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Un ritratto (presunto) di Padre Giacoletti (presente all’archivio fiorentino delle Scuole Pie)

CHIVASSO. Un poeta latino (canavesano) a Roma nella prima metà dell’800

“Un vecchio frate che conosceva anch’esso i doni delle Muse, il padre Giacoletti, il cui nome non s’aggira più, che io sappia, che in qualche melanconico chiostro di seminario. Quel nome era allora illustre per poemi latini sull’ottica, niente meno, e sul vapore”.

Così il Pascoli in una sua prosa di memoria ricorda che, pur senza essere stato suo allievo, aveva comunque conosciuto, quand’era scolaro delle elementari al collegio scolopico di Urbino, un illustre latinista piemontese, il padre Giuseppe Giacoletti: costui aveva vissuto, nella sua giovinezza, per più di trent’anni a Roma, dove era giunto nel 1818 e donde (a parte qualche soggiorno ad Alatri e a Siena) sarebbe ripartito solo trent’anni più tardi, nel 1849.

Nato nel 1803 a Chivasso da una famiglia di modeste condizioni, Giuseppe Giacoletti seguì brillantemente studi regolari nel collegio della sua città natale, dove ebbe come maestro lo scolopio p. Raffaele Rosani, zio di quel padre G. B. Rosani, che, divenuto nel 1836 Preposito Generale delle Scuole Pie (ordine religioso fondato nel 1597 a Roma dal santo spagnolo Giuesppe Calasanzio e dedito all’educazione dei giovani bisognosi), sarebbe stato sostituito alla cattedra di Retorica del collegio romano del Nazareno proprio dal Giacoletti.

Su consiglio proprio del padre Raffaele Rosani il Giacoletti nel 1818 lasciò Chivasso alla volta di Roma, per frequentarvi il noviziato presso le Scuole Pie (a San Pantaleo, nei pressi di piazza Navona), con l’intenzione di entrare in quest’ordine religioso che in quegli anni a Roma gestiva, oltre al noviziato di San Pantaleo e alla casa di San Lorenzino in Piscibus, anche il collegio del Nazareno (e quest’ultimo ancora ai giorni nostri).

Giunto a Roma, trascorso il periodo cosiddetto di “approvazione” e pronunciata la professio solemnis, il Giacoletti prosegue gli studi al Nazareno, dove gli vengono assegnati anche compiti di istitutore per gli studenti più giovani, come leggiamo in una lettera del luglio 1820 (conservata, come gli altri documenti relativi al Giacoletti, a Roma, oltre che a Firenze) in cui il nostro giovane studente informa i genitori della sua vita in collegio, dandoci anche parecchi ragguagli interessanti sulla vita che vi si conduceva, oltre a qualche squarcio sui riflessi che gli avvenimenti politici di quei mesi (i moti carbonari a Napoli) ebbero su buona parte dell’opinione pubblica

Carissimi genitori […] Ebbi nel mese scorso poche febbri e mi fu fatta una sanguigna, ma ora godo perfetta salute, la quale spero di poter conservare, perché non ho più a fare con ragazzi insubordinati, ma con giovani di minor numero, e più buoni; sono questi soltanto cinque, un figlio d’un principe, l’altro d’un marchese, il terzo d’un conte, l’altro d’un cavaliere, l’ultimo d’un colonnello: è questa la seconda camerata nobile di questo collegio. Affinché meglio comprendiate come qui si stia, vi dirò, che oltre i maestri d’aritmetica, di carattere, di lingua francese, di disegno, di musica, di ballo, di scherma, i quali son pagati per lo meno un zecchino al mese, pagano i convittori al Collegio pel cibo e per la scuola circa 80 lire al mese.

Si danno ancora a spese dei convittori accademie, ed altri onesti divertimenti. Si darà fra poco l’accademia di belle lettere e quindi s’andrà a villeggiar in Albano.

Riguardo agli studii subii poco fa l’esame alla presenza dei primi capi della religione, nel quale come mi sia portato a me non appartiene il dirlo: fra le altre composizioni che presentai vi ho mandate le quattro più corte, dalle quali potrete ricavare qual sia il frutto de’ miei studii. Il caldo a Roma è straordinario. Si fece rivoluzione a Napoli ed in altri paesi. Dicono che costì [cioè in Piemonte, n.d.a.] ancora vi sia qualche imbroglio, il che mi farete presto sapere. […] Se andate all’Oropa scrivetemelo. Io frattanto mi rallegro secovoi della sorellina che m’avete procurata. […] Vi pregai a farmi avere più presto che potete quelle cose che altre volte vi chiesi e specialmente calzette, mutande e reggia. […] Riverite distintamente Casa Mellano e Casa Viora. Salutate tutti i miei parenti ed amici e sopra tutti Giordano. Io intanto abbracciando teneramente voi O cara Madre, o caro Padre, le mie sorelle ed il fratellino mi segno

Presi i voti, il Giacoletti per un anno è supplente di filosofia al Nazareno, poi viene inviato ad insegnare, sempre filosofia, al collegio di Alatri, dove resterà per cinque anni. Tornerà nuovamente al Nazareno ad insegnarvi ancora filosofia, ma anche matematica elementare e fisica, per altri sette anni.

Frattanto, nel 1823, era stato ammesso all’Accademia degli Incolti, accademia poetica eretta presso il Nazareno e aggregata come “colonia” all’Arcadia, nella quale sarà ammesso poi, come “pastore arcade soprannumerario col nome di Cratippo”, il 18 luglio 1832 e come socio effettivo il 10 dicembre 1833 (“col possesso delle vacanti campagne Driadrie col nome di Cratippo Driadrio”).

In seguito viene iscritto (4 aprile 1838) anche all’Accademia Tiberina, di cui, oltre che Socio residente, sarà anche Censore (1840, 1842 e 1846), Consigliere (1841, 1844 e 1847) e Vicepresidente (1843). Per questa Accademia il Giacoletti scrisse e recitò varie composizioni poetiche (italiane e latine) e relazioni scientifiche. Tra le prime ricordiamo: Le fontane di Roma (1839), Il Pantheon (1840), La basilica Ostiense (1842), La marineria degli antichi romani (1844), Il museo Lateranense (1845), Sul monte Esquilino (di data incerta); tra le seconde: Sull’Ottica, considerata come soggetto di poesia (1840), Sull’amore dell’uomo verso il maraviglioso (1841), Riflessioni sopra alcuni punti di precetti rettorici (1843), Del sonnambulismo magnetico (1848). Ricordiamo inoltre anche una dissertazione dal titolo Sulla resistenza fra gli oggetti, e i sensi diversi dal tatto dal Giacoletti letta il 20 luglio 1835 (alle ore 22!) nell’Accademia fisico-matematica dei Lincei in Campidoglio, istituzione in cui sarà poi ammesso come Accademico Ordinario nel 1847.

Intanto, a partire dal 1833, il Giacoletti viene scelto per ricoprire vari incarichi di responsabilità all’interno dell’ordine calasanziano: è Preposito Provinciale Romano (giugno 1833), aggiunto al Capitolo Generale (febbraio 1836) e Assistente Provinciale Romano (luglio 1836). Nello stesso anno 1836 viene eletto Preposito Generale dell’ordine un altro piemontese, il padre G. B. Rosani, che, dovendo lasciare per questo motivo il suo incarico di docente di Retorica al Nazareno, volle che fosse proprio il Giacoletti a succedergli su questa cattedra; e ciò contro le aspettative di tutti e, probabilmente, anche dello stesso interessato che, avendo sempre insegnate le discipline scientifiche, non si aspettava certo l’incarico della Retorica, la cattedra più prestigiosa ma anche la più onerosa nelle scuole dell’epoca.

Egli comunque “in breve tempo facilmente mostrò quanto siano utili alle lettere ed all’eloquenza la filosofia e le altre discipline” (così traduciamo dall’elogio funebre del Giacoletti), riuscendo non solo a dar gran prova di sé come insegnante di letteratura ed umanità, ma anche ad armonizzare i due aspetti della sua dottrina, quello scientifico e quello poetico: risultato di questa sintesi interdisciplinare fu il suo poema in terza rima sull’ottica, che verrà pubblicato, in tre volumi, a partire dal 1841.

Nel 1845 fu nominato Preposito Generale dell’ordine il toscano p. Giovanni Inghirami, che volle presso di sé il Giacoletti, nominandolo, nell’agosto dello stesso anno, rettore di San Pantaleo (carica che gli verrà riconfermata per il triennio 1846/48). L’Inghirami fu poi costretto da motivi di salute a ritornare a Firenze, per cui il Giacoletti ne fece, dal settembre del ’45, le veci, sostituendolo per qualche tempo nella carica di Preposito Generale dell’ordine: dovette però, a questo punto, lasciare con suo grande rammarico l’insegnamento. Negli anni Quaranta del secolo si collocano anche le edizioni delle principali opere poetiche del periodo romano: il poema didascalico in terzine L’Ottica (in tre volumi, rispettivamente del 1841, del 1843 e del 1846, per un totale di 30 canti e ben 5664 versi!) e lo Specimen latinorum carminum del 1845, volume riguardo al quale abbiamo un giudizio molto autorevole, quello di Silvio Pellico, che così scrive al Giacoletti: “Mi sento davvero il bisogno di dirle che m’ha rapito. Esametri, elegie, endecasillabi, ed insomma ogni componimento latino, e que’ pochi italiani, sono ispirazioni di fantasia nobile piena di pensieri belli, d’affetti e di grazia; sono ispirazioni non solo di coltissimo professore, ma d’alto poeta” (da Roma, il 7 novembre 1845).

Il Giacoletti proveniva, abbiamo visto, da una famiglia non certo benestante, e per di più egli si trova ora a dover aiutare i parenti che in Piemonte vivono in situazioni economiche disagiate, tanto che nel giugno del 1842 egli ottiene di erogare alla madre e al patrigno (“ridotti a tale stato di fortuna da dover ricorrere per sussidio all’altrui beneficenza”): “[…] piccole somme provenienti da tenui risparmi sul ristretto vestiario, che fornisce la Religione delle Scuole Pie, a cui egli (cioè il Giacoletti stesso) ha servito con tutto l’animo fino dal 1818 e da straordinari lavori letterarii, per attendere ai quali gli è riuscito di trovare pur qualche tempo, senza mai tralasciare le occupazioni dell’Istituto. Siffatte piccole somme egli godeva poterle impiegare in uso così santo, anziché valersene per viaggi, ed altre ricreazioni, come avrebbe potuto fare, e come si suol fare da altri”.

Nonostante lo zelo e le buone qualità mostrate nei vari incarichi da lui ricoperti, nel 1847 al Giacoletti, che aveva rivolto domanda in tal senso, è negato il permesso di allontanarsi da Roma, anche se tuttavia gli viene concesso di usare il denaro della Congregazione per aiutare i parenti. Nel marzo del 1848 la madre rimane vedova anche del secondo marito e, vecchia e malata, deve accudire ancora a figli e nipoti; pertanto, servendosi anche di lettere di appoggio e di testimonianza da parte del vescovo di Ivrea, mons. Luigi Moreno, il Giacoletti si rivolge direttamente al Papa, supplicando “a calde lacrime il paterno cuore della Santità Vostra a degnarsi accordargli il permesso di allontanarsi ad tempus dal suo Istituto, per recarsi in Piemonte sua Patria, ove occupandosi nella pubblica istruzione (nel che continuerebbe ad esercitare anche fuori dell’Ordine i doveri di Scolopio) ne ritrarrebbe mezzi sufficienti per sé, e per adempiere il caritatevole e doveroso uffizio di soccorrere alla sua buona ed amatissima genitrice”.

La sua richiesta, a condizione che “in abito di prete secolare segua la regola e osservi ciò che è compatibile con il proprio stato”, è accolta, a partire però dall’anno scolastico 1849/50, giacché nello stesso anno 1848 il Giacoletti era stato nominato dal Padre Generale Gennaro Fucile anche Rettore ad annum della Casa dei novizi di San Lorenzino in Piscibus in Borgo. Proprio del periodo di rettorato in San Lorenzino, periodo che corrispose quasi esattamente a quello della 2ª repubblica romana (novembre 1848–luglio 1849), abbiamo una testimonianza molto interessante, sotto forma di lettera (del 27 aprile) al suo superiore p. Angelo Bonuccelli, lettera che ci informa della situazione di disordine e di incertezza che regnava in Borgo durante l’assedio francese alla Città: “La stretta, a cui in poche ore sono venute le cose, massimamente in questa parte di Roma, ove più si teme l’attacco delle truppe francesi, e si preparano le barricate e altre difese, richiede delle misure particolari ed urgenti per questa famiglia religiosa. […] che si permetta ai nostri religiosi di uscir di casa travestiti, come già fanno i preti del Seminario di S. Pietro, ed altri sacerdoti in Borgo. V.P. ben vede la necessità di queste misure; e son certo che la loro esecuzione non incontrerà ostacoli per parte di alcuna autorità superiore, né ragionevole censura di alcuno. Se poi le cose stringessero anche più, dove potranno i religiosi ritirarsi da questa casa così esposta ai proiettili, in caso di un attacco? Io sarei di parere che si lasciasse in tali frangenti ciascuno pensare a sé ricoverandoli ove crederà meglio”.

Non passeranno che pochi mesi e il Giacoletti abbandonerà per sempre Roma: tornerà a Chivasso, vicino alla vecchia madre (che morirà nel 1854), professore e poi anche direttore del Collegio cittadino dal 1849 al 1855 (e poi nuovamente nell’anno scolastico 1860/61). Sarà poi professore di Retorica al seminario di Pesaro e chiuderà la sua carriera, e la sua vita terrena, come professore al collegio scolopico di Urbino, dove verrà conosciuto dal Pascoli giovane scolaro delle classi elementari. Proprio in questi anni, e precisamente nel 1863, otterrà il premio più alto della sua carriera di poeta latino. Dopo infatti una serie di poesie dedicate, nei primissimi anni Sessanta, ad argomenti scientifici, in quell’anno prenderà parte al Certamen Hoefftianum o Amstelodamense, un concorso internazionale di poesia latina che si teneva (e si tiene tuttora) ad Amsterdam, vincendo la gara con il carme di argomento scientifico De lebetis materie et forma eiusque tutela in machinis vaporis vi agentibus. Come premio avrà, oltre alla pubblicazione dell’opera a spese dell’Accademia reale olandese, una medaglia d’oro.

Morirà a Urbino, il 21 di marzo del 1865, e qui verrà sepolto, precisamente nella chiesa di Sant’Agata, ora purtroppo scomparsa insieme anche ai resti terreni del padre Giacoletti e ad un monumento in suo onore inaugurato nel 1869.

Un destino purtroppo ingiusto verso chi, oltre ad altre benemerenze sia scolastiche che poetiche, aveva anche vinto il concorso internazionale di poesia latina di Amsterdam.

Almeno la sua città natale gli ha dedicato una via (non molto ampia, però) nel centro storico, proprio nelle vicinanze del collegio in cui egli passò molti anni della sua vita.

Lettera del dott. Giuseppe Marchiandi,  amico del Giacoletti, da Chivasso (il 4 luglio 1864)

Chivasso li 4 luglio 1864

Chiarissimo Sig. Professore

La respirazione delle piante… ricordo del Prof. Giacoletti… non potete immaginarvi la consolazione che mi produsse il ritrovar quest’opuscolo sul mio tavolino. Pensai ai molteplici scritti da voi ricevuti. Poesie, commentari, pensai alla medaglia onorifica di cui foste l’anno scorso fregiato e per cui mi trovo ancora in debito di farvi sentire il vivo piacere che ne provai […] e quindi oggi non esito a confessarlo a voi, forse l’unico dei Chivassini che presi ad amare e stimare, perché malgrado l’influenza egoistica del clima ove nasceste, malgrado l’abito che vestiste, permettete che io vi parli schietto, circostanze atte ambedue a paralizzarvi il cuore, tuttavia sapeste conservarlo ed ognor dar prova d’affetto verso una patria ingrata e nulla trascuraste quando si trattò di venire in appoggio d’amici, d’un sussidio ai parenti bisognosi. […] Ma bando alle scuse ed alle ciarle. Sapete che questa nostra patria dopo la vostra partenza ebbe più volte a rimpiangerne le conseguenze non avendo più avuto che professori mediocrissimi. Gli attuali per verità Castiglioni e Conterno e [nome illeggibile] non mancano di meriti. Quest’ultimo è autore di poesie latine ed italiane di cui alcune non mancano di merito. Ultimamente scrisse un salmo greco colla rispettiva traduzione. Ciò malgrado il Collegio decade; non si vuol andare alla radice. Un convitto ben diretto dal Municipio son persuaso chiamerebbe a questa città un ragguardevole numero di studenti. Ma noi ci troviamo sempre aver a fare con locandieri che cercano di smerciare le loro provviste con miglior profitto. Manca l’uomo che si faccia l’educatore, il padre dei convittori. Vi dirò qualcosa. Vi ricorderete che ai vostri tempi alcuni nostri sapientoni gridavano contro il ginnasio; non volevano che scuole tecniche; ebbene ora questi medesimi hanno voltato faccia, ed è in grazie di questi che il ginnasio esisterà forse ancora per un anno di esperimento; ma io credo che non sarà che una protratta agonia. Sarete informato che il municipio finalmente si decise a riformare il teatro unendovi un salone per le sedute municipali ed altre occasioni. Quest’atto di vita lo dobbiamo all’essere stati allontanati dalla Giunta certi gretti egoisti, nemici sempre di quanto v’è di bello e decoroso per la patria, e ciò all’unico scopo di risparmiare qualche centesimo d’imposta mentre per opera ad uso proprio non si risparmiò mai di gravare l’erario comunale. Che lingua, direte! Cosa volete, ho valicato la cinquantina, e non cambio più. […]

Vostro affezionatissimo

Dott. Giuseppe Marchiandi

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