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COSA NASCONDE “RADICATA”?

Nello scorso articolo abbiamo parlato di “Radicata”, la città sorta sui colli di San Sebastiano Po e scomparsa nel 1278 per una disputa legale con i Chivassesi, conclusasi con la distruzione del Castello, della Chiesa ed in seguito perdendosi addirittura la memoria del luogo e rintracciata solamente nel 1914 dal ricercatore Vincenzo Druetti. Riassumendo la sua topografia e ciò che tutt’oggi rimane di essa, apriremo una nuova ed inedita questione che sicuramente merita tutta la nostra attenzione. Nell’enumerazione e nella descrizione delle terre e possessioni relative a Radicata, apprendiamo che la città sorgeva in riva al fiume Po. Fatta questa prima constatazione rimane da stabilire su quale delle due sponde fosse collocata. Tra i confini indicati, abbiamo, oltre al fiume Po, il torrente Leona, che scende dai colli di Casalborgone, lascia a destra Moriondo, tocca il Colombaro e si getta nel Po, poco lontano, verso mattina, dalla Caserma, nel territorio di Lauriano. Altri confini, altrettanto preziosi, sono la strada che tende a Moriondo “strata que vadit versus Montem rutundum”, l’altra strada per la quale si va da Casalborgone al Porto di Radicata “per quam itur a Castroburgono versus portum Radicate”, ed una terza strada “que vadit versus Ciavaxium”: le prime due sulla riva destra del Po, la terza certamente sulla sinistra.

 

Quest’ultima strada era detta dai Chivassesi la “Strada di San Sebastiano”: partiva dal porto di San Sebastiano (o di Radicata) e serpeggiando per qualche chilometro, attraverso il territorio di Chivasso, veniva a congiungersi con la strada che da Chivasso tendeva a Vercelli per Rondissone. Era classificata tra le strade comunali e doveva avere una larghezza di trabucchi due. Da questo percorso di San Sebastiano partiva la cosiddetta “Strada del Duomo”, che attraversando, con direzione verso mezzanotte, il territorio di Chivasso, raggiungeva quello di Caluso e proseguiva per Ivrea. Si chiamava “Strada del Duomo” perché serviva agli abitanti di San Sebastiano e di Casalborgone, le parrocchie dei quali erano soggette alla giurisdizione del Vescovo d’Ivrea, per recarsi al Duomo ed alla Curia Vescovile. Di questa strada, conservatasi fino alla fine del secolo XVIII, rimangono tuttora parecchi tratti, che permettono di ricostruirne l’antico percorso. Quindi dalle risultanze suaccennate, si può, senza tema di errare, trarre la conclusione che il territorio di Radicata si estendeva per la massima parte sulla riva opposta, cioè alla sinistra del Po, presso il confluente del torrente Leona, che forse ne segnava il confine verso mattina e per una parte sulla riva opposta, cioè alla sinistra del Po e comprendeva il piano tra i colli ed il fiume presso le strade che dal fiume stesso tendevano e tendono a Casalborgone e a Moriondo e quel tratto di collina e di pianura che si trova tra la “Villa” di San Sebastiano Po, dall’una parte (cioè verso sera) e Moriondo, frazione dell’attuale comune di San Sebastiano Po dall’altra, cioè verso mattina. E, come si era detto in precedenza, si può ancora dedurre che il Castello e la Chiesa di Radicata, sorgessero sui colli soprastanti al Colombaro, tra la strada di Casalborgone ed il piano ( o Regione) detta “Reale”, e che il Porto di Radicata altro non fosse che il Porto detto poi di San Sebastiano. Infatti anche il Siccardi, nel “Ius municipale Clauassiensum”, pubblicato nel 1525, dove parla delle vie pubbliche di Chivasso, apprendiamo che il “Porto di Radicata” era anche detto “Porto di Reale”, il che conferma che la Regione di Reale corrispondeva in tutto o in parte al territorio di Radicata. Individuati quindi i ruderi del castello di Radicata, la Chiesa, su cui ora sorge il podere che fu nel 1872 proprietà di Giovanni Capella e parte del cimitero di Radicata, venuto alla luce durante la sua costruzione, veniamo a conoscenza, del tutto casualmente, di un fatto ad essa strettamente legato, come spesso accade nelle ricostruzioni storiche.

 

Nei primi anni del 1900, Il Barone Winterman, era proprietario del Castello di Monteu Roero, che veniva anticamente chiamato “Monte Acuto” (dal latino Mons Acutus ), a causa della sua posizione strategica. Posizionato in alto, sulla cima di una collina scoscesa, il Monte Acuto, oltre ad assicurare una splendida vista sul Roero, territorio nel quale è inserito, garantiva la supremazia strategica, la sicurezza della fortezza e dei suoi stessi abitanti. Un giorno, il Barone, decise di riordinare la sala dell’ampia biblioteca, incaricando un bibliotecario, esperto nella catalogazione, di salvaguardarne quell’enorme patrimonio storico. Così si diede inizio ad un enorme e lungo lavoro che richiese diversi mesi e che però, devo dire personalmente, essere un mestiere davvero appassionante. Durante il lavoro, il bibliotecario, riordinando un grosso volume, notò che lo spessore della parte superiore della rilegatura, era circa il doppio della parte inferiore. Cosa del tutto insolita per un professionista. Unica soluzione, provare lentamente con un affilato taglierino a mettere alla luce l’interno della pelle dell’antico volume, facendo in modo che gli addetti alla rilegatoria, in caso si fosse trattato di un errore di valutazione, sarebbe stata immediatamente pronta ad intervenire. Con stupore, invece, se ne trasse un foglio di pergamena ingiallito dal tempo e coperto di segni apparentemente incomprensibili. Immediatamente il bibliotecario mostrò il foglio al Barone, che a sua volta incuriosito, glielo restituì ordinando di decifrarne il contenuto, ottenendo il permesso di farsi aiutare da un esperto, Docente di Lettere Antiche dell’ Università di Torino. Tengo a precisare che copia di questo documento è in mio possesso. Tradotto, dopo un lungo periodo di studi su varie antiche lingue e codici segreti, se ne svelò finalmente il mistero sfruttando uno tra i testi più antichi: “L’alfabeto di Salomone”.

 

Non staremo in questa sede a spiegarne i meccanismi, ma la traduzione che si può leggere in quella pergamena ingiallita, possiede veramente dell’incredibile. Si narra di un gruppo di Spagnoli in ritirata dal Monferrato ormai ridotti ad uno sparuto e stremato gruppo che si portava con fatica appresso un ingente bottino razziato in qualche castello o abbazia della zona, con stilato un elenco preciso di ogni bene sottratto. Dopo l’elenco, la firma del compilatore: Pedro Garcia De Narbosa, con a fianco un simbolo che poteva forse attribuirsi alla sua appartenenza ad un ordine massone. Ciò che questo gruppo di spagnoli aveva seppellito frettolosamente e con grande fatica durante la notte, comprendeva 18 sacchi di monete colme d’oro, un forziere contenente monete d’argento, collane e altri oggetti in oro, un Pastorale, sempre in oro, due tavolette d’argento con intrecci d’angeli lavorati a sbalzo, un codice miniato in pergamena con copertina d’argento, anch’essa lavorata a sbalzo e indorata, rappresentante scene della Passione. Infine un Codice Graduale, contenete i graduali stessi, le antifone, i versetti, la copertina in oro costellata da pietre preziose.  Il Barone Winterman incaricò i traduttori di individuare la località per poter effettuare qualche ricerca e verificare la veridicità del documento ritrovato. I ricercatori si dimostrarono abili nel loro lavoro di traduzione, ma peccarono alquanto nell’individuazione della possibile località.

 

I punti di riferimento che Pedro Garcia De Narbosa,  a suo tempo indicò, per quanto possano essere vaghi, a me sono risultati abbastanza precisi. Nella pergamena, risalendo, secondo gli esperti, al tardo medioevo, i bravi traduttori, iniziarono e continuarono le ricerche in due zone, a mio avviso, completamente errate. Lo Spagnolo parla esplicitamente di una torre, dei ruderi e un paese abitato  sottostante. Tre querce segnerebbero il punto dell’occultamento e da quell’altura è ben visibile il fiume Po. Ora, i due esperti in traduzioni, cominciarono dalla Torre posta sulle alture di Monteu da Po, ma questa torre di avvistamento non permette nessuna visuale sul fiume e tantomeno è provvista di ruderi. Anzi, al tempo dell’occultamento dei preziosi, doveva essere perfettamente funzionante, con i relativi cambi di guardia e delle tre querce, seppure sappiamo essere secolari, non ve ne era nemmeno l’ombra. E cosa dire dei resti, secondo il parere dei traduttori, della città romana di Industria, relativamente sottostanti e venuti alla luce solo grazie al Conte Morra di Lauriano, secoli dopo? Se invece ci si inoltra nel bosco dove vi sono i ruderi rimanenti di Radicata si ha una visione chiara e limpida del Po, due delle tre querce continuano a troneggiare e l’antica torre che Il Garcia vide all’epoca, non è altro che quella fatta abbattere nel 1780 dal Conte Novarina. L’attuale proprietario che ha utilizzato come abitazione una parte, in origine riservata al fattore del castello come abitazione, oltre ad avermi confidato personalmente che le feritoie da cui ha ricavato le finestre della sala, erano state ancora utilizzare nell’assedio del 1704, ed è anche perfettamente conscio che da immemorabile tempo si tramanda che numerosi preziosi siano nascosti tra quei ruderi da un gruppo di soldati spagnoli che allora dilagavano in Monferrato senza che io gli facessi alcun accenno all’esistenza di un documento. Se poi esaminiamo la lista del Garcia, possiamo tranquillamente dedurre che tali preziosi reperti, provenissero da un’abazia, più che da un castello, che avrebbe comportato un assedio e di una strenua difesa prima di essere espugnato. Più semplice e meno pericoloso depredare un’abazia, ed esaminando il percorso, non può trattarsi, a mio avviso, che dell’Abazia di Santa Maria in Vezzolano.

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Blogger: Fabrizio Bacolla

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