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Massimo Giuliano, Vittoria Piperato e Beppe Sartori

CHIVASSO. Il periodo del Coronavirus raccontato dai proprietari di alcuni noti bar chivassesi

Massimo Giuliano, titolare del “Caffè Firenze” di via del Collegio 12/c, Vittoria Piperato titolare de “La Fenice” di via Torino 59/c e del “Bar Posta” di piazza della Repubblica 3 e Giuseppe Sartori titolare di “Dòm’S” di piazza della Repubblica 8/a, hanno accettato di raccontarci la loro esperienza relativa al periodo del Coronavirus.

Ricordo molto bene quei giorni, nei quali spesso mi sono domandato se non fosse il caso, indipendentemente dalle decisioni del Governo, di chiudere preventivamente il locale. Presi la decisione e nel pomeriggio di quel mercoledì 11 marzo, con un cartello, comunicai alla mia clientela che al fine di contribuire a contenere la diffusione del Coronavirus avrei chiuso almeno fino al 29 marzo – comincia a raccontare Massimo Giuliano -. Molti segnali indirizzarono quella decisione, nonostante da più parti, anche istituzionali, si tendesse a minimizzare la situazione. FCA’ aveva già chiuso tre stabilimenti al sud, l’Austria chiudeva il Brennero ai treni passeggeri e dal 24 febbraio la regione Lombardia aveva chiuso tutte le scuole di ogni ordine e grado. Non fui sorpreso quando scoprii, attraverso il comunicato del Premier Conte, la sera di quell’11 marzo, di dover interrompere la mia attività… la considerai la logica conseguenza di un dato di fatto” afferma. Se Massimo si aspettava una cosa del genere, così non è stato per Vittoria. Quasi non ci credevo. Subito mi è crollato il mondo addosso, pensavo ai miei dipendenti e a tutte le spese che avrei dovuto affrontare senza avere nessun incasso. Ero spaventata e nervosa, come è normale”. Anche Giuseppe è rimasto spiazzato. “Subito non mi sembrava vero, era incredibile come situazione. Personalmente avrei preferito a priori una chiusura drastica per tutti, per un periodo più breve, così magari il contagio sarebbe stato ridotto e avremmo evitato il lungo lockdown. Ero preoccupato, soprattutto i primi giorni: se già l’inverno è un periodo in cui lavoriamo meno, figuriamoci con una chiusura forzata prolungata come quella che c’è stata”.

Tutti a casa, loro come noi. Nell’incertezza e cercando di far passare quelle lunghe giornate, senza abbattersi. “Ne ho approfittato per fare tutte le cose che solitamente non si riescono a fare in tempi normali: pulire la cantina, svuotare i cassetti, dare una riassettata al giardino e tanta, tanta televisione. Cercavo di capire quando saremmo ripartiti, ma soprattutto come: su questo argomento un sacco di confusione, la stessa che ancora oggi sembra sussistere per molti di noi, anzi, permettetemi il gioco di parole, la confusione fu l’unica certezza di quei giorni… distanza di un metro, un metro e mezzo, due… plexiglass sì, plexiglass forse e quant’altro. Abbiamo vissuto per due mesi in una sorta di terrorismo psicologico, bombardati da tesi opposte. Queste teorie contrapposte ancora oggi riempiono le pagine dei nostri giornali – racconta Massimo Giuliano -. Non ho ritenuto fosse il caso di avvalermi della possibilità di effettuare il servizio di asporto, per tutta una serie di motivi e il primo è stato inerente alle regole da rispettare, anche in questo caso vaghe e spesso contraddittorie. Poi sarebbe venuta meno la funzione stessa di questa tipologia di locale, quella di offrire un punto di ritrovo dove trascorrere anche solo qualche minuto sorseggiando comodamente un caffè o condividere un aperitivo con un amico, non certo quel ‘mordi e fuggi’ indicato dagli esperti” ci spiega. Anche Beppe Sartori non ha fatto servizio di asporto. “Giusto una settimana prima della chiusura ci eravamo associati a ‘Glovo’, abbiamo provato a fare take away ma non abbiamo avuto un buon riscontro essendo attivi da un brevissimo periodo in tal senso… con pochi ordini non ci saremmo stati dentro e quindi ho preferito tenere chiuso – racconta –. Una cosa che ci tengo a dire è che durante il lockdown si è tanto parlato di aiuti… stringi stringi tante parole al vento, sarebbe stato più apprezzabile dire la verità e cioè che non c’erano i soldi… credo che lo Stato dovrebbe concentrarsi ad aiutare le aziende a essere in ‘buona salute’, dovrebbe aiutarle a non fallire, di modo che possano pensare loro stesse ai propri dipendenti e, inoltre, stando bene e pagando le tasse, aiuterebbero lo Stato stesso. Aiutare tutti con questo assistenzialismo a 360 gradi, per poi magari aumentare le tasse, non risolve il problema a monte a parer mio” afferma. Mesi difficili, pieni di punti interrogativi e paure. “Nel periodo di quarantena ho provato a non pensare – ci confessa Vittoria Piperato -. Se avessi pensato, realmente, a tutte le spese che si stavano accumulando non sarei arrivata alla giornata successiva. E’ stato un momento in cui ho davvero patito. Poi, per fortuna, è arrivato il momento della riapertura”.

Già, finalmente la riapertura, il ritorno alla vita, ad una parvenza di “normalità”. “Devo dire che mi aspettavo di lavorare meno di prima, e infatti stiamo lavorando al 50% in meno rispetto all’anno scorso… ma sono comunque contenta perché pensavo che sarebbe andata peggio. Riusciamo fortunatamente, comunque, a far girare un pochettino i pagamenti e le spese più importanti. Mi auguro, per i prossimi mesi, che questo virus si fermi e si torni davvero alla normalità. La paura di una possibile ricaduta c’è… se davvero dovesse succedere confido, però, che saremo un po’ più pronti a reagire rispetto alla prima volta. Me lo auguro per tutti e, soprattutto, per la salute di ognuno di noi che questa situazione rimanga un ricordo” racconta Vittoria. Il disorientamento, nel momento del ‘liberi tutti’, ha autorizzato ognuno di noi a seguire una linea di condotta legata alle proprie esigenze personali piuttosto che riconducibile a una linea comune: così persistono i reclusi a oltranza, i moderatamente predisposti a un ritorno alla normalità e quelli che se ne infischiano altamente e si ‘aggregano’, come è anche giusto che faccia un comune e sociale essere umano. Comunque, questa è una ripartenza a singhiozzo, con più bassi che alti, nella quale anche il tempo ha avuto la sua influenza. Spero per tutti noi in un netto miglioramento” afferma Massimo. Anche Beppe, come i suoi colleghi, spera in tempi migliori ma, tutto sommato, afferma che la ripartenza è stata meno peggio di come avrebbe pensato. Noto che si sta convivendo con la situazione creatasi e nonostante la paura che tanti ancora hanno qualcosa si smuove e si va avanti, con le dovute accortezze, ovviamente. Ero spaventato al momento della riapertura, ma devo dire che la sera con i giovani siamo da subito ripartiti bene… Più timorosi gli adulti che venivano da noi la mattina, invece. Un calo di lavoro c’è sicuramente, ma va comunque meglio di quanto mi sarei aspettato” dichiara.

I nostri intervistati ben raccontano e rappresentano la realtà passata e attuale, e noi ci uniamo al loro augurio per un futuro migliore per tutti.

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