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CHIVASSO. L’Unesco, la CollinaPo e il sindaco Pd…

Una grande notizia per la nostra collina. O no? Il sindaco di Cavagnolo Andrea Gavazza è stato eletto vicepresidente del “Comitato esecutivo per la gestione del sito Mab Unesco CollinaPo”, che a pronunciare tutto il nome alla fine ti manca il fiato.

Tra parentesi: dov’è finita la “riapertura della Chivasso-Asti”? Il giocattolo è già stato riposto nello scatolone dei vecchi regali e i sindaci della collina se ne sono già trovato un altro? Dove sono finiti gli incontri promessi in agosto, quando i primi cittadini si riunirono solennemente, alla presenza addirittura di Gianna Pentenero, nella sala consiliare di Chivasso, e giurarono di rilanciare la storica linea ferroviaria lasciata morire qualche anno prima dai loro compagni di partito? Chissà, poi sono andati tutti in piazza Castello a fare pubblicità a un’altra ferrovia, il TAV Torino – Lione, scordandosi di quella sotto casa. Ma in piazza Castello fa fine e non impegna.

Adesso spunta un altro giocattolo, l’Unesco, utile ai sindaci per fare altre gite negli altri Comuni con tanto di fotografie celebrative e tanti, tanti discorsoni.

C’è qualcosa di curioso in questa corsa ai riconoscimenti dell’Unesco. Ogni sindaco che abbia nel proprio territorio comunale un muretto a secco, qualche metro di residua coltivazione di vite, una fabbrica dismessa, un vespasiano d’antiquariato, chiede all’Unesco che il sito sia riconosciuto patrimonio  dell’umanità e di tutto il sistema solare.

Eppure proprio il lavorio per ottenere la certificazione di MAB Unesco alle colline torinesi ha conosciuto qualche punto oscuro. La delegazione del Parco del Po volata a Lima a un convegno Unesco fece un bel po’ di telefonate in patria, e al Parco arrivò una bolletta da 3.000 euro. Il sindaco di Lauriano Matilde Casa piantò, giustamente, un gran casino nel consiglio del Parco: a cosa sono servite quelle telefonate? E soprattutto chi paga la bolletta? Pare che nemmeno il coriaceo uomo forte del PD collinare sia riuscita ad ottenere una risposta convincente. Forse non sapremo mai se quelle telefonate erano d’ufficio oppure erano servite per chiamare a casa: “Butta la pasta che sto arrivando da Malpensa”.

Comunque, cos’è l’Unesco? E’ ancora una cosa seria oppure è diventato un baraccone utile a pagare ricchi stipendi ai suoi funzionari? Oggi basta pronunciare la parola “Unesco” per tappare la bocca a chiunque. Per definizione l’Unesco è un monastero di santi e di fronte alle sue parole ci s’inginocchia con fede rocciosa. L’Unesco è indiscutibile come il premio Nobel, Einstein, la BCE e Alessia Morani.

Difficile trarre informazioni sull’Unesco dal sito Unesco. Per adesso cerchiamo notizie in rete. In un articolo di qualche anno fa leggiamo che l’Italia è uno dei maggiori finanziatori dell’Unesco: “L’Unesco è finanziato dalle nazioni appartenenti, in proporzione alla possibilità economiche dei diversi paesi. Nel 2000 i paesi più poveri (una quarantina), hanno contribuito ciascuno per una quota percentuale dello 0,001%. Il contributo dell’Italia è passato dal 2,18% del 1950, al 7,36% del 2000”. Ma non siamo un paese impoverito che deve tagliare su tutto come ci dice ogni giorno Moscovici, con ampie e lente movenze studiate apposta per sembrare De Gaulle?

A che servono tutti quei contributi?  Ce lo spiega un sito: soprattutto a pagare gli stipendi e a sostenere i costi dell’organizzazione: “in realtà il bilancio del fondo speciale dedicato alla salvaguardia dei luoghi più preziosi dell’umanità rappresenta meno del 5% del budget complessivo dell’organizzazione: circa 30 milioni di dollari contro gli 802 del mastodontico conto economico dell’agenzia dell’Onu, in cui il 45% delle spese, quasi 400 milioni, sono destinate al personale”.

E a quali stati vanno i soldi dell’Unesco, molti dei quali provengono dalle nostre tasche: “Rivolti quasi esclusivamente ai Paesi più bisognosi. A ricevere la fetta maggiore dei finanziamenti sono Tanzania, con oltre un milione e trecentomila dollari, Costarica, Ecuador, Brasile, Perù, Egitto e Cina (45 programmi, quasi un milione di dollari)”. Ecco, anche alla “povera” Cina, che ormai è così ricca che in Italia viene a fare shopping: ha comprato partecipazioni o tutta l’azienda in Krizia, Berio, Telecom Italia, Enel, Generali, Terna, Pirelli, Ansaldo Energia, Cdp Reti…

Il Messaggero scrive: “il supremo garante della solidarietà planetaria, assomiglia tristemente a un gran carrozzone, con costi di funzionamento esorbitanti nonostante le riforme, programmi poco chiari, rapporti e consulenti che costano fino a un milione e mezzo di dollari (e 75mila dollari a pagina) la cui efficacia è spesso difficilmente dimostrabile”.

Mica può mancare una sede centrale lussuosa e le filiali negli altri paesi:  “la sede bellissima ma faraonica di Parigi (progettata tra l’altro da Le Corbusier, decorata da Picasso, Miro e Giacometti), gli oltre cinquanta uffici nel mondo, le spese di comunicazione (immensi), i duemila funzionari e poi la pletora di dipendenti a tempo determinato”.

Torniamo in collina e a Torino. Andrea Gavazza è il vicepresidente del “Comitato esecutivo per la gestione del sito Mab Unesco CollinaPo”, e il presidente è Alberto Unia, del Movimento 5 Stelle, assessore all’ambiente del Comune di Torino: da patrioti quali penso si credano, farebbero meglio a chiedere all’Unesco di ridurre i suoi costi, e all’Italia di mandargli meno finanziamenti. Dirlo sarà “populista”, ma abbiamo cinque milioni di poveri: sarebbe meglio che gli statisti Gavazza e Unia si occupassero dei nostri poveri, non dei ricchi dell’Unesco.

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