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Dalle Calende alle Idi!

Dalle Calende alle Idi!
Il calendario romano è stato oggetto di numerose revisioni. Marzo e Febbraio, almeno fino al 708, indicavano rispettivamente l’inizio e la fine dell’anno solare, secondo il volere di Numa, se non addirittura di Tarquinio. Il problema di attribuzione, però, non risolve le problematiche che la riforma voluta dai re comportò; la celebrazione di riti e sacrifici infatti avveniva fuori dal tempo, andandosi a collocare in stagioni che nulla avevano a che fare con le stesse. Il primo che tentò di fare ordine in tal senso fu Cesare, il quale suddivise l’anno in 365 giorni, lasciando che questo seguisse il corso del sole. Il mese intercalare fu eliminato, mentre decise che ogni quattro anni all’anno si aggiungesse un giorno in più. Il giorno aggiuntivo era stato collocato subito dopo le feste terminali, occupato in precedenza dal mese Mercidino ogni due anni. Inoltre, perché il primo dell’anno corrispondesse al primo di Gennaio, fra Novembre e Dicembre furono intervallati da 67 giorni. Di fatto, l’anno così concepito era di 15 mesi, tanto che si guadagnò fra gli studiosi e non a torto il nome di Anno di confusione. I cambiamenti, però, non incontrarono la stretta osservanza dei sacerdoti, a loro volta non particolarmente interessati a osservarne i precetti del nuovo calendario romano. Solo Augusto riuscì a imporne l’osservanza, riesumando vecchie cerimonie cadute nel dimenticatoio. Fu così allora che, come l’anno fu misurato seguendo il corso del sole, altrettanto i mesi furono concepiti seguendo il corso della luna. Il primo giorno di ogni mese prese il nome di Calenda, da calare: chiamare, annunziare . La decisione di quanti giorni intercedessero fra le calende e le none spettava al pontefice minore. Le None, probabilmente, venivano chiamate in questo modo in quanto poiché cadevano nel nono giorno davanti a quello delle Idi, quando il popolo si spostava dalla campagna alla città, presso il Re Sacrificolo, incaricato di pubblicare le ferie che si sarebbero dovute osservare in quel mese. Le Idi cadevano rispettivamente il giorno 13 in otto mesi dell’anno, mentre il 15 nei mesi di Marzo, Maggio e Luglio e Ottobre. Il termine Idi pare derivasse dal termine etrusco iudare, dividere, proprio in virtù del fatto che si collocava a metà del mese. Ma la lingua è anche però mutevole e quindi Idi potrebbe essere l’abbreviazione di Vidus, vedere, indicando quei giorni in cui la luna raggiunge il suo massimo splendore. In ogni caso, il mese fu così suddiviso in tre parti distinte, dove le Calende ne indicavano il principio, Le none il settimo giorno, le Idi il quindicesimo o, in alternativa, il tredicesimo giorno. I giorni si dividevano invece in festi, festivi, e profesti, non festivi e quindi lavorativi. A loro volta, tutti, erano divisi in fasti, giorni in cui si poteva tenere ragione, nefasti quelli in cui non si poteva, e intercisi quelli in cui si poteva ma solo in una parte della giornata. Ma fra i giorni c’erano anche gli atri, i viziosi e i religiosi, i quali genericamente succedevano alle Calende, alle None e alle Idi. Per finire, c’erano i comiziali, giorni in cui la gente aveva libertà di unirsi a comizio, appunto, fatto salvo quel giorno non coincidesse con una delle festa mobile. Una curiosità sono il modo di dire “alle calende greche” è una traduzione letterale del motto latino ad kalendas graecas, attribuita all’imperatore romano Ottaviano Augusto, il quale, secondo quanto scritto da Svetonio nell’opera “Vita di Augusto”, la utilizzava quando voleva fare riferimento a un pagamento che non sarebbe mai stato fatto. I Romani quindi prendevano i Greci come esempio, anche per sottolineare difetti e non pregi. Come già detto le Calende nel calendario romano, corrispondevano al primo giorno di ogni mese, periodo durante il quale venivano normalmente regolati i debiti e i prestiti; nel calendario greco, però, le calende non esistevano. Di solito, il citato modo di dire è dunque usato per definire un tempo che non arriverà mai, per indicare un qualcosa che si rimanda a una data indefinita. La stessa espressione è rimasta in tutte le lingue europee come riferimento a un fatto molto improbabile o rimandato a un futuro remoto; in tedesco esiste anche “Zu dem juden Weihnachten”, cioè “Al Natale ebreo”, che ha lo stesso identico significato. Sembrerebbe che Elisabetta I, nel 1577, abbia risposto alla richiesta di Filippo II di Spagna di non appoggiare i ribelli olandesi, di riparare i conventi distrutti da Enrico VIII e di riconoscere l’autorità papale, “I vostri ordini, caro re, verranno eseguiti alle calende greche…”
Favria, 14.03.2019 Giorgio Cortese

Il nostro destino non è questione di fortuna; ma è questione di scelte. Non è qualcosa che va aspettato ma piuttosto qualcosa che deve essere raggiunto

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