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Chiesanuova. Presentazione di GALISIA 1944 2014.

GALISIA. “Una magia tra le nostre mani”

Dopo Cuorgnè, Rivarolo ed Ivrea, è arrivata la volta di Chiesanuova, dove il libro “Galisia 1944-2014” è stato presentato venerdì 6 marzo. Il volume, pubblicato dal CORSAC lo scorso autunno, ha destato molto interesse (tanto che è in fase di ristampa) ed è composto di due parti. La prima contiene la traduzione integrale di “Alpine Partisan”, scritto dal giornalista Vivian Milroy  e basato sulla testimonianza di Alfred Southon, l’unico inglese scampato alla morte in quella terribile traversata. La seconda è la ricostruzione storica delle vicende dei prigionieri alleati nell’Alto Canavese.

Tutto è nato dal lavoro svolto nell’anno scolastico 2013-2014 dagli allievi della III B del Liceo “Aldo Moro” di Rivarolo e dalle loro insegnanti d’Inglese e di Storia, Maria Elena Coha e  Claretta Coda, con la collaborazione di numerosi soci del CORSAC (Centro Studi e Ricerche Alto Canavese).

“Questo libro si discosta da quelli che solitamente pubblichiamo – ha spiegato il presidente Giovanni Bertotti – in quanto l’argomento trattato è di storia relativamente recente.  Inoltre non è opera di un singolo autore ma il risultato di un lavoro collettivo. I frutti di questo lavoro non potevano tuttavia rimanere confinati ad una ristretta cerchia di studiosi per cui il nostro consiglio direttivo ha ritenuto giusto e meritevole affidarli alle stampe”.

Ha precisato Flavio Chiarottino, altro esponente del CORSAC che ha collaborato alla ricerca: “Credo sia ancora utile ed importante parlare della Guerra 1940-45 e della nostra Resistenza: da lì sono sorti nuovi modelli di democrazia; a quei valori si è ispirata la nostra Costituzione; negli ultimi anni è notevolmente cresciuto l’interesse per le microstorie locali e per le vicende dei prigionieri alleati in Italia”.

La scelta di presentare il libro a Chiesanuova non è casuale. Pensando alla vicenda del Galisia, la mente corre immediatamente all’Alta Valle Orco ed alla Val d’Isère, dove la tragedia si consumò ma – come ha ricordato Chiarottino – “la Valle Sacra ospitò i soldati inglesi in fuga dal campo di lavoro di Spineto, che Southon descrive molto bene nelle sue memorie; dei tredici partigiani morti sul Galisia ben 7 erano della Valle: 4 di Borgiallo, 2 di Chiesanuova ed uno di Cintano; in Valle Sacra sorsero, subito dopo l’8 settembre, alcune delle prime formazioni partigiane  del Canavese, come i Gruppi Morettini a Fillia, Pecora a Chiesanuova, Bixio a Borgiallo, ed il Laurenti –Novaria”.

A questo affollato incontro  (“fortemente  voluto dall’amministrazione comunale”) era presente anche Domenico Poletto, che nel novembre 1944 partì da Noasca con un piccolo gruppo di soccorso,  purtroppo giunto in Val d’Isère troppo tardi.

 

“UNA MAGIA CHE SI COMPIVA FRA LE NOSTRE MANI”.

“Alpine Partisan”, pubblicato a Londra nel 1957, non era mai stato tradotto integralmente in italiano: se ne conoscevano le parti relative alla traversata del Galisia ma il libro – come ha spiegato  Bertotti –  “si è rivelato molto più ricco ed interessante”.

Circolavano pochi esemplari dattiloscritti di una traduzione parziale eseguita negli Anni Sessanta dal signor Giuseppe Fornengo. Copie che lui possedeva. Le ha fornite alla professoressa Coda, che ne è rimasta affascinata. “Ho capito che mi trovavo fra le mani qualcosa d’importante: era un documento che rischiava di andare perduto. Bisognava tradurlo: non farlo avrebbe significato privare la popolazione del posto di un grande e meritato ringraziamento per ciò che aveva fatto. Mi sono consultata con la collega Coha ed abbiamo convenuto di fare la proposta alla III B, una classe molto composta, molto <inglese>. Non sapevano a cosa andavano incontro, poverini…”.

Gli studenti presenti all’incontro ammettono: “Eravamo stupiti ma abbiamo deciso di raccogliere la sfida. La traduzione si è rivelata molto più difficile del previsto: il linguaggio militaresco di Southon, l’utilizzo dello slang , di modi di dire non più in uso nemmeno in Inghilterra, ci hanno creato molti problemi”.

Alla professoressa Coha è poi spettato il compito non solo di correggere le traduzioni ma di renderle omogenee, dato che ad ogni studente era stato assegnato un capitolo e ciascuno lavorava per conto proprio.  “Man mano che procedevamo – hanno ammesso – aumentava il nostro coinvolgimento. C’era la soddisfazione ci imbatterci in luoghi che conoscevamo ma anche l’immedesimazione con le persone: con quei soldati determinati a raggiungere la libertà a qualsiasi costo, con la popolazione locale che dimostrò un incredibile coraggio. Il lavoro che abbiamo svolto ci è servito molto per capire quel che è successo  in questo territorio”.

Da parte sua la professoressa Coda ha parlato di “un’esperienza umana bellissima, insostituibile. Mentre i ragazzi traducevano, io ricostruivo la storia. Man mano che si andava avanti, avevamo l’impressione di una magia che si stava compiendo tra le nostre mani. Con alcuni soci del CORSAC abbiamo cercato gli ultimi testimoni (nel frattempo qualcuno di loro è  mancato) e raccolto i loro preziosi racconti: le ricostruzioni compiute da altri sono sempre esterne, fredde,  diverse rispetto a quelle di chi ha vissuto direttamente le vicende”.

Ed ha concluso: “A me piace parlare del <nostro> libro”, perché appartiene a tutti coloro che hanno permesso che si facesse, fornendoci informazioni, testimonianze, fotografie”.

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