Home / BLOG / FAVRIA. La guerra del pane
Pane
Pane

FAVRIA. La guerra del pane

Un episodio avvenuto in Favria nel 1744. In quell’anno sorge una contesa tra la Comunità stessa ed il feudatario, la Marchesa Francesca Solaro Breglio. Preciso che allora il  pane era di meliga e segala, doveva avere un sapore poco gradevole per i nostri odierni costumi alimentari, inoltre era poco nutriente poiché aveva uno scarso contenuto proteico, più della metà della micca era costituita da zeina, una sostanza che è solo digeribile dai ruminanti ma non dagli esseri umani. Il pane era l’alimento base e provocava nei bambini delle pericolose sindromi da deficienza proteica.  La contesa trae origine dell’atto stipulato nel 1580-184 sull’uso dei forni, la spettanza di sei pani al fornai per ogni tavola. Per dare memoria perpetua della misura delle tavole del forno, queste vennero scolpite sulla porta posteriore di un forno, ma con il passare del tempo, queste misure erano state rifatte sempre più grandi.

Il Senato a cui avevano ricorso le parti, inviò al Giudice di Favria, gli atti del 1584 con le misure delle tavole e forni; questi nominò un perito, il misuratore Bruna di San Giorgio che fece la sua relazione. Parlare allora di misure, era come entrare nel caos. Ogni Stato aveva il suo sistema e le sue unità di misura che a loro volta potevano cambiare nel tempo. Fu allora facile per la Comunità contestare la perizia del Bruna, asserendo che la lunghezza dell’oncia usata dal misuratore non era uguale a quello degli atti del 1584. la causa non risolta tornò al Senato che incaricò il Senatore Raggio sperando che ne venisse a capo. Egli fece ripristinare le tavole secondo le misure originarie e predispose una prova di inforcatura in sua presenza. I contendenti provvidero la farina, incaricarono le donne di rispettiva fiducia della panificazione e procedettero all’esperimento. Anch’esse erano parte in causa, sotto minacce di ritorsioni e per proprio interesse misero poca acqua nell’impasto e non lo lasciarono riposare, in modo che il pane ricavato  da otto emine (unità di misura, in piemontese mina, misure di capacità del tempo: 1 Sacco =   5 Emine = litri 115,27 – 1 Emina  =   8   coppi = litri 23,05 – 1 Coppo = 24  cucchiai = 2,58 litri) di farina non riempisse le quattro tavole mentre invece con l’aiuto di quale artifizio avrebbe completato il forno. Dalla prima infornata non si poterono trarre conclusioni poiché non si completarono le tavole e non si riempì il forno. Neppure valsero le misure, calcoli, proporzioni a sedare le contestazioni che da ogni parte sorsero a sostegno delle rispettive posizioni. Fu fatta una seconda prova nel forno del Castello, usando dodici emine di farina. Ne nacque un putiferio tale che non fu possibile dipanare  il garbuglio. Il Senatore Raggio, tratte allora le conclusioni, abbandonò Favria con un ordine perentorio, il fornatico va pagato secondo l’uso antico. Poi ripassò la contesa al Senato. Un ulteriore esperimento fu fatto a Torino presso un forno simile a quello di Favria, ma anche questa volta si risolse semza un nulla di fatto per le contestazioni delle parti. La causa passò all’Avvocato Generale Scala il quale concluse che la causa andava unicamente decisa in base a quanto convenuto nella transazione del 31 marzo 1580, e le tavole dovevano essere conformi agli atti del 15 aprile 1584. tutto tornò come prima, finiva una causa che aveva fatto parlare tutto il Canavese, aveva acceso speranze e stimolato l’insofferenza. Alla fine era rimasta solo più l’insofferenza. Si è parlato di forni, tavole e pane, è giusto a questo punto analizzare l’argomento sopra descritto. I forni pur variando di dimensioni, rispettavano degli standard costruttivi, la camera di cottura del forno del Castello era in pianta pressoché circolare, con un pavimento costituito da “limbes” di pietra poggiante su una volta a botte colmata di terra che copriva il cinerario. Il suo diametro era di m. 2,98, il forno della porta superiore aveva invece un diametro di m. 2,26; la volta della camera di cottura, di mattoni era a bacino con un altezza massima, al centro, di circa m, 80. il forno era chiuso dallo sportello la cui forma ogivale permetteva la regolazione del tiraggio durante la fase di riscaldamento, l’introduzione, l’estrazione e la comoda stipatura delle micche, degli “tsent” e delle “tofeje”; nello stesso tempo per limitare le perdite di calore. Lo sportello si apriva verso il “ pastin”, stanzetta in cui operava il fornaio, e luogo in cui si erano avute la maggior parte delle accese discussioni che avevano menzionato la causa precedentemente menzionata. Delle tavole si possono ricostruire le dimensioni. Lunghezza ca m. 2,46, larghezza ca di m. 0,43, queste misure ci dicono poco, ma con stupore sono uscite dai calcoli quelle delle micche  di Favria: diametro cm 9 ca. (di Giuseppe Berta, tratto da FABBRICA, Appunti di storia favriese di Sergio Feira e Giorgio Cortese)

P.S: Penso che di fronte alla quotidiana pioggia che bagna la nostra Patria abbiamo dentro una desolante siccità morale. Per l’Italia penso sia giunto il momento di risvegliare la coscienza civica prima di affondare del tutto.

Commenti

Blogger: Giorgio Cortese

Giorgio Cortese
Vivere con ottimismo

Leggi anche

Una navetta sostituisce la ferrovia Torino-Ceres da Venaria

Dal 25 agosto la linea treno Sfma, l’ex Torino-Ceres, si ferma a Venaria; per il …

SETTIMO TORINESE. Brovarone & friends, ieri e oggi

L’amicizia vera, quella di lunga data, che resiste al tempo esiste davvero… Ivano Brovarone, nato …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *