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CHIVASSO. Se anche la politica mette il becco al Festival della Canzone Italiana…

Premetto che non ho guardato il festival di Sanremo. Non per qualche strana presa di posizione o per qualche stravagante radicaleria chic, ma semplicemente perché non sono un appassionato di musica. Così ho appreso il nome del vincitore solo il mattino successivo, sfogliando i social, dove, nel rispetto della recente tradizione per cui l’interpretazione della notizia conta più della notizia stessa, il mondo era già spaccato in due fazioni. Da un lato i filo governativi, scandalizzati dal fatto che a vincere il festival della canzone italiana fosse un ragazzo mezzo italiano e mezzo egiziano. Una provocazione, a sentire loro, da parte di un’organizzazione che, effettivamente, nei giorni precedenti non aveva perso l’occasione per esplicitare pubblicamente la propria contrarietà alle scelte del governo sull’immigrazione.

Dall’altra parte gli anti governativi, esultanti perché, a sentire loro, con Mahmood avrebbe vinto l’Italia migliore, quella che non sta con Salvini e con le sue supposte teorie razziste. Boh? Proviamo a fare alcune considerazioni super partes. La prima è che provo una tristezza infinita per questo ragazzo, costretto a vivere per sempre con il dubbio di non aver vinto per reali meriti canori, ma per ciò che il suo nome esotico può evocare. Leggendo i commenti, infatti, ho molto spesso la sensazione che tanti di questi improvvisati fans di Mahmood non lo abbiano nemmeno sentito cantare e temo che, tra qualche settimana, come accade purtroppo sovente a molti vincitori di Sanremo, lo avranno completamente dimenticato, persi in qualche altra polemica politica. Ma d’altra parte provo anche tristezza a pensare che un ragazzo nato e cresciuto a Milano, da padre egiziano e madre sarda, possa diventare simbolo di una non italianità che poi, a seconda dei punti di vista, può essere caratteristica positiva o negativa. La seconda considerazione fonda sul fatto che il pubblico da casa aveva un’opinione sulla classifica finale completamente diversa da quella degli esperti. Ecco, ritengo che forse i parametri di giudizio usati dalle giurie di esperti per valutare un cantante dovrebbero essere esplicitati in modo più chiaro. Per me, che di musica capisco tanto quanto di fisica quantistica, una canzone è bella se mi piace, se mi regala un’emozione. Penso che come me la pensino anche la maggior parte di quelli che si prendono la briga di votare da casa, che sono quelli che la musica la scaricano, la comprano, la ascoltano. Ma se poi l’opinione del pubblico conta poco o nulla, perché diavolo li fanno votare?

È come dire, votate votate, che tanto non capite un accidente e decidono gli esperti. Come direbbe il Marchese del Grillo, “Io sono io e voi non siete un c…”. Ma perché? Perché coltivare il dubbio del sospetto, peraltro già così caro a noi Italiani, bravissimi ad inventare gli alibi più stravaganti per giustificare sconfitte sportive, insuccessi scolastici o flop elettorali? Terza considerazione, positiva: sul palco di Sanremo sono saliti tanti ragazzi già popolari con i più giovani. L’ho scoperto a scuola dove molte ragazzine mi dicevano che avrebbero  visto il festival per seguire i loro beniamini, come Achille Lauro o Ultimo. Beh, al di là dei gusti, mi sembra una bella cosa. Speriamo che duri, anche se in fondo in fondo, per me è solo tempo che passa e vecchiaia che avanza…    

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