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Ambulanze all'ospedale di Bergamo

CORONAVIRUS. Medici di Bergamo, la paura ammutolisce i malati

“La paura ammutolisce i pazienti, si spaventano di chiedere notizie sulle loro stesse condizioni, se sono gravi, se possono sperare, se migliorano, se peggiorano.

Non domandano niente, subiscono gli eventi. Anche i giovani si comportano così”.

Renata Colombi, responsabile del Pronto soccorso dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, racconta dei malati di Covid-19 che da 20 giorni arrivano a decine nella struttura sanitaria, in media 60 al giorno, con un picco di un centinaio il 16 marzo.

“Quando arrivano qui hanno tutti già la polmonite. Chi è più grave lo teniamo nei letti che abbiamo allestito in pronto soccorso fino a che non si liberano posti in terapia intensiva.

Nel giro di pochissimo tempo stiamo registrando un comportamento totalmente diverso dei pazienti verso gli operatori sanitari – dice – prima del Coronavirus chi veniva in pronto soccorso aveva già letto sul web informazioni e ci faceva l’interrogatorio su che cosa gli avremmo fatto, sui farmaci, le terapie.

Il tono non era collaborativo. Adesso non c’è più nessuna ostilità: si affidano a noi ciecamente, si mettono nelle nostre mani”.

Pur nella drammaticità della situazione, Renata Colombi sottolinea l’importanza di questo cambiamento di passo nel rapporto fiduciario medico-paziente: “Ho detto ai miei colleghi, agli infermieri con cui lavoro, ‘prendiamo il buono di questo momento, godiamocelo, ora le persone sono tornate a fidarsi di noi’, e spero che continuino così anche quando il Coronavirus smetterà di fare paura e tutto sarà alle spalle”.

Colombi, 52 anni, da sempre al Papa Giovanni, lavora in Pronto soccorso con un gruppo di 30 medici e 70 infermieri, e si alterna tra i turni nella shock room e l’ufficio da dove organizza il lavoro. Tre medici e circa 15 infermieri del team sono in quarantena, nei ultimi giorni sono arrivati a dare un aiuto tre medici dell’Esercito ma non hanno specializzazioni specifiche sul fronte del Covid, quindi non possono lavorare se non con i colleghi esperti.

“Tra una settimana o due andranno via e arriverà qualcun altro, servirebbero molte più forze. Ma io lo voglio dire, noi non ci sentiamo eroi, facciamo questo lavoro tutti i giorni, da sempre, spero che adesso la gente capisca. Certo siamo stanchi, ma siamo un gruppo affiatato, il Covid ci ha unito ancora di più, andiamo avanti con l’adrenalina e la spinta della passione per questo lavoro”.

E non può fare a meno di riferire con piacere il pensiero dei cittadini di Bergamo che inviano continuamente in ospedale pizze, dolci e biglietti di ringraziamento per tutto quello che stanno facendo. “Poi arriva la sera – conclude – e dopo ore e ore passate in ospedale, togliamo tutte le protezioni di sicurezza, ci cambiamo, ci laviamo.

Torniamo a casa e stiamo a distanza da mariti, genitori, figli, per paura di portargli il virus. E’ così per tutti noi, ci sono colleghi che non vanno a trovare i genitori da 20 giorni per paura, con i figli non ci abbracciamo, mariti e mogli dormono separati. Siamo noi i primi a seguire le regole. A casa torno in scooter, ho bisogno di aria, di respirare, mi sembra che il vento mi pulisca”.

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