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IN FOTO Secondo Martinetto in azione sul colle dell’Izoard, Tour de France 1927 (Archivio Amici della Cartolina, Ciriè)
IN FOTO Secondo Martinetto in azione sul colle dell’Izoard, Tour de France 1927 (Archivio Amici della Cartolina, Ciriè)

CIRIÈ. Ciclisti d’altri tempi Brunero, Enrici, Martinetto: i campioni di Ciriè

La dicitura in basso della foto recita: «Giovanni Brunero, l’asso della nuova generazione ciclistica che, vincendo da lontano il XII Giro del Piemonte, si portava alla testa del Campionato ciclistico su strada».

E lui, il Gioânin di Ciriè, il volto riflessivo, la scriminatura fra i capelli, la maglia della Legnano Pirelli indosso mentre impugna la bici, occupa tutta la copertina su Lo Sport Illustrato del 1° maggio 1921, il settimanale di La Gazzetta dello Sport, che «esce ogni domenica» al costo di 1,30 lire.

Sono i mass media dell’epoca a diffondere lo sport fra la gente, ed il ciclismo è sport di massa che ognuno può praticare, perché nella vita lavorativa quotidiana, nello svago del dì di festa, la bicicletta è lo strumento più usato, è la moda che contagia soprattutto il proletariato, mentre la borghesia cittadina di fine Ottocento ne è stata la pioniera, la divulgatrice di questo rivoluzionario veicolo che permette di spostarsi anche a lunghe distanze.

Le sfide nascono per contagio, e ci si accorge che per chi possiede garretti buoni, coraggio e spirito d’avventura, partecipare alle gare può essere un buon investimento economico.

Poi ad emergere sono i più talentuosi, certo, ma intanto la febbre e la passione per le corse si allarga, gli organizzatori ne allestiscono in misura sempre maggiore a mano a mano che il campo dei partenti si infoltisce, la gente li aspetta per ore sul percorso ed all’arrivo.

L’aspetto sanguigno e la semplicità delle sue regole in breve ne fanno uno sport popolaresco, proprio perché non richiede che lo si vada a cercare, ma è lui stesso che viene a trovarti nella strada impolverata e ghiaiosa davanti all’uscio di casa.

E che dire delle biciclette, che nella prosa figurata dei cronisti diventa il «cavallo d’acciaio»? Neppure parenti lontane di quei – per noi contemporanei – ferrivecchi usati da Coppi e Magni; l’aspetto da corsa l’hanno solo nel manubrio ricurvo, per il resto sono assemblate da tubi d’acciaio e cerchi di ferro, pesano mediamente tredici-quattordici chili, portano il parafango, le gomme sono di cinque-seicento grammi, hanno un pignone unico ed il cambio di velocità non esiste.

Le squadre che forniscono contratti ed assistenza si chiamano Ganna, Wolsit, Stucchi, Maino, Bianchi, Legnano, tutte aziende costruttrici di biciclette; i campionissimi sulla bocca di tutti sono Costante Girardengo, detto l’Omino di Novi o semplicemente il Gira, piemontese di Novi Ligure, e qualche anno dopo Alfredo Binda, lombardo di Cittiglio; poi ci sono gli altri, i campioni: Belloni, Bottecchia, Brunero, Aymo, Sivocci, Linari, Gremo, Gay, ed all’estero (ossia Francia e Belgio, perché il ciclismo che conta è appannaggio di queste nazioni, oltreché nostro, e poco altro) imperversano i mitici fratelli Francis e Henri Pélissier, Lambot, Buysse, Alavoine, o il lussemburghese Frantz.

Ed è proprio nel decennio che segue la Grande guerra che uno stretto angolo di territorio, che ha in Ciriè il proprio caposaldo, vede un rigoglio di atleti che fanno parlare e scrivere molto di sé e delle proprie imprese ciclistiche. Ma prima ancora che alla gloria sportiva, come ogni comune d’Italia Ciriè ha celebrato i suoi morti: il 1919 è l’anno che nella chiesa di San Martino trova posto un monumento religioso con i nomi dei Caduti che, quattro anni dopo, il 18 novembre 1923, saranno ricordati per sempre nel monumento bronzeo di piazza Emanuele D’Oria dove un semplice «Ciriè / ai suoi caduti» collocato sul basamento ricorda gli 86 soldati travolti dalla carneficina, chi negli assalti sulle pietraie carsiche, nella melma delle trincee e nei campi di prigionia, e chi vinto da malattia causata dalla guerra.

È pure la stagione dell’occupazione delle fabbriche e del «biennio rosso», dello squadrismo nero, della Marcia su Roma e dell’inizio degli anni mussoliniani.

E le pagine dei giornali torinesi La Stampa e Gazzetta del Popolo riportano, accanto agli eventi sociali e politici che condurranno dapprima al regime, poi alla dittatura fascista, anche le cronache degli assi del pedale che tanto fanno entusiasmare le genti sportive.

Giovanni Brunero, Giuseppe Enrici, Secondo Martinetto. Una triade di campioni dal valore diseguale, ma accomunati da contenuti similari: dapprima sono riconducibili ad uno stretto giro di anni, essendo nati nell’ultimo lustro dell’Ottocento; quindi a Ciriè, città in cui nessuno della terna è venuto alla luce, ma dove Brunero ed Enrici sono germogliati e sbocciati come corridori, e Martinetto vi ha stabilito sia il domicilio sia l’attività artigianale al termine della carriera agonistica.

Giovanni Brunero

Giovanni Brunero è un cavallo di razza che sta immediatamente a ridosso dei grandissimi della storia: 23 vittorie in undici anni di professionismo, dal 1919 al 1929, e quasi sempre di prestigio, come i Giri d’Italia 1921-22-26, la Milano-Sanremo 1922, i Giri di Lombardia 1923-24, i Giri dell’Emilia, del Piemonte, di Romagna, tappe al Giro e al Tour, un’infinità di piazzamenti nelle corse del calendario nazionale. Nasce a San Maurizio Canavese nel 1895 da famiglia operaia, il padre fa il conciatore.

Di carattere riservato, con addosso una ritrosia che lo sfavorisce in un mondo dove l’autopromozione aiuta parecchio in gara e nei rapporti con la stampa.

Di Brunero antipersonaggio Carlo Bergoglio, detto Carlin (e suo coetaneo), il pittore, caricaturista e giornalista cuorgnatese dalla prosa saporita che si legge sul Guerin Sportivo, traccia questo profilo: «Brunero non è di quei corridori che s’incontrino nei tabarins.

Il segreto dei successi strepitosi di questo ragazzo buono, modesto e gioviale, a parte la sua classe altissima, sta nel suo duro lavoro quotidiano di allenamento, nella sua tenacia, tutta piemontese, di lavoratore accanito.

Brunero esce ogni mattina di casa per un aperitivo di cento chilometri e l’aperitivo è più robusto quando si è in vista delle corse. Predilige le strade del suo bel Canavese, ove abito anch’io, canavesano adottivo. In maglia grigia, calzoni corti, capelli al vento, il piccolo ciriacese ha l’aspetto di uno scolaretto in vacanza».

Poi c’è il Brunero agonista, il corridore tagliato per le corse a tappe, costretto dalla connaturata morfologia, dalla personalità e dalla interpretazione che egli dà alla competizione, a privilegiare gli arrivi solitari perché negli sprint di gruppo quasi sempre è piazzato, difficilmente un vincente.

Eppure fin dall’esordio fra i grandi del tempo, la «classe altissima» del piemontese eccelle, il nome si legge sovente nei primi posti degli ordini di arrivo, e nel 1922, al quarto anno di professionismo soltanto, all’indomani della seconda vittoria al Giro, La Stampa Sportiva – settimanale che si pubblica a Torino, come il Guerin, d’altronde – afferma che quanto ha fatto Brunero «in questo Giro d’Italia, ma più quello che poteva fare se i suoi competitori gli restavano alle calcagna, dimostrano che oggi il più forte nostro routier è lui».

Malgrado l’encomio però, il paragone con l’Omino di Novi non regge: «Giradengo si è meritato il titolo di Campionissimo – di tale titolo è degno! – e a questo titolo Brunero non può aspirare, perché qualcuna delle virtù che sono necessarie per giungere su tale culmine gli difettano, ma può pretendere l’eredità dell’astigiano Gerbi, quella che dà il titolo di re della strada».

La Gazzetta del Popolo di lunedì 12 giugno, nell’intera pagina riservata allo sport, titola: «Giovanni Brunero giunge a Milano con sei minuti di vantaggio e vince per la seconda volta la massima competizione ciclistica nazionale».

Il secondo classificato è Bartolomeo Aymo, paesano di Virle Piemonte, e terzo giunge un altro conterraneo, Giuseppe Enrici. L’attacco dell’articolo è pathos autentico: «I viandanti del X Giro d’Italia sono giunti a destinazione. La fatica immane è ultimata; la tournée è compiuta. Viaggio avventuroso e non privo di qualche emozione! La carovana si è assottigliata sensibilmente con l’avvicinarsi della meta».

Ai giornalisti che l’assediano a gara appena conclusa Brunero dichiara: «Credo di avere risposto degnamente alla fiducia di quanti confidavano nell’affermazione di un corridore piemontese».

Un duello, questo fra Brunero e il Gira, che prende avvio già nel ’21, quando il binomio piemontese domina alla grande la Classicissima di Primavera (per la stampa sportiva le iperboli sono una necessità), ossia la Milano-Sanremo, la prima corsa importante della stagione che si disputa nel giorno di San Giuseppe.

Su Capo Mele il ciriacese parte di volata con dietro Girardengo, poi su Capo Berta è il Campionissimo (titolo che erediterà un paio di decadi successive Fausto Coppi, di Castellania, una manciata di chilometri sopra Novi Ligure) che sferra l’attacco decisivo con il solo Brunero a resistergli; nella città dei fiori primo è Girardengo davanti a Brunero: hanno corso i 286,5 chilometri in nove ore e mezzo alla media di 30 all’ora.

Nemmeno tre mesi dopo, il 12 giugno, Brunero arriva a Milano trionfatore del suo primo Giro d’Italia, e l’anno successivo altro Giro vinto, come già ha fatto alla Milano-Sanremo in primavera, ma con l’ordine di arrivo invertito rispetto all’anno precedente: dopo aver fatto nuovamente il vuoto dietro di loro, sul traguardo primo è Brunero, secondo Girardengo, che piomba a terra a 200 metri dal traguardo perché un addetto al servizio d’ordine, «un pazzoide, di quelli che si muniscono di bandierina per occupare a tutti i costi un posto privilegiato all’arrivo» – a raccontarlo è Emilio Colombo sulla Gazzetta rosea – taglia la strada quando lo sprint è già lanciato.

Poi Brunero è il primo ad offrire l’omaggio abbracciando e confortando il Campionissimo – che di Sanremo ne vincerà sei in totale, un record che durerà per mezzo secolo. L’anno seguente, il 1923, il «corridore di Ciriè» come scrivono i giornali (dimenticando, forse per ignoranza, la natia San Maurizio), al Giro è secondo dietro al solito Girardengo, ma è in trionfo nella Corsa della foglie morte, come metaforicamente viene definito il Giro di Lombardia, che chiude la stagione alla fine di ottobre.

L’«inviato speciale» della Gazzetta del Popolo, Ermete della Guardia, commenta da Milano il 28 ottobre – quel giorno anche Benito Mussolini, capo del fascismo trionfante e Primo ministro, si trova nella capitale meneghina per festeggiare il 1° anniversario della Marcia su Roma – con un lungo articolo in cui il regionalismo diventa componente essenziale della vittoria: «Tocca sovente ai forti figli del Piemonte di cogliere allori nei campi delle competizioni sportive: si è stabilita perciò una simpatica solidarietà ed una perfetta camaraderie tra quanti si adoperano e contribuiscono a tener alto il nome della regione subalpina».

Brunero quel giorno taglierà il traguardo del velodromo Sempione dopo nove ore e mezzo di faticacce, percorrendo i 250 chilometri alla media di 26 all’ora, su e giù per i colli della Brianza e del Comasco; sono partiti alle sei e un quarto del mattino, e per gran parte della gara la pioggia «è implacabile. Si corre sotto il diluvio, attraverso un uniforme, opprimente scenario grigio, plumbeo». Salta il Giro d’Italia del ’24 per preparare il Tour, che abbandonerà alla dodicesima tappa quando è terzo in classifica.

Quell’edizione la corsa francese se l’aggiudica il trevigiano Ottavio Bottecchia – si ripeterà anche l’anno seguente –, ma il ciriacese lascia il marchio del fuoriclasse nella tappa alpina Nizza-Briançon di 275 chilometri, percorsi in 13 ore, cosa d’altri tempi.

Il quotidiano subalpino apre la pagina sportiva con un perentorio «Giovanni Brunero vince da gran campione la tappa più severa del Giro di Francia» e dà rilievo in un titoletto di colonna a «Un po’ di Piemonte in Francia»; e c’è davvero parecchio Piemonte: sia nell’impresa di Brunero sia nella prosa del giornale se il «campione nostro si è assunto il compito di dimostrare in terra di Francia il valore del ciclismo italiano», e fedele alla parola data «Brunero oggi ha vinto: ha vinto quasi al confine della sua terra, davanti al suo pubblico che lo salutava entusiasticamente col caro idioma paesano».

Succede quando Brunero si lancia all’inseguimento di Frantz lungo i tornanti dell’Izoard, lo bracca, l’agguanta in discesa poi attacca; il lussemburghese non molla, finché, oltre una curva, «ecco le care voci della patria, ecco affluire lungo la strada la carovana dei ciclisti venuta incontro ai connazionali. ‘Gioânin, Gioânin’… e il caro ragazzo nostro, al dolce richiamo, trova ancora tanta energia per staccare definitivamente il rivale». Richiamo patriottico, enfasi, immaginazione epica e retorica, tutti ingredienti per esaltare la prova del corridore piemontese in terra straniera. L’ultima grande vittoria Brunero la ottiene aggiudicandosi il Giro d’Italia 1926, all’età di 31 anni, quando lascia il giovane Binda, secondo, staccato di un quarto d’ora.

La Gazzetta del Popolo del 7 giugno apre la prima pagina titolando: «Il Re ha passato in rivista le truppe di Roma in occasione della festa dello Statuto», e di spalla, ad occuparne l’altra metà, la notizia che «Il Giro d’Italia è terminato.

Brunero vince la corsa e Binda giunge primo a Milano». Commenta il foglio torinese: «Brunero ha dimostrato in ogni occasione di sapersi battere in questo Giro», ma gli anni passano «anche per un campione come Brunero. La sua freschezza, la sua regolarità dicono però della sua classe e della sua preparazione».

La parabola sportiva ha raggiunto il culmine. Ancora un paio d’anni a pedalare davanti con i grandi del suo tempo, poi l’apertura a Ciriè di un’officina e di un commercio di automobili, quindi, nel ‘31, il matrimonio con Matilde Genta, una ragazza di San Maurizio. Ciò che la sorte gli ha dato in fortuna e onori presto glielo toglierà la morte, che giunge repentina in forma di tubercolosi polmonare il 23 novembre 1934, quando il campione tanto acclamato ha da poco compiuto 39 anni.

Nel necrologio che il quotidiano sportivo francese L’Auto gli dedica, si legge che «il ciclismo transalpino è in lutto» per la perdita di «uno dei suoi grandi campioni del dopoguerra»; mentre Eberardo Pavesi, già suo direttore sportivo alla Legnano, nel risaltare su Il Ciclismo sia il campione sia l’uomo, conclude nostalgicamente con una promessa: «Lo ricorderemo ogniqualvolta ci occorrerà di insegnare ai giovani come si può e si deve correre». Un bell’epitaffio, sobrio e asciutto, come ama la gente di queste contrade.

Giuseppe Enrici

Giuseppe Enrici sta decisamente qualche gradino più in basso rispetto a Brunero, sia come palmarès sia in classe atletica, ma quasi sempre figura tra i primi negli ordini di arrivo delle maggiori corse in quel torno di anni. Nasce nel Nuovo Mondo allo spirare del secolo in una famiglia di emigranti, nel 1898, a Pittsburgh, Stato di Pennsylvania.

Al ritorno dei genitori a Ciriè, in regione Remondi (erano imparentati coi Rubatto del quartiere della Biancheria), il giovane Enrici si appassiona alla bicicletta e si iscrive all’Unione Sportiva Ciriacese. Le prime corse, le prime vittorie importanti da dilettante e, nel ’22, il salto di qualità nella categoria superiore: è 3° al Giro d’Italia, a un’ora e mezzo dal vincitore Brunero ma primo degli juniores. Una foto scattata all’arrivo di Milano lo mostra ridente, il volto sbarazzino, gli occhialoni che proteggono dalla polvere alzati sul berrettino con la visiera sulla nuca. La Gazzetta del Popolo offre una nota di colore del suo inviato che ha avvicinato i protagonisti all’hotel Genova: «Enrici non si pronuncia invece sul risultato della grande corsa a tappe. È occupatissimo a studiare il “menu” della cena e preferisce, da uomo pratico, dare l’attacco ad un mastodontico piatto di pasta asciutta».

Ma l’autentico piatto forte il ciriacese dai natali americani lo gusterà un paio di anni dopo con la vittoria finale del Giro d’Italia. Il 1924 è un anno particolare per la corsa rosa – e non solo: pochi giorni dopo la conclusione della gara ciclistica, il 10 giugno, il deputato socialista Giacomo Matteotti verrà massacrato dai manganellatori squadristi di Amerigo Dumini e il Duce compirà un altro importante passo verso la dittatura –, snobbato com’è dalle squadre professionistiche che rifiutano il nuovo regolamento della corsa e contestano l’ingaggio economico; assenti dunque i Girardengo, Brunero, Belloni e Bottecchia, c’è spazio per gli outsider; l’occasione della vita che Enrici fa sua e dove, non essendoci le Case ciclistiche al seguito, quasi tutti corrono come «isolati», o «diseredati», paradigmatica denominazione che La Gazzetta dello Sport affibbia a questi faticatori del pedale.

Enrici vince due delle dodici tappe di un Giro d’Italia mai stato cosi lungo in precedenza: 3611 chilometri corsi dal 10 maggio al 1° giugno (un giorno di gara ed il successivo di riposo).

Si impone a Foggia e L’Aquila, giunge due volte secondo e due altre terzo, per sei giorni è leader della classifica (la maglia rosa verrà introdotta solo nel 1931, simbolico colore del giornale organizzatore).

La Domenica Sportiva dell’8 giugno 1924 presenta il vincitore in un realistico disegno a colori che occupa l’intera copertina, definendolo «il quadrato atleta ciriacese che il XII Giro d’Italia ha rivelato campione di gran classe». Nelle pagine interne di questo «settimanale illustrato de La Gazzetta dello Sport» dal costo di 40 centesimi, il grande Carlin, alludendo che la mancanza di Case ufficiali ha favorito l’iniziativa individuale, sfoggia epica e lirismo nel suo commento: «Cos’è che ci appassiona nello sport, cos’è che ci dà il brivido di commozione, cos’è che ha favorito l’enorme diffusione dei ludi sportivi e il continuo orientarsi delle folle verso le passioni sportive? La battaglia. […] Il Giro d’Italia di quest’anno, riportando lo sport alla drammaticità di un combattimento senza soste, incerto, accanito, al minuto primo, ha raggiunto un magnifico risultato di rinascita. Chacun pour soi, Dieu pour tous, ecco la nuova divisa di questa impresa».

E sempre in quella edizione, alla corsa viene iscritta una donna – irripetuto esempio di partecipazione femminile in un mondo, all’epoca, duramente maschile –, soprattutto per creare attrazione fin dall’inizio, considerato il forfait dei grandi nomi.

Si chiama Alfonsina Morini sposata Strada, ha 32 anni ed è bolognese, di famiglia poverissima. Questa coraggiosa ed anticonformista rappresentante dell’altra metà del cielo che cerca nello sforzo atletico il riscatto da una grama giovinezza e da un matrimonio infelice, sarà protagonista di un exploit encomiabile giungendo al traguardo di Milano trentunesima, a 28 ore da Enrici, ma lasciandosi alle spalle due maschietti oltre agli altri cinquantasette che hanno abbandonato lungo le tappe precedenti. Il guadagno dei suoi sforzi è una fortuna: 50 mila lire, ossia, più di tutti.

Quel Giro d’Italia Enrici lo conquista non per classe superiore, per tattica o per doti di passista, ma in virtù – narra l’inviato della Gazzetta del Popolo – di «una resistenza a tutta prova», e della qualità di «magnifico grimpeur», due fattori che gli hanno permesso di stroncare gli avversari nei finali più limacciosi.

Termina la carriera professionista con un bilancio di otto vittorie, le ultime due colte nel 1928, in Provenza, dove di lì a poco andrà a stabilirsi, per sempre. Morirà infatti a Nizza il 1° settembre 1968, all’età di settant’anni.

Secondo Martinetto

Gli amici si divertono a far circolare la battuta: – Chi ha vinto la corsa? Secondo Martinetto! Ma qual è il nome del vincitore? Secondo Martinetto! Di amici e sportivi che per lui si entusiasmano, Secondo Martinetto ne ha davvero molti. Non per le esaltanti vittorie, per classe innata, per dominio assoluto; tutt’altro, perché raramente ci s’imbatte nel suo nome fra i primi negli arrivi delle corse che contano, eppure a suo modo è un personaggio che richiama, forse per il suo modo di correre garibaldino, forse perché non appartiene a nessuna squadra titolata e deve arrangiarsi sempre da solo, in corsa e fuori, o perché la stazza atletica rivela in lui un faticatore indomabile, dalla «pedalata gladiatoria» come sentenzia la penna di Ernesto Caballo.

Per dire, una di quelle innumeri e gustose storie che percorrono quel ciclismo, dai suoi fedelissimi catalogato come «eroico», che i testimoni dell’epoca tramandano fino alla leggenda: è quella di una Milano-Torino che vede i corridori giungere a Chivasso nel momento che è appena spiovuto e le pozzanghere riempiono le buche della strada; Martinetto giunge stravolto dalla sete e chiede da bere; nessuno in quel momento ha da offrirgliene, allora lui scende di bici, s’inginocchia e beve avidamente quell’acqua fangosa. Roba da stramazzare un cavallo. Poi riparte. Secondo Martinetto nasce a San Francesco al Campo, in via Bruna, il 27 agosto 1894; il papà si chiama Michele, la mamma Luigia Ramella; l’infanzia la vive alla cascina Teppa di Lombardore (di qui il nomignolo Tepun con il quale è conosciuto in paese), dove cresce fra il lavoro di campagna e le galoppate in bicicletta rubate al sonno. Mandato al fronte nella Grande guerra, viene catturato e internato in un campo di prigionia austrungarico e, alla liberazione, si sobbarca altri diciotto mesi di ferma militare, soldato granatiere.

Nel gennaio 1921 sposa Luigia Giacobino, natia della cascina Ravicia: il matrimonio è il tornante della vita che gli offre l’affrancamento dalla famiglia d’origine ed un percorso che egli sente suo; la coppia si stabilisce alla frazione Beltrama dove Secondo terrà bottega di meccanico ciclista per tutto l’arco dell’attività agonistica, alternando il mestiere alla passione.

Non a caso nelle liste dei partenti che si leggono nel quotidiano sportivo ed in cui è riportata la località di provenienza, troviamo «Martinetto Secondo di Lombardore».  A scadenza annuale nascono tre figli: Giulia nel ’22, Irma nel ’23 e l’anno successivo Ottavio – in omaggio ad Ottavio Bottecchia, proprio nel ’24 dominatore del Tour –, ma conosciuto come Aldo.

Lavora e corre, corre e vince le corse fra dilettanti; a sorreggerlo sono la volontà di emergere e doti fisiche che la natura gli ha fornito sopra ogni cosa. Nel 1923 partecipa per la prima volta al Giro d’Italia con un lusinghiero 13° posto nella classifica generale e primo tra i «fuori classe», una particolare categoria di «isolati» che gli permette di gareggiare anche fra i dilettanti. Emilio Colombo commenta su La Gazzetta dello Sport di lunedì 11 giugno la performance del canavesano: «Martinetto, una recluta e vincitore fra i fuori classe, ha impressionato per la costante freschezza, la resistenza, la tenacia e l’entusiasmo proprio del novizio che sente di migliorare nel corso della prova troppo difficile». Nel Giro del ’24 arriva 2° nella tappa di Taranto e 4° in classifica finale ad oltre due ore dal vincitore Enrici; La Gazzetta del Popolo lo descrive «energico, rude» e regolare lungo l’intero percorso.

È altrettanto costante e caparbio nel perseguire il successo ma, come già Brunero ed Enrici, pure lui difetta nello sprint: la sua condanna è vincere in solitaria o rassegnarsi alle posizioni di rincalzo negli arrivi in volata. L’anno seguente predilige soprattutto le gare amatoriali aggiudicandosene un numero impressionante, fra cui la Zurigo-Berlino di 1200 chilometri in tre tappe.

E nel ’26 finalmente una vittoria di prestigio in una tappa dell’iberico Giro di Catalogna, poi ancora: l’8° posto al Giro di Lombardia e il 10° nella Milano-Sanremo. Il 1927 è l’anno che meglio l’appaga e l’inorgoglisce. Dopo un paio di buoni piazzamenti – 4° nella XX Settembre, 7° al Giro del Piemonte – partecipa al Tour de France nella categoria touristes-routiers: e chi sono questi turisti-di-strada?

Un po’ l’equivalente dei nostri «isolati», ciclisti che corrono senza lo stipendio e l’assistenza di una squadra di marca, tuttavia l’asprezza e la lunghezza della corsa francese accoppiate alla totale assenza di aiuto esterno fanno di questi atleti dei veri forçats de la route (per usare la celebre espressione di Albert Londres), e dei condannati ne assumono spesso i contorni.

Touriste-routier è nome gentile, contrapposto al proletario «diseredato» della Gazzetta sportiva, ma ipocrita, perché questi atleti – come accade, per esempio, proprio in questo Tour nella tappa Bayonne-Luchon di 326 chilometri, con cinque colli da scalare – dopo una partenza data in piena notte, aver pedalato dapprima sotto il temporale e dalla mattinata al sole di luglio del Midi francese che picchia da incendiare il cervello, tagliato il traguardo e riparato la bici dai colpi subiti nelle strade pirenaiche di quegli anni, ad ospitarli non c’è la camera d’albergo, ma il buon cuore di un tifoso che gli procura un giaciglio, o la comprensione del capostazione che permette il riposo nella sala d’attesa piuttosto che in un vecchio vagone in disuso, talaltra trovano alloggio in qualche fienile o nella stalla del contadino; l’abbigliamento e il materiale da corsa sono faccende da sbrigare contando solo sui propri mezzi.

In questo Tour del ’27 Martinetto giunge 18°, a 14 ore 37’12” dal vincitore Nicolas Frantz, ma dietro di sé ne lascia altri 21. Sono partiti in 142 dalla Ville Lumière ed i 39 sopravvissuti al traguardo parigino del Parc des Princes hanno pedalato per 5398 chilometri in 24 tappe. Arrivare fino in fondo è stato per lui motivo di grande fierezza: è 1° dei touristes-routiers.

La fotografia che lo mostra sui tornanti dell’Izoard, il tubolare a tracolla, due borracce agganciate al manubrio, un bel volto dai capelli ondulati ammirato da spettatrici lungo la strada ghiaiosa, ispirano la didascalia – stanno per cominciare i tempi dell’Italia autarchica e guerriera – del giornale: «Il rude, tenace Martinetto ha affermato nel Giro di Francia una volta ancora il valore e la supremazia dei corridori italiani imponendosi nettamente nella categoria dei turisti-routiers».

Abbandonerà l’agonismo nel 1931, all’età di 37 anni, ma da qualche tempo ha già trasferito casa e lavoro di ciclista dalla stanzetta di Lombardore al negozio di Ciriè, in via Vittorio Emanuele, dove darà il proprio nome alle biciclette azzurre di sua costruzione. Secondo Martinetto si spegne il 4 settembre 1968 stroncato da collasso, a tre giorni di distanza da Enrici. Nel ricostruirne la carriera, Il Risveglio lo presenta nel titolo di prima pagina come «valoroso corridore degli anni Venti» e lo racconta «apprezzato artigiano ciclista, uomo laborioso e parsimonioso, uomo che ha fatto veramente onore a Ciriè nel campo dello sport». L’ultimo e il più vecchio del terzetto a staccarsi dalla polvere di questo mondo, all’età di 74 anni.

(Tratto dalla rivista Canavèis)      

Fonti

Bergoglio, C. (a cura di Gino Pecchenino), Tuttocarlin, Fratelli Enrico Editori, Ivrea 1979.

Bili, B., Il campione silenzioso, Bradipolibri, Torino 2002.

Facchinetti, P., Gli anni ruggenti di Alfonsina Strada, Ediciclo, Portogruaro 2004.

Ormezzano, G.P., Storia del ciclismo, Longanesi, Milano 1980.

Sismonda, A., Notizie storiche di Ciriè, Atesa editrice, Bologna 1984 (1ª edizione 1924).

Quotidiani e periodici: Gazzetta del Popolo, La Gazzetta dello Sport, Il Ciclismo, La Domenica Sportiva, Lo Sport Illustrato, La Stampa Sportiva, Il Risveglio, L’Auto, Coups de pédales.

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