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Chivasso nel 1843, disegno di Clemente Rovere (De putazione subalpina di storia patria – Torino)

Epidemia che imperversa, fake news che si trasmette

Un tempo non si definivano fake news e neppure bufale, ma circolavano come e più di oggi quando infuriavano morbi contagiosi. Perché epidemie e false notizie costituiscono da sempre una sorta di binomio inscindibile. Per una strana legge non codificata, compare l’una e cominciano a circolare le altre. Che si chiamino bubbole, fanfaluche, panzane o fake news non ha importanza: la sostanza è la medesima da secoli, anzi da millenni.

Appoggiandosi alla cronaca di Giuseppe Ripamonti, Alessandro Manzoni riferisce una storia che «girò per tutta Italia e fuori» durante la pestilenza del 1630. I milanesi raccontavano di un uomo che era stato condotto in un certo palazzo da «un gran personaggio, con una faccia fosca e infocata, con gli occhi accesi, coi capelli ritti e il labbro atteggiato di minaccia». Lì «aveva trovato amenità e orrori, deserti e giardini, caverne e sale». E «gli erano state fatte vedere gran casse di danaro e detto che ne prendesse quanto gli fosse piaciuto»,  purché accettasse di propagare l’epidemia mediante unzioni venefiche. «Ma, non avendo voluto acconsentire, s’era trovato, in un batter d’occhio, nel medesimo luogo dove era stato preso», cioè nella piazza del duomo. In quei tristi frangenti, beninteso, non tutti avevano smarrito il senso della realtà. All’arcivescovo di Magonza che gli scrisse per avere un’opinione sui «fatti maravigliosi che si raccontavan di Milano», il cardinale Federico Borromeo rispose che «eran sogni».

Danza macabra, incisione di Matthaeus Merian (1621)

Nel 1925 Luigi Cesare Bollea, un bravo storico originario di Azeglio (1877-1933), pubblicò la lettera che un certo fra Tiberio da Macerata scrisse a un amico mentre infieriva la medesima pestilenza. Il religioso accenna a una «rassegna generale» di streghe e stregoni che si sarebbe tenuta in Valle Grana. «E fu sì grande il numero – osserva – che superava di gran lunga l’armata imperiale quando venne all’impresa di Mantova». Al termine, il demonio in persona distribuì «polvere et unguenti pestilentiali per far nuova strage in Lombardia e Piemonte, e di già se ne vede l’effetto ne luoghi suddetti et altri hormai affatto desolati». «E queste non sono fandonie», taglia corto fra Tiberio.

Trascorrono i secoli, nuove forme di contagio scalzano quelle vecchie, ma le fake news continuano a tenere banco. Nel 1854, quando si diffuse il colera, Giuseppe Marchiandi era medico chirurgo presso l’ospedale civico di Chivasso. In un suo trattatello stampato l’anno seguente nota: «Il volgo […] prestava fede a tutte le dicerie che la superstiziosa immaginazione inventava». A quali ciarle credevano i buoni chivassesi? «Un giorno era una poltiglia che tagliata in pezzi ed esposta all’aria si era annerita come carbone; un altro, […] una tempesta di pietre caduta in un cortile d’un dato paese; un’altra volta, […] una zucca avvelenata che aveva bruciato le dita di chi l’aveva tocca». «In tali contingenze, i saggi cittadini – ragiona Marchiandi – cercavano di combattere l’assurdità di tali inconsiderati racconti con giudiziosi e fermi ragionamenti; le autorità stesse non isdegnavano di discendere al giudizio della prova onde dimostrare la falsità ed insussistenza di tali fantastiche superstizioni, e si cercava, per quanto era possibile, di calmare l’incubo che soffocava l’atterrita popolazione». Ce n’è a sufficienza per arguire che si trattò verosimilmente di una fatica di Sisifo.

E veniamo ai nostri giorni. Il ministero della Salute elenca ben quarantadue fake news che trovano immotivato credito. Si va dall’acqua del rubinetto che veicolerebbe il contagio ai gargarismi con la candeggina che lo terrebbero lontano. Per tacere delle sbevazzate di superalcolici, le quali assicurerebbero l’immunità. Tutto falso, ovviamente, anche se – attestano i beninformati – «la grappa purifica, disinfetta e santifica». Sulla candeggina ingerita a garganella si è ancora lontani dalle certezze scientifiche!

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Blogger: Silvio Bertotto

Silvio Bertotto
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