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La Madonna delle Grazie di Settimo come appare attualmente

Eremiti a Settimo Torinese

Quando a Settimo Torinese c’erano gli eremiti ovvero almeno un paio di secoli fa… Dal greco «eremos», il termine eremita indica la condizione di chi risiede in luoghi isolati conducendo vita ascetica e contemplativa. In Settimo è documentata la presenza di eremiti laici presso la cappella della Natività o del Santo Nome di Maria, già detta Madonna del Pilone, poi familiarmente chiamata «Madonnina», e ora semidistrutta. Non appare privo di significato il fatto che la chiesetta fosse un tempo conosciuta col titolo di Madonna del Romitorio.

Stando ad alcune fonti settecentesche, anche la cappella delle Grazie (nell’attuale via Galileo Galilei) fu affidata a eremiti laici per un non meglio definibile periodo di tempo. È ciò che si ricava dall’atto di morte di Matteo de Bos, deceduto nel 1725.

Ma la più antica attestazione finora nota risale al 1666. Si tratta dell’atto di battesimo della piccola Caterina Ferrero, il cui padrino fu un certo Giacomo, «heremita di Rivalba, habitante alla cappella della Madonna Santissima del Pilone su la strada di Chivasso». Nel febbraio 1668 lo stesso Giacomo da Rivalba figura quale padrino di battesimo di Pietro Matteo Boine. Dai «Libri Defunctorum» della parrocchia di San Pietro in Vincoli risulta che egli morì l’anno seguente. Nell’atto di sepoltura si ribadisce che viveva «alla cappella della Madonna Santissima a S. Gallo, su la strada pubblica verso Chivasso».

Le carte d’archivio conservano memoria di numerosi romiti settimesi. Nominati dal Comune che godeva del ius patronatus sulla Madonnina, gli eremiti indossavano il saio (forse francescano), abitavano nei locali attigui alla cappella, coltivavano un orto e chiedevano l’elemosina. Uno dei compiti di loro pertinenza era la pulizia settimanale della chiesa di San Pietro. Fino agli anni Venti dello scorso secolo, nel registro dei tesorieri della compagnia del Santissimo Sacramento compare spesso la nota «per la strenna al romito» in occasione del Capodanno.

Fra i tanti eremiti si ricordano Giovanni da Montanaro (1670), Onorato Peona (1689), Claudio Chiaberge (1705), Tommaso Pretis (1711), Giuseppe Rolla (1719), Giacomo Sosso (1731), Bartolomeo Peccio (1734), Michele Fassetto da Pianezza (1752).

La presenza degli eremiti in Settimo Torinese coincide con un periodo di fioritura della vita ascetica. Seguendo ideali di perfezione raggiungibili attraverso la rinuncia, l’isolamento e la preghiera, alcuni laici abbandonavano le consuete attività e si ritiravano presso isolate cappelle campestri, come la Madonnina che sorgeva a notevole distanza dal paese, ma lungo una strada di grande traffico. Nella stessa epoca si ha notizia di romiti pure a Brandizzo e a Leinì.

Il Comune di Settimo faceva il possibile per affidare il romitorio a uomini «di santità et esemplarità adorni», come dichiarò il sindaco Giovanni Rancoyta nel 1739. Purtroppo molti si spacciavano per romiti senza possedere né lo spirito né l’umiltà dell’asceta. «Tanti sconcerti […] quotidianamente nascono con detti romitti», riferì lo stesso sindaco.

Quell’anno, per ovviare agli inconvenienti denunciati, il consiglio comunale deliberò che la carica di eremita fosse assunta dai tre laici –  i cui uno terziario francescano – che già risiedevano a Settimo in veste di frati «cercatori del bosco» per il convento torinese dei minori osservanti riformati. A quanto pare, però, la deliberazione non ebbe seguito poiché il consiglio, a distanza di soli nove mesi, nominò il laico Andrea Borra «per romitto alla cappella detta la Madonnina».

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