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A sinistra Angelo Ughetti, a destra Giovanni Foresto

CHIVASSO. Due chivassesi come “Il Sergente nella neve”

«Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore e la neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don».

Attraverso le righe di Mario Rigoni Stern e del suo «sergente nella neve», da ragazzina provavo a immaginare il lungo cammino che il fratello di mio nonno aveva compiuto a soli vent’anni verso il fiume Don «nel paese dei cosacchi» (1).

Allora mi sembrava di immaginarlo, giovane e inesperto, in un paese lontano da casa e ripercorrevo quel ricordo che in famiglia ho sempre sentito narrare sin da piccola, in modo malinconico e quasi «leggendario». Ed eccomi ancora qui, oggi, alla ricerca dei fatti oggettivi di una storia comune a quella di molte famiglie italiane che hanno vissuto la tragedia di un soldato disperso nel dramma dell’ARMIR.

A distanza di quasi settanta anni le vicende del CSIR e dell’ARMIR (2) sono cadute nel silenzio, e rivivono solo nei pochi reduci ormai sopravvissuti, nei familiari di chi non è più tornato e nelle poche pubblicazioni sulle vicende storico-militari ed umane di quei soldati, sicuramente coinvolti in una guerra crudele.

Per questo credo sia importante dedicare anche solo poche pagine alla conoscenza di due fra le 80.000 storie di soldati dispersi nell’inferno gelato di un inverno russo.

Tra gli uomini, o meglio giovani ragazzi «impreparati», che tra il luglio del 1941 e il febbraio del 1943 furono impegnati sul fronte orientale russo c’erano anche Angelo Ughetti e Giovanni Foresto. Il primo, più giovane e privo di esperienza, il secondo più vecchio di qualche anno e più consumato poiché aveva prima di allora combattuto sul fronte francese, poi in Albania e quindi in Grecia. Entrambi erano di Chivasso.

Il fante Angelo Ughetti.

Angelo Ughetti, classe 1922, era il fratello di mio nonno. Il suo destino venne sfortunatamente segnato dalla chiamata alle armi nel 1942. Partì in estate da Vallemosso per il fronte russo, arruolato come fante del 53° Reggimento di Fanteria, 2° Battaglione, 8a Compagnia della Divisione Sforzesca.

Era solamente un ragazzo di vent’anni quando il 25 gennaio 1943 venne dichiarato «disperso nei combattimenti invernali del ‘42-’43 sulla grande ansa del Don», un solo giorno prima della grande battaglia di Nikolajewka, uno degli scontri più importanti durante il caotico ripiegamento delle forze dell’Asse nella campagna di Russia.

Le notizie a suo riguardo non sono molte, nonostante le costanti ricerche. In famiglia conserviamo molte sue lettere dal fronte e desidero condividerne alcuni frammenti, per provare anche solo lontanamente immaginare la vita che questi ragazzi compirono nel volgere di pochi mesi sul suolo russo.

Appena giunto in Russia, Angelo era pieno di ottimismo, il 30 luglio 1942 scriveva infatti: «Ieri abbiamo passato il Donez e presto passeremo anche il Don e poi… forse anche il Volga, dato che i russi scappano a gambe. (…) le truppe che sono davanti a noi sono motorizzate con mezzi corazzati e noi le seguiamo pian pianino dietro, facendo fatica…

Tutti i giorni si cammina, sono già stanco! Ma è meglio così, si resiste, se si va avanti in questo modo credo che non dovrò sparare un colpo! Ho finito ora di mangiare (parte censurata) ci manca la pietanza».

Molte parti, ovviamente quelle che lasciavano intendere a problemi e mancanza di viveri, sono censurate, ma lette con la consapevolezza di oggi è piuttosto facile intendere il senso delle lettere, nonostante i pesanti interventi con l’inchiostro nero della censura.

Il 6 agosto 1942, Angelo scrive ancora fiducioso: «Se si va avanti così attraverseremo tutta la Russia a piedi. Soltanto oggi abbiamo fatto 28 Km mangiando polvere in gran quantità. Si camminerà per sei-otto giorni, poi faremo riposo per un giorno e si ricomincerà a camminare. Alla mattina la sveglia è all’alba, ci si alza, si disfa la tenda, si prepara lo zaino e per ultimo carichiamo i muli. Partiamo pian pianino, aspettando con ansia l’arrivo e specialmente un po’ di riposo, siamo stanchi (…) ma è meglio fare lo sforzo e sopportare le fatiche delle marce, il calore e la sete…» e poi il 13 agosto inizia ad accennare al clima rigido del fronte sovietico: «… cara mamma fai il favore di mandarmi un paio di calze spesse e lunghe ed una maglia pesante e con maniche lunghe. Spedite tutto subito, qui fa già frescolino, specialmente la sera.

Ho fatto per due giorni il conducente, poi mi hanno sostituito perché sono una recluta e lì ci vogliono gli anziani, così mi trovo di nuovo con la mia squadra in linea; ci hanno portati in camion dopo tanto cammino! Siamo di fronte al Don!».

Le lettere sono miste di rassicurazioni ai genitori preoccupati per la cagionevole salute e di descrizioni sulla sua vita di soldato; spesso parla di sé come «il fante che sta sempre in prima linea». A volte è comprensibilmente preso dallo sconforto, solo nella sua «buca» in compagnia di «topi e pidocchi» e allora si lascia andare e rivela le sue paure: «… non credevo di venire a finire in questa maledetta terra, ma la sfortuna mi ha portato qui…» (9 agosto 1942).

Il suo resoconto è quotidiano, redige le sue lettere senza interruzione nei momenti in cui non si marcia. Non manca lettera dove la preoccupazione di ricevere la posta e di farsi mandare la carta per scrivere sia una priorità. Scrive, sicuramente, per cercare conforto e sentirsi vicino a casa: «scrivo sempre più sovente, dato che sono in pericolo…» e racconta di farlo in situazioni di difficoltà: «Ieri sera non potevo più dormire ero (parte censurata). Se vedeste la casetta che abbiamo, una buca col telo da tenda sopra, fonda poco più di mezzo metro… per materasso c’è la terra e per lana due dita di erba» (30 agosto 1942).

A fine agosto 1942 probabilmente iniziano i primi veri combattimenti, perché Angelo dice «Forse avete letto sui giornali cosa ha fatto la Sforzesca, il 53° Reggimento…Vi dico che ho passato giorni duri, avendo davanti agli occhi cose che mai immaginavo. Prima avevo paura – si può dire – del colpo di un fucile; invece adesso ho già fatto abitudine e non me ne importa più». Molto spesso rivela di non conoscere quali siano i reali movimenti del suo battaglione e chiede informazioni ai famigliari: «… voi che leggete i giornali, mandatemi a dire come vanno le cose qui, non sappiamo nulla» (24 settembre 1942).

Col passare dei giorni e delle settimane il morale cambia e così le lettere, anche la grafia sembra dimostrarlo, non usa più l’inchiostro, perché finito, e molte lettere sono a matita.

A novembre i combattimenti si intensificano e parla di essere impiegato in linea: «… fra poche ore si va in linea a dare il cambio all’altro Battaglione, ma non fa più nessun effetto, siamo già abituati…e per molti giorni si starà di nuovo chiusi dentro i camminamenti e per casa non c’è più la tenda, ci sono i rifugi e per strada la trincea» (1 novembre 1942).

Si avvicina il periodo natalizio e la lontananza da casa si fa sentire: «Presto sarà il S. Natale. Se mangiate il panettone, un pezzo sia anche per me» (3 dicembre 1942).

Quelle di dicembre sono le sue ultime lettere, parlano della vita nel rifugio e dei turni di vedetta:

«Ho finito poco fa di fare da vedetta, sono entrato nel nostro piccolo riparo ed ho acceso la stufetta fatta da noi; mentre ero di guardia la tormenta fischiava, ma bisogna stare lì a vedere le mosse del “nemico” anche col tempo brutto in mezzo alla bufera» (3 dicembre 1942).

Una frase mi colpisce più di altre, perché credo lasci trasparire l’animo sensibile di questo sfortunato ragazzo: «Alla notte quando si è di vedetta, mentre l’occhio e le orecchie sono tese al “nemico”, il pensiero è rivolto alla nostra bella Patria lontana e alla casa…ieri notte, nel silenzio, cadeva la neve coprendo il grigio-verde…».

L’ultima lettera risale al 12 dicembre 1942 e sembra quasi di percepirvi un addio: «Vi lascio salutandovi con un abbraccio a tutti da chi sempre vi ricorda. Vostro Angelo». Poi più nulla. La sua scomparsa lasciò una dura ferita nel cuore dei familiari, soprattutto perché non vennero mai accertati il modo e il luogo dove si disperse.

Il giornalista e inviato storico della RAI Pino Scaccia, in un volume dedicato alla ricerca degli ultimi testimoni della Campagna di Russia ha scritto: «C’è qualcosa di molto peggiore della morte. Ed è il dubbio». In questa dichiarazione credo riusciranno a ritrovarsi tutte le persone che sono ancora oggi, dopo più di sessanta anni, alla ricerca di un parente perduto. E non importa se non l’hanno conosciuto o se, come me, appartengono ormai alla terza generazione di parenti del disperso. Tutti sono alla ricerca di tracce, anche piccole, e vivono nell’illusione di trovare qualche sopravvissuto che abbia ricordi diretti del proprio familiare scomparso. 

Recentemente ho scoperto che ritrovare il piastrino identificativo del soldato in una data località russa assumerebbe un chiaro significato. Dimostrerebbe che certamente quel militare passò in un certo luogo o addirittura lì venne sepolto. Non sempre questa testimonianza può risultare veritiera, poiché spesso ai soldati deceduti per il congelamento lungo la strada venivano tolti gli oggetti oppure, se il soldato conservava il piastrino sopra il cappotto, questo sicuramente gli veniva rimosso e rubato da un altro per difendersi dal freddo. Per i familiari, comunque, il piastrino rappresenta l’unico ricordo «tangibile» del loro parente disperso, ecco perché molti sono alla ricerca di quello che inizialmente potrebbe sembrare soltanto un cimelio. Al momento anche noi siamo alla ricerca di maggiori notizie sul luogo di sepoltura dello zio e del suo piastrino identificativo e, durante le ricerche, abbiamo  avuto modo di incrociare la storia di un altro chivassese disperso in Russia.

L’alpino Giovanni Foresto.

Si tratta di Giovanni Foresto e abbiamo avuto modo di ascoltare la sua storia dalla moglie Agnese Pertengo, oggi novantaseienne.

Giovanni, classe 1916, venne arruolato negli alpini, nell’8° reggimento della Julia. Prima di allora era già stato inviato sul fronte francese, in Albania e poi in Grecia. Rientrò in Italia proprio per sposare Agnese, solo così poté ottenere un mese di licenza con la speranza che nel frattempo la guerra finisse. Purtroppo le cose andarono diversamente. Dopo appena dodici giorni di matrimonio Agnese salutò suo marito in partenza per la guerra: non lo avrebbe più rivisto.

Agnese ci racconta che, in seguito ad un viaggio durato sei giorni, il 6 agosto 1942 Giovanni era già sul Don. La moglie spiega che inizialmente si scrivevano quotidianamente e la posta giungeva a destinazione in una decina di giorni. Ci mostra le lettere del marito e qualche sua fotografia sul fronte, tra la neve e le isbe, le tipiche abitazioni rurali russe. Leggendo gli scritti di Giovanni si percepisce il dolore per la lontananza dalla sposa, l’affetto e la speranza per un futuro da costruire insieme a lei.

Agnese ebbe notizie sino all’8 gennaio 1943, poi più nulla. Sicuramente perché dal 17 gennaio iniziò la dolorosa e umiliante ritirata dell’ARMIR.

Guardando le fotografie e ascoltando il racconto di Agnese, ciò che colpisce è la lealtà di questa donna verso il ricordo del marito. Agnese non si risposò più.

Il nome di Giovanni Foresto lo ritroviamo nelle Lettere dal Don di Pino Scaccia, dove si apprende che il suo piastrino è stato recentemente ritrovato a Cerkovo, che fu una zona di grande battaglia dove oggi i resti e i reperti continuano a tornare alla luce appena si scava. Il piastrino è stato ritrovato insieme a molti altri nel giardino di Alexander Tsvetnov, un giovane russo appassionato del ritrovamento di cimeli dei soldati italiani.

Giovanni Foresto scomparve il 22 gennaio 1943, come testimonia il suo verbale di irreperibilità: «dopo tale fatto non venne riconosciuto tra i militari dei quali fu accertata la morte o la prigionia». Su questo dato la storia si ricollega a quella di mio zio e di tutti gli 80.000 italiani dispersi in Russia.

Il periodo compreso tra dicembre 1942 e gennaio 1943 si rivelò infatti la fase decisiva della campagna sovietica, iniziata con 229.000 soldati italiani spediti in un territorio smisurato in cui combattere senza i mezzi adatti. Da subito si dimostrò un’impresa difficile e la situazione peggiorò con l’arrivo dell’inverno, con un freddo impossibile da sopportare, anche per chi, come ad esempio mio zio o lo stesso Mario Rigoni Stern, al freddo della montagna era abituato. I racconti nelle lettere di Angelo Ughetti coincidono con i fatti storici. La corrispondenza dello zio, così come quella di Giovanni Foresto, si interrompe infatti nel periodo di maggior combattimento. Il 16 dicembre 1942 i russi scatenarono l’attacco e dopo giornate di battaglie furenti, gli italiani e gli alleati furono costretti alla prima fuga disperata.

A metà di gennaio del 1943 l’esercito sovietico sfondò definitivamente lo schieramento nemico accerchiandolo e gli italiani, lasciati soli dai tedeschi, si ritrovarono rinchiusi in autentiche «sacche», congelati e senza munizioni in attesa di un ordine d’indietreggiamento che arrivò troppo tardi, il 17 gennaio, quando iniziò la tragica ritirata.

Oggi si parla di migliaia e migliaia di uomini dentro la neve tra temperature impossibili (fino a 45 sotto zero), bufere e vento, incursioni frontali dei sovietici e dei partigiani nelle retrovie. Molti morirono per il freddo, molti altri ancora per la battaglia conclusiva a Nikolajewka, il 26 gennaio 1943. Ecco perché per molti soldati dispersi, come Angelo e Giovanni, quella è considerata la data ufficiale del decesso.

I sopravvissuti vennero fatti prigionieri e costretti a camminare in condizioni disumane verso i campi di prigionia in quella che è conosciuta come la marcia del Davaj, che in russo significa «avanti». Molti morirono durante la marcia che Rigoni Stern ricorda così: «Attraverso la steppa si snodava la colonna che poi spariva dietro una collina, lontano. Era una striscia come una S nera nella neve bianca. Mi sembra impossibile che ci fossero tanti uomini in Russia, una colonna così lunga».

Purtroppo questa non è soltanto la storia di Mario Rigoni Stern, di Angelo Ughetti di Giovanni Foresto, questa è Storia. E quella dell’ARMIR è una storia ancora poco ricordata.

 

Marianna Sasanelli

 

ARTICOLO TRATTO DALLA RIVISTA CANAVEIS

Note

1. Tratto da Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern.

2. Il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) e l’8ª Armata Italiana in Russia (ARMIR) furono le Grandi Unità dell’Esercito impegnate, in successione, sul fronte orientale tra il luglio del 1941 e il febbraio del 1943.

Bibliografia

Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, 1953.

Pino Scaccia, Armir. Sulle tracce di un esercito perduto, 1992.

Pino Scaccia, Lettere dal Don, 2011.

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