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CIRIÈ. Isteria e sangue, da Piazza San Carlo all’ospedale

All’1.30 di sabato notte il cielo sopra Ciriè è nero.

Piove sempre più forte. Durerà solo 20 minuti, ma tanto basta per bagnare i vestiti e mischiarsi al sangue. Il bianco e il nero, colori storici della Juventus, si sporcano di rosso cremisi. All’ospedale di Ciriè sono già arrivate quasi 50 persone da piazza San Carlo a Torino. Chi in ambulanza, chi in taxi. Qualcuno perfino in pullman, scortati da polizia e carabinieri. Nessuno è gravissimo, ma tutti sono ammutoliti.

Quasi tre ore prima c’era lo spettacolo di una finale di Champions League, poi d’un tratto è arrivato il terrore. L’isteria, nella sua forma più spaventosa. Intorno alle 22.30 cade una transenna, rimbalza sulle scale e a qualcuno sembrano spari, sembra una bomba. Non si sa cosa sia ma fa paura, paura di rivivere anche a Torino quel che si sta vivendo un po’ ovunque in Europa. È lo spettro del terrorismo. La gente comincia a correre, i vetri delle bottiglie si infrangono e colpiscono indistintamente bambini, adulti, donne. I più fortunati corrono via, altri finiscono per terra, calpestati. Le cronache parleranno di 1.500 feriti, alcuni gravi e tra questi un bambino di 7 anni. 30mila persone uscite di casa per guardare una partita, 1 su 20 finita in ospedale.

Il pronto soccorso sembra una tifoseria, ci sono sciarpe, maglie e cappelli bianconeri dappertutto. Eppure nessuno tifa più, i più religiosi pregano e gli altri aspettano in silenzio il fratello, la ragazza, la sorella, l’amico di sempre. Qui c’è tutta l’Italia, accomunata da un solo destino. Valerio di Venaria, Andrea di Como, Nicola dalla provincia di Siena, Francesco da Varese, Nicola da Reggio Emilia. Hanno tutti sui 20/25 anni. C’è anche qualche minorenne. Pallidi, hanno vissuto poche ore prima un’esperienza che li segnerà per tutta la vita.

Sembravano colpi di mitraglia – dicono Valerio Raimondi di Venaria e Andrea Sterlin di Como -. Ci siamo accorti dopo che si trattava di una ringhiera che rimbalzava sulle scale, la gente ha iniziato a correre, i ristoranti chiudevano le porte in faccia a tutti, anche le ambulanze erano in panico”. Panico, panico, panico, questa parola ripetuta così tanto che ormai non se ne capisce neanche più il senso. “Non siamo pronti ad una cosa del genere”. Ne sono convinti, e sono convincenti.

Valerio aspetta la sua ragazza, rimasta ferita per una frattura ad un dito. Un’altra amica è sparita nella ressa, per qualche minuto non s’è fatta sentire. Ha perso il cellulare, ma ha trovato il modo di contattare gli amici per tranquillizzarli.

Non mi stupirebbe fosse scappato il morto – proseguono cupi – Donne e bambini urlavano, è stato un degenero. Ho visto persone tirare pugni alle vetrine gridando “ci uccidono tutti”.”. Al solo raccontarlo, rabbrividiscono ancora.

Nella sala d’aspetto c’è Nicola Dionisi, da Siena. “Ero dalla parte sinistra del maxi schermo – ci dice -. La folla ha cominciato a muoversi verso il centro della piazza, non capivo cosa stesse succedendo, non ho sentito nulla. Tutti correvano, ho preso uno spintone e sono finito per terra”.

Ha fasciature su ambedue le gambe ma non si lamenta, sa bene che poteva andargli peggio. Vicino a lui Nicola Germani, da Reggio Emilia. Uno dei tanti giovani caduti su frammenti di vetro di bottiglie di birra rotte. “Ero al centro, abbastanza avanti – spiega -. Non ho sentito nessun rumore, la gente ha cominciato a spingere e non capivo il perché. Sono scappato ma sono caduto, atterrando su una scheggia di vetro. Sono stato fortunato”. Francesco Vini, da Varese, se ne sta per andare via insieme a due ragazze. È stato soccorso, ora vuole riposare. “Eravamo alla destra dello schermo – dice -. Abbiamo sentito un rumore metallico forte e prolungato, ci siamo girati verso sinistra e abbiamo visto tutta la folla che ha cominciato a correre, a saltare l’uno sopra l’altro, a calpestarsi. Non sono riuscito a sentire mio fratello per due ore, ci siamo tagliati con le bottiglie di vetro”.

I soccorsi continuano per tutta la notte, in un silenzio innaturale. Nella testa rimbombano i pensieri, sono più forti delle parole.

manuel.giacometto@gmail.com

 

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