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CHIVASSO. Alunni che menano i professori. Maestre che picchiano i bambini

Alunni che menano i professori. Maestre che picchiano i bambini. Genitori che minacciano e riempiono di botte i docenti. Alunni, e pare pure docenti, che fanno i bulli. Vittime che si tolgono la vita. Insomma sembrerebbe il sequel di un celebre film di fine anni ottanta, in cui James Belushi interpretava il ruolo di un preside di una scuola in balìa di gang di delinquenti.

Sarà colpa della Società capitalista, del computer, del cellulare, dei social, del PD o di Berlusconi, ma certo è  che la scuola pubblica qualche problemino ce l’ha. E, per dirla con il compianto De Andrè, lo Stato, davanti alle difficoltà della scuola “si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità.” Così tutto va avanti come prima.

Beh, no, scherzi a parte, non è facile trovare una soluzione ad un problema che, effettivamente, ha tante, troppe, sfaccettature.

Però sarebbe bello vedere qualche segnale concreto da parte di chi, di volta in volta, ci governa. Io partirei dal reclutamento dei docenti. Insegnare non significa solo conoscere gli argomenti, ed educare i giovani d’oggi implica il possesso di competenze e strategie che vent’anni fa non servivano (e non mi riferisco solo alle qualità pugilistiche oramai assolutamente imprescindibili..).

Voglio dire, la figura del docente che sa tutto della sua materia e che pensa di sedersi alla cattedra e di iniziare a parlare a ragazzi che ti ascoltano ammirati, con le braccia conserte, è fuori dalla realtà. Allo stesso modo non c’è bisogno di salire in piedi sulla cattedra, come ne L’attimo Fuggente, né di andare in classe armati.

Semplicemente basterebbe rendersi conto che per fare l’insegnante occorrono qualità pedagogiche e comportamentali che non sono per nulla legate alla conoscenza della propria disciplina. Oggi, invece, chiunque può decidere di fare l’insegnante.

Anche chi ha bisogno di tempo libero, chi non trova di meglio da fare o chi avrebbe voluto fare il monarca assoluto e ha infine scelto la professione che gli assomiglia di più. Il risultato, spesso, è l’aumento dello stress lavoro-correlato e dei  conseguenti casi di cosiddetto “burnout”, ovvero di esaurimento emotivo dovuto a realtà lavorative assolutamente diverse da quelle che ci si aspettava di dover affrontare.

Tutti i lavori implicano periodi di tirocinio valutati con attenzione e molti implicano professionalità riconosciute al termine di percorsi formativi specifici.

Perché lo stesso discorso non può valere per gli insegnanti? Beh, se però poi penso che i dirigenti scolastici, responsabili in toto ed in prima persona, di più autonomie scolastiche che coinvolgono migliaia di utenti e centinaia di dipendenti, vengono selezionati tra i docenti dopo una prova scritta ed una orale, mi intristisco e penso che, in fondo in fondo, della scuola non importa proprio niente a nessuno. Almeno fino alla prossima scazzottata.

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