostra e la mafia più in generale facendo comminare nel maxiprocesso di Palermo, che durò dal 10 febbraio del 1986 fino alla sentenza finale della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992, 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione. Mafiosi che  non si fecero scrupolo di uccidere, oltre i due giudici, nove agenti di scorta senza dare loro la possibilità di difendersi. Ciò che mi è sempre rimasto impresso degli attentati di mafia, camorra, ‘ndrangheta e delle due stragi di Capaci e via D’Amelio è la vigliaccheria degli esecutori, altro che uomini d’onore.

Il giudice Antonino Caponnetto, che sostituì il consigliere istruttore Rocco Chinnici ucciso da Cosa Nostra nel 1983 seguì la sua idea di costituire un pool antimafia e scelse, tra i giudici istruttori che meglio conosceva e dei quali riteneva di potersi fidare, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Questi avrebbero svolto tutte le indagini su Cosa nostra, coadiuvati dal sostituto procuratore Giuseppe Ayala e tre colleghi, il cui compito era inoltre quello di portare a processo come pubblici ministeri i risultati delle indagini del pool e ottenere le condanna. Fecero bene il loro dovere scoperchiando una pentola piena di veleni e di morte, ma probabilmente andando a toccare livelli “istituzionali” troppo elevati e avvicinandosi troppo ai veri mandanti di questo sistema di odio e di morte.

Questa è la storia e alla luce di tutto questo viene da chiedersi: perchè l’uomo può abbassarsi a tale barbarie condita di viltà, efferatezza, assenza totale di pietà e rispetto per la vita?

Perché l’umanità non riesce a capire che vivendo in pace, nel rispetto degli altri e dell’intero regno animale e vegetale potremmo vivere tutti meglio la nostra vita terrena?

Perché l’egoismo e la ricerca spasmodica del profitto personale prevalgono sulla fratellanza e sul senso di comunità e di solidarietà?

Tutte domande che possono trovare una risposta nella memoria per non compiere oggi gli stessi errori del passato ed è compito nostro di adulti fare sì che questa memoria non diventi flebile e poi svanisca come se nulla fosse accaduto, come se nulla avessimo visto e vissuto. E’ compito nostro però associare alla memoria comportamenti adeguati nella nostra vita quotidiana soprattutto quando si rivestono carche istituzionali perché come diceva Giovanni Falcone: «La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni

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