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GRETA THUNBERG ATTIVISTA

CHIVASSSO. Noi che con i nostri ragazzi non abbiamo mezze misure

La Storia ci insegna che da sempre i giovani si ribellano contro l’ordine costituito dalle generazioni precedenti. Ribellarsi ai propri genitori è fisiologico e, per certi versi, addirittura auspicabile. È la lotta per l’autodeterminazione che, da sempre, caratterizza l’adolescenza, una sorta di passaggio quasi obbligato verso l’età adulta. Si ribellavano i giovani poeti romantici inglesi alle soglie dell’Ottocento, ostentando con fierezza le  camicie sbottonate fino alla base del collo che tanto scandalizzavano i loro genitori. Si ribellavano i “teddy-boys” del primo dopoguerra, con i capelli coperti di brillantina, e poi i nonni e le nonne di oggi che, a fine anni sessanta, con i capelli lunghi fino alle spalle e le minigonne vertiginose, ascoltavano Jimi Hendrix o i Rolling Stones. La giovinezza, insomma, è da sempre caratterizzata dalla voglia di rompere con il mondo dei vecchi per crearne uno nuovo, migliore, e la necessità del ragazzo di esserci, di sentirsi parte di un evento che per lui assume tratti epocali, lo porta, spesso, a partecipare a manifestazioni, cortei, momenti di lotta nei quali il contenuto è spesso un sogno, un’irrealizzabile chimera,  e l’obiettivo della protesta qualche non ben identificato “potente di turno” che opprime l’umanità. Tutto ciò va rispettato. È roba seria, esistenziale, che si ripete ciclicamente. È il cerchio della vita che ci fa essere ora da una parte, ora dall’altra delle barricate, secondo un’inesorabile sequenza scandita dagli anni che passano e che spesso non vogliamo accettare. Gonfi di livore perché i nostri sogni urlati in piazza quarant’anni fa non si sono mai avverati o, più semplicemente perché ora siamo noi “i vecchi” di una società fondata sul culto della gioventù, guardiamo i ragazzi che manifestano per un futuro ambientale migliore con l’aria saccente e sprezzante di chi sa già tutto. Perché noi, e solo noi, abbiamo avuto motivi validi per protestare. Loro, oggi,  hanno tutto e se protestano è solo per saltare la scuola. Loro… Noi, no.  Oppure, certi che le nostre lotte abbiano davvero perfezionato il mondo, certi di aver ascoltato la miglior musica mai composta, certi di aver avuto l’unica infanzia felice possibile, privi dei demoniaci smartphone, andiamo alla manifestazione insieme ai ragazzi e, pateticamente, proviamo a rubargli un po’ di autodeterminazione, convincendoli che loro che sono in piazza sono il meglio possibile della gioventù. E magari li facciamo cantare due strofe di “Bella Ciao” perché loro, di loro, secondo noi, non hanno nulla. Glielo dobbiamo dare noi. Noi che li cresciamo portandoli il lunedì e il mercoledì a calcio, il martedì e il giovedì a suonare l’arpa celtica, il sabato mattina al corso di ceramica, la domenica a fare la partita e poi diamo la colpa alla scuola che li carica di compiti. Noi che arriviamo dal lavoro quando loro vanno a letto e diciamo che è colpa di internet se i ragazzi non hanno niente da dirci. Noi che demonizziamo l’uso dei social, ma che abbiamo il profilo su cui postiamo i piatti che mangiamo ed i selfie con gli amici. Noi che siamo puri e che: “mio figlio non porta capi firmati, non ha il profilo Instagram, ascolta i Pink Floyd e non quella robaccia del Trap, e porta i capelli lunghi come suo padre alla sua età”. Noi che non abbiamo mezze misure, forse perché non le sappiamo gestire. “Il futuro è passato” diceva Vittorio Gassman nel celebre film “C’eravamo tanto amati”, “e noi non ce ne siamo nemmeno accorti”. Noi…

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