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CHIVASSO. Siamo ciò che postiamo

Ho un amico appassionato di fotografia. Sa guardare il mondo con curiosità e, quando qualcosa lo emoziona, lui fissa l’attimo. Poi, con l’altruismo dell’artista, ti mostra le sue opere, le incornicia sui muri, affinché chiunque possa rivivere quell’emozione e, perché no, magari dirgli bravo. Ci pensavo stamattina, mentre sfogliavo distrattamente i social che, soprattutto di domenica, ad ora di pranzo, abbondano di foto di piatti e di selfie strampalati. È la cosiddetta “mobile photography”, ovvero la fotografia realizzata con il cellulare. Ha una finalità diversa rispetto alla fotografia che piace al mio amico. Fondamentalmente serve per raccontare sé stessi e poi condividere con il mondo, secondo un compulsivo, continuo sforzo di definirci attraverso le immagini.

Siamo ciò che postiamo. Cerchiamo consenso, fissiamo il presente ma senza la volontà di costruire una memoria del passato, perché molto raramente andiamo a rivedere le immagini realizzate. Ci guardiamo intorno, ma siamo concentrati su di noi più che sulla realtà circostante, impegnati a costruire immagini di noi stessi che ci permettano di essere accettati, che raccontino un’identità possibilmente migliore di quella che realmente possediamo. No, niente demonizzazioni o ragionamenti dall’accattivante sapore retrò. Semplici considerazioni, anche piuttosto banali. Però… c’è un però.

Avete presente l’aberrante omicidio di quel poveraccio a Manduria? O l’episodio di stupro di gruppo presso un pub di Viterbo? Due episodi scelti a caso,  ma roba da far venire la pelle d’oca. Non che rappresentino una novità,  purtroppo. Donne e creature deboli sono vittime di una vigliacca violenza da tempo immemore, una sorta di lunga linea della vergogna capace di passare attraverso i secoli, di resistere nel tempo, senza che nessuno mai riesca ad andare concretamente al di là di parole di circostanza.

Ma al di là di questa tristezza, la riflessione di oggi è che entrambi gli episodi si caratterizzano per un nuovo odioso particolare: in entrambi i casi gli aguzzini filmano con il cellulare e condividono le loro odiose azioni. Anche loro impegnati a testimoniare le loro imprese, anche loro impegnati a raccontare un’identità di sé stessi che, nel distorto mondo dei social, pensano possa valere qualcosa in più delle nullità che in realtà sono e continuano ad essere. La violenza è disgustosa.

La violenza accompagnata dal filmato è terrificante. È un modo per affermare la propria vigliacca forza in un mondo virtuale del quale ci si sente padroni assoluti, certi di poter godere di un’impunità infinita. Distruggi il cellulare e sei innocente perché niente esiste se non è testimoniato da un’immagine. 

Anchise, il padre di Enea, l’eroico Troiano di cui ci racconta Virgilio, da giovane doveva essere davvero un bel ragazzo, al punto che Venere, la dea della bellezza, quindi una che se ne intendeva, decise di giacere con lui. Gli pose, però, una condizione: che non se ne fosse mai vantato con alcuno, pena le ire funeste di Giove. Naturalmente Anchise accettò, e vorrei vedere, ma una sera, in compagnia di amici, non riuscì a trattenersi e svelò il segreto. Non avendo un cellulare, ci mise un po’ a convincere gli increduli amici e fece tanto chiasso che Giove, accortosi dell’accaduto, lo punì rendendolo storpio. Ecco, che qualcuno punisca per l’eternità quei vigliacchi assassini. Loro ed il loro maledetto mondo virtuale.

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Blogger: Adriano Pasteris

Adriano Pasteris
Tra le granite e le granate

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