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Disuguaglianza

Qualche giorno fa il presidente Obama ha sottolineato, in un discorso pubblico, che con gli interventi messi in atto dal suo governo sono stati assunti circa 7 milioni di americani e che l’economia statunitense si sta rimettendo in carreggiata dopo la crisi del 2008. Siccome si tratta di una politico onesto e responsabile, invece di cantare vittoria, ha anche riconosciuto che i profitti derivanti da questa ripresa economica sono finiti al solo 1% della popolazione mentre il 99% rimanente dovrà continuare a tirare la cinghia. Ha poi detto che la sua parola d’ordine, nei circa 1200 giorni di mandato che gli rimangono, sarà: ridurre le disuguaglianze tra i cittadini americani provando a mettere in discussione la teoria economica classica, tipica di un capitalismo che sta mostrando tutti i suoi limiti. A qualche migliaio di chilometri di distanza Papa Bergoglio, visitando una favela di Rio de Janerio, primo pontefice capace di spingersi in quelle terre di nessuno, ha parlato della necessità di rimettere al centro l’uomo e i suoi bisogni lasciando le questioni economiche a corollario e non viceversa. Per fare questo, pur partendo da basi antitetiche a quelle di mr Obama, propone di ridurre con la massima urgenza il divario tra ricchi e poveri. Giova sempre in questi casi ricordare che, secondo stime di un decennio fa citate dal padre comboniano Alex Zanotelli, il 20% della popolazione mondiale gode dell’80% della ricchezza mentre l’80% rimanente di deve accontentare del 20%. Il mondo è diventato piccolo e questi fenomeni macro-economici e macro-sociali si dovranno comprendere ed interpretare velocemente anche a livello locale, non si può più “chiamarsi fuori”.

Ridurre le disuguaglianze sarà uno dei temi cardine su cui ogni amministratore pubblico dovrà confrontarsi. E’ finito il tempo dei proclami e delle promesse da campagna elettorale, è finito il tempo degli accordi sotto banco. La politica, vera ed onesta, dovrà riprendere il primato sull’economia. E’ giunta l’ora di dare vita ad uno scarto, ad un cambiamento di paradigma netto quanto ormai imprescindibile. Negare l’evidenza ci porterà al disastro, ad una guerra tra poveri già iniziata qualche anno fa e dalle conseguenze imponderabili. Fare oggi un bilancio pubblico comporta un’assunzione di responsabilità moltiplicata cento volte rispetto prima, non ci sono più margini di errore. Una mossa sbagliata può far chiudere altre aziende, qualche negozio, l’ennesimo laboratorio artigianale e il circolo vizioso del calo del reddito, e di conseguenza dei consumi, non si fermerà. Non so come arriveremo a quest’autunno ma è facile prevedere che con la cecità dell’attuale politica partitica, troppo concentrata su come sopravvivere, nessuno dei problemi “reali” sul tappeto si risolverà. Il livello di tassazione, per i cittadini onesti, è già oggi insopportabile e cosa ci propinano i bilanci statali, regionali, locali? Aumenti a tutto campo: dall’Imu, alla Tares, all’addizionale IRPEF (quella regionale raggiungerà aliquote stratosferiche), alla refezione scolastica, al costo dei servizi in genere. E’ ora di dire basta! La classe dirigente deve esprimere coraggio e cambiare marcia, ragionare a medio e lungo termine e interrompere immediatamente l’aumento del prelievo fiscale oggi giunto a livelli di guardia. Il Parlamento invece di fare leggi che aiutino lo sviluppo e la ripresa economica cosa ha prodotto negli ultimi giorni? Un provvedimento che ci permetterà di rateizzare le tasse per dieci anni! Una volta facevamo il mutuo (ci indebitavamo) per comprare la casa ora dobbiamo indebitarci per pagare le tasse, siamo alla follia. Continuiamo così e il tempo dei forconi non si farà attendere.

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