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Cuorgnè. Serata sulla Prima Guierra Mondiale 2.

CUORGNE’. Nel ricordo del battaglione Levanna

“Dal Gran Paradiso all’Inferno”: il titolo della serata organizzata lo scorso 2 maggio dal C.A.I. di Cuorgnè insieme all’Associazione Nazionale Alpini suonava sinistro e suggestivo. Il sottotitolo precisava di cosa si trattasse: “Letture, canti, suoni e immagini per ricordare i Battaglioni Val d’Orco e Monte Levanna nella Grande Guerra”.

Abituato a guardare alla montagna nella sua complessità e non solo come mèta di  escursioni e di scalate, il CAI si era impegnato nel ricordare il Settantesimo della Liberazione ed ha fatto lo stesso con l’altro grande anniversario che cade nel 2015: quello dell’ingresso italiano nella Prima Guerra Mondiale. Ha così colmato un vuoto: finora – inaspettatamente – ben poco si era parlato della Prima Guerra Mondiale. Il C.A.I. e l’A.N.A. (Sezione di Ivrea, Gruppo di Cuorgnè), con il patrocinio dell’amministrazione comunale cuorgnatese, hanno messo insieme il rigore della ricostruzione storica e la dirompente carica emotiva delle memorie di vita vissuta. Il sindaco Pezzetto ha ammesso: “Abbiamo scoperto un pezzo di storia che non conoscevamo o che conoscevamo poco”.

L’ideatore e presentatore della serata è stato Serafino Anzola detto “Ciribola”, socio dell’ANA di Ivrea. E’ autore di due corposi volumi (oltre mille pagine in totale) nei quali ricostruisce la storia militare ed umana dei battaglioni alpini canavesani. Rifacendosi ai risultati delle sue ricerche, ha tracciato un quadro militare del conflitto e spiegato le   dislocazioni e gli spostamenti delle truppe sui diversi fronti nel corso di quei tre anni e mezzo; ha ricordato la vita terribile dei soldati nelle trincee ed i loro infiniti atti di eroismo. Nella prima estate di guerra imperversò la battaglia per il Monte Nero: “Novantasette storie dimenticate!” – ha esclamato – Non è possibile che noi, alpini piemontesi  e canavesani, ci siamo scordati di quella tragedia!”. L’anno successivo, a metà marzo, il Battaglione Levanna si spostò nella parte occidentale del fronte italiano, sull’Ortles-Cevedale. “La conformazione del territorio non permetteva grandi scontri. Rispetto all’Isonzo la situazione era abbastanza tranquilla, tanto che si contarono solo 30 caduti. Era però una vita grama, a 3500-3800 metri d’altezza”.

Fu nel maggio 1917, di nuovo sul fronte isontino del Vodice, che il battaglione si guadagnò la prima delle Medaglie d’Argento al Valor Militare. La seconda arrivò negli ultimi giorni di guerra, un anno  e mezzo più tardi. “Il Battaglione <Monte Levanna> – ha spiegato Anzola – ebbe vita più breve degli altri battaglioni ma ottenne due medaglie d’argento. Solo l’ <Aosta> fece di più, guadagnandosi la Medaglia d’Oro”.

Intervallati alla ricostruzione storica, la lettura (effettuata da Teresina Costantino e Dino Sandrono)  di brani di diario dei protagonisti, lo scorrere delle foto dei caduti sullo schermo, i canti delle truppe al fronte (quelli più noti e quelli vietati, che portavano dritti alla fucilazione), eseguiti dalla Corale Polifonica del C.A.I. di Cuorgnè diretta dal maestro Alerino Fornengo mentre la Fanfara dell’ANA eporediese era rappresentata da Enzo Zucco e dal suo sassofono.

Svolgendosi la serata a Cuorgnè, Anzola ha scelto di ricordare i caduti del luogo elencandone i nomi e mostrandone le fotografie. Nel ringraziare i presenti per la loro partecipazione (il pur capiente auditorium dell’ex- Manifattura era pieno) ha espresso un desiderio: “Quando vado a Ceresole e guardo le Levanne, vedo che manca qualcosa: qualcosa che ricordi quei ragazzi”.

 

Il libro di Serafino Anzola detto “Ciribola”, costato tre anni di lavoro e pubblicato dalla sezione A.N.A. Cuorgnè

 

Il libro di Ciribola sulla Prima guerra mondiale di Ivrea, comprende due volumi per un totale che supera le mille pagine.  “TUCC UN” (il titolo è mutuato dal motto del Battaglione Ivrea) racconta “Vicende e Uomini del Battaglione Ivrea attraverso un Secolo di Storia d’Italia” ed “Include i Battaglioni Canavesani Val d’Orco e Monte Levanna nella Grande Guerra”. La parte dedicata alla Prima Guerra Mondiale ne rappresenta più della metà: grazie alla precisa ricostruzione di movimenti e dislocazioni delle truppe nei vari periodi e nelle diverse parti del fronte, diventa possibile, per chi sia interessato a farlo, ricostruire la storia militare dei propri nonni o bisnonni combattenti. Nomi come Pasubio, Ortigara, Vodice, Monte Rosso, Monte Nero – uditi tante volte ma senza saperli collocare in un elenco ordinato – si possono finalmente collegare a date ed azioni precise.

E’ un’opera scevra dalla retorica guerresca che spesso accompagna le rievocazioni della Grande Guerra. Dà invece risalto al valore ed all’abnegazione di un numero immenso di soldati, capaci di sacrificarsi fino in fondo per salvare i propri compagni feriti come per conquistare una cima che verrà nuovamente perduta il giorno successivo. Questa lotta strenua però viene portata avanti senza nessun compiacimento od auto-esaltazione: i gesti eroici arrivano da eroi diventati tali per caso, che non si trovavano lì per scelta ma per costrizione  e che per i soldati nemici provavano piuttosto pietà che astio. Questo non toglie nulla alla loro grandezza ma mette in risalto, per contrasto, i limiti e le colpe degli Alti Comandi.

Uscito nel 2013, il libro non ha avuto grande diffusione tra il grosso pubblico ma la meriterebbe. Come ha scritto l’autore nella sua Prefazione “copre un quasi secolare vuoto storico-letterario”. Se sulla Seconda Guerra Mondiale la produzione libraria è ampia e variegata, per quanto riguarda la Prima Guerra non è così: solo nelle zone che furono coinvolte direttamente nei combattimenti (le librerie di Trentino e Friuli pullulano di testi anche molto specifici sulla materia) sembra essersi mantenuta negli anni la volontà di studiare ed approfondire le vicende di quel periodo.

 

 

 

Prima grande Guerra: Finalmente si comincia a parlarne

 

Finalmente si comincia a parlare della “Grande Guerra”… Domenica prossima ricorrerà il centesimo anniversario dell’ingresso dell’Italia nel conflitto e, come già era accaduto lo scorso anno per l’inizio della guerra nel resto d’Europa, l’argomento era stato finora sorprendentemente trascurato un po’ a tutti i livelli. Eppure sarebbe importante discuterne: per ricordare; per rendere omaggio alle vittime; per trarne insegnamenti ed ammonimenti rispetto al nostro presente ed al nostro immediato futuro.

Mai come oggi quella tragedia lontana è apparsa vicina, per le inquietanti analogie tra la situazione di oggi e quella di allora. La fase di regresso e di ripiegamento su sé stessa che la civiltà europea ed occidentale sta vivendo – non tanto a causa degli attacchi dall’esterno quanto per la propria incapacità di ragionare su sé stessa uscendo da schemi prefissati – avvicinano in modo preoccupante la realtà attuale a quella di allora. Se per lungo tempo si è potuto guardare a quel conflitto come ad un capitolo di Storia senza legami con il presente, oggi non è più così. Trenta, quaranta, cinquant’anni fa, l’Europa era divisa in due blocchi contrapposti che tuttavia non erano così insensati da pensare seriamente di passare dalla Guerra Fredda  ad una guerra vera e propria. E la parte occidentale del continente, pur tra crisi e contraddizioni, aveva avviato un processo di unificazione apparentemente senza ritorno, che sembrava voler unire i popoli oltre che le monete.

Si può ancora dire che sia così?

Già l’Ottantesimo anniversario dell’inizio del conflitto era stato accompagnato da scricchiolìi sinistri: un nome – quello di Sarajevo – che si riteneva cristallizzato per sempre a simboleggiare una tragedia ormai consegnata agli archivi, era tornato ad essere il simbolo di una tragedia presente. Di fronte alla guerra in Croazia ed in Bosnia, il rassicurante assioma sul quale si era adagiata l’Europa per decenni  (“Non ci sono più stati conflitti  sul nostro suolo dopo il 1945”) si rivelava menzognero, frantumando certezze consolidate  e lasciando intravedere  scenari inquietanti che, a distanza di vent’anni, si sono precisati.

L’Europa del 1914 ( e l’Italia del 1915) erano in mano ad una casta di generali senza principi e senza scrupoli, cui una classe politica mediocre e codarda aveva di fatto ceduto i poteri, autoriducendosi al ruolo di comprimaria. Nelle mani di un pugno di uomini stava il destino di milioni di sudditi senza diritti: i veri nemici dei combattenti non erano i soldati degli eserciti contrapposti ma i loro stessi comandanti ed i veri bersagli degli Stati Maggiori erano i propri sottoposti, da usare come pedine e da gettare allo sbaraglio con indifferenza e disprezzo.

Cent’anni dopo un’Europa formalmente unita e democratica si ritrova di fatto in mano ad una casta di finanzieri e di burocrati, che sembrano avere come scopo principale quello di affamare ed umiliare i popoli. Di nuovo gli stati-nazione si schierano gli uni contro gli altri – nordici contro mediterranei, ricchi contro poveri – ed i più forti, invece di dare una mano a quanti sono caduti in basso per aiutarli a risollevarsi, spingono le loro teste sott’acqua per farli annegare.

Sono passati cento anni ed il contesto è totalmente diverso ma queste analogie dovrebbero far paura. Studiare e raccontare la Storia, riflettere e far riflettere su ciò che accadde, sarebbe il primo e fondamentale passo per cercare di invertire in tempo la rotta e di scongiurare nuove catastrofi negli anni a venire.

 

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