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FU VIOTTI A SCRIVERE LA MARSIGLIESE ?

«E’ stato il padre dei violinisti moderni: diede vita all’arco ancora oggi in uso; sviluppò enormemente la tecnica violinistica proponendo soluzioni inedite e di grande effetto, che costituirono gran parte dell’eredità passata a Paganini; infine, ma non certo meno importante, contribuì grandemente alla creazione della forma sonata, ovvero del vero e proprio concerto romantico».
Alcuni in passato avevano anche attribuito l’opera a Mozart, per via delle somiglianze con un famoso tema del primo tempo del Concerto per pianoforte e orchestra di Mozart K503, del 1786. La musica dell’inno francese è invece di cinque anni precedente anche rispetto all’opera mozartiana. Da molti anni si discuteva sull’origine della musica, proprio perché De Lisle non ne aveva firmato lo spartito e perché lo stesso De Lisle risulterebbe aver composto l’inno in una sola notte. L’inno divenne poi la canzone più popolare della Rivoluzione francese e prese il nome di ‘Marsigliese’ perché cantata per le strade di Parigi dai volontari provenienti dalla città del Midi. Concepito nel 1781, ben undici anni prima che la celebre “Marsigliese” fosse ufficialmente creata dal compositore Claude De Lisle. Il quale, del resto, non firmò lo spartito (com’era invece solito fare) quando lo consegnò al sindaco di Strasburgo che glielo aveva commissionato come “canto di guerra” per l’armata del Reno, sul fronte tedesco, nel 1792. L’inno francese è stato copiato da un brano del compositore vercellese Giovan Battista Viotti che risale al 1781. Ascoltando il “Tema e variazioni” in do maggiore del compositore Giovan Battista Viotti, ci sono pochi dubbi: la celebre melodia della “Marsigliese” è un plagio musicale.

Il Violinista italiano, compositore e impresario teatrale, nacque nel 1755 da una famiglia di umili origini a Fontanetto Po, nella parte piemontese dell’allora Regno di Sardegna. Il piccolo Giovanni Battista ebbe modo di manifestare presto il proprio talento musicale, stimolato dall’interesse per la musica del padre, Felice Viotti, sposato con Maddalena Milano. Questi faceva il fabbro ferraio ma si dilettava a tenere serate musicali in casa, dove suonava il corno da caccia, e aiutò Giovanni Battista nei primi decisivi anni di formazione. Condotto nel 1766 da un certo signor Giovanni Pavia a suonare per una festa religiosa a Strambino (o Ivrea), fu notato dal vescovo, monsignor Francesco Rorà, che gli consigliò di trasferirsi a Torino per studiare presso la casa della Marchesa di Voghera. Qui fu preso sotto la protezione del figlio della Marchesa, il principe Alfonso Dal Pozzo della Cisterna, che affidò l’educazione musicale del giovane Giovanni Battista dapprima al violinista Celoniati (probabilmente Carlo Antonio) e successivamente a Gaetano Pugnani. Quest’ultimo, allievo di Giovanni Battista Somis, erede della tradizione violinistica italiana risalente ad Arcangelo Corelli, fu nominato primo violino della cappella di corte nel 1770, ricoprendo per contratto anche l’incarico di primo violino e direttore dell’orchestra del Teatro Regio.

Riconosciuto come unico suo maestro dallo stesso Viotti, Pugnani trasmise un’importante eredità culturale al giovane Giovanni Battista, soprattutto per la predilezione per un trattamento particolarmente espressivo del violino. Il primo incarico professionale di Viotti risale alla stagione 1773-1774, in cui compare tra i violini dell’orchestra del Teatro Regio; due anni dopo, il 27 dicembre 1775, venne assunto come «soprannumerario» nell’orchestra di corte e fu confermato il marzo successivo. Durante il periodo torinese Viotti tenne probabilmente numerose accademie private, anche se la prima testimonianza risale al 1778, secondo una recensione della Gazzetta di Torino. Il basso stipendio ricevuto alla Cappella Reale e la volontà di «forgiare sempre più il talento» probabilmente lo indussero a intraprendere nel 1780 una tournée europea al fianco di Pugnani, suonando dapprima a Ginevra e Berna. I concerti tenuti in Svizzera e la fama ottenuta stimolarono Viotti a proseguire il viaggio, esibendosi a Dresda presso il Principe elettore di Sassonia Federico Augusto III, e a Berlino, nell’aprile 1780, al cospetto di Federico II e del principe Federico Guglielmo, col quale ebbe «l’onore di far musica sovente».

Dopo Berlino ritroviamo Viotti in Polonia, presso Stanislao II Augusto, e a San Pietroburgo, dal gennaio 1781 per quasi dieci mesi, durante i quali si esibisce a corte, al cospetto di Caterina II, e in concerti pubblici. Una breve tappa a Berlino consentì a Viotti di dare alle stampe il suo primo concerto per violino in La maggiore, poi ripubblicato a Parigi come No. 3; questa tappa segnò la sua separazione definitiva da Pugnani, che seguì la via di Torino mentre Viotti si avviò verso Parigi. In virtù di una forte stabilità del sistema produttivo in mano al re, Parigi vantava un’attività operistica continuativa, un florido mercato editoriale e un’ampia attività concertistica, pubblica e privata. Tali ragioni spinsero moltissimi musicisti stranieri a raggiungere la capitale. In particolare i violinisti italiani (Antonio Bartolomeo Bruni, Felice Giardini, Gaetano Pugnani, Giuseppe Cambini, Giovanni Mane Giornovichi, ecc.) trovarono un ambiente particolarmente sensibile e ricettivo, e Viotti, grazie alle sue formidabili qualità di concertista e di compositore, non fece fatica a imporsi come la personalità violinistica dominante. I conflitti sull’attribuzione della partitura sono quindi proseguiti per molti anni. Tra le varie ipotesi, la già citata composizione di Viotti fu inizialmente giudicata spuria e sconfessata dalle sue stesse annotazioni. Nel 2013, tuttavia, l’orchestra Camerata Ducale di Vercelli, diretta da Guido Rimonda, ha pubblicato l’opera omnia del compositore vercellese, preceduta da un accurato studio filologico, che ha consentito di accertare l’effettiva paternità della partitura di Viotti.

Criticato anche come direttore dell’Italien, nel 1821 abbandonò per sempre l’impresa teatrale per ritornare, nel 1823, a Londra, dai suoi cari amici Chinnery, e spegnersi l’anno successivo nella loro casa al n. 5 di Barkey Street, in Portman Square. Fu sepolto nella parrocchia (cioè nel cimitero della medesima) di St. Marylebone. L’atto di sepoltura è venuto alla luce dopo complicate ricerche. Il carisma e, al tempo stesso, la sensibilità musicale che Viotti manifestava si riflettevano nella sfera umana, creando amicizie durature come quelle con i Chinnery e H. de Montgeroult, e molti resoconti dell’epoca ne sottolineano l’idealismo e la lealtà. Viotti non fu certo l’impresario che resistette più a lungo nella memoria dei parigini, ma come virtuoso e compositore riscosse sempre grandi successi, divenendo figura dominante sia nel panorama concertistico che in quello editoriale; i suoi allievi tesero a idealizzarlo e i suoi concerti furono modello artistico per i contemporanei.

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Blogger: Fabrizio Bacolla

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