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Canté j’ov, canté j’euv! Cantare le uova!

Canté j’ov, canté j’euv! Cantare le uova!
Il “cantare le uova” è una questua primaverile che affonda le radici nel territorio piemontese e in particolare quella terra storicamente appartenuta al dominio dei Marchesi del Monferrato. Un tempo erano solo i giovani del paese, che di notte giravano tra le cascine chiedendo cibo, vino e anche dei soldi con cui organizzare il pranzo del lunedì di Pasquetta. Era l’occasione per fare scorpacciate di uova, simbolo di fertilità, e bisboccia, ma anche di cantare e suonare tanta musica. Oggi molte comunità mantengono ancora vive queste tradizioni soprattutto nel Monferrato, nelle Langhe e nel Roero. In verità il canto delle uova era fatto per l’inizio dell’anno nuovo e hanno una consolidata tradizione anche nel Sud italiano con il canto della Strina le “Kalanda” “calendae” in latino, usanza che c’è in Romania, che significa che sta per iniziare il mese e l’anno nuovo, ma pian piano è scivolato verso tempi più miti. I giovani si fermavano nell’aia delle cascine: gli abitanti della casa offrivano da bere, mentre il coro intonava delle strofe, dedicate alla donna, al capo di casa, alle figlie giovani cui si augurava un felice matrimonio. Questo evento avveniva anche nella settimana di Pasqua dopo il tramonto, un gruppo di giovani partiva a piedi dal paese, capitanati da un falso fraticello elemosiniere e andava vagando per la campagna di cascina in cascina, a chiedere le uova in cambio di una canzone benaugurale. Una mescolanza di sacro e profano memore di rituali ancor più antichi, quando si credeva che la terra avesse bisogno di essere ridestata dal sonno dell’inverno! La visita era funzionale anche al ripristino delle convivialità interrotte durante l’inverno, quando il freddo e la neve isolavano la comunità dentro alle rispettive abitazioni. I prodotti ricavati dalla questua sarebbero serviti per imbandire un pranzo comunitario il lunedì dell’Angelo (Pasquetta) o più prosaicamente a riempire la pancia dei questuanti che evidentemente non se la passavano molto bene economicamente. La canzone era una specie di filastrocca in dialetto piemontese: “Suma partì da nostra cà, ca i-era n’prima seira, per venive a salutè, devè la bun-ha seira…”, Siamo partiti dalle nostre case che era da poco sera, per venirvi a salutare e darvi la buona sera. Per quanto i versi fossero improvvisati c’erano delle strofe “pronte all’uso” da adattare alla famiglia presso la quale si cantavano le uova, una buona parola per le vedove, un complimento per la padrona e per le belle figlie, a cui seguivano le strofe benaugurali per la salute delle persone e delle bestie della cascina, la prosperità dei raccolti e l’arrivederci al prossimo anno. Poi seguivano altre strofe, molte altre strofe, in cui si invitava il padrone di casa a uscire e consegnare un po’ di uova. Il padrone il più delle volte usciva per davvero, magari assonnato nel primo sonno, con i pantaloni ancora in mano, e faceva scivolare una dozzina d’uova in una cesta portata a braccio da uno strano figuro, il fratucìn, che era poi nient’altro che un ragazzo vestito da frate. Dalla cascina le ragazze da marito spiavano i giovanotti stando dietro l’uscio, eppure i giovanotti più intraprendenti riuscivano a corteggiare la ragazza prescelta, un gioco di sguardi alla finestra, un bigliettino o un fiorellino, ma anche un oggetto più personale come un fazzoletto, potevano passare rapidamente di mano, e forse nella confusione generale qualcuno riusciva a scambiarsi un bacio. Dunque succedeva di tutto un po’ in quei cortili di cascina illuminati solo dalla luna, quando c’era: i cantori cantavano, il padrone, o la padrona, di casa per lo più stava al gioco e, dopo essersi fatta attendere un po’, si affacciava all’uscio con le uova in mano, quindi potevano accadere molte cose: che i cantori ringraziassero, sempre con il canto, la padrona per poi riprendere il cammino verso un’altra cascina, oppure che il padrone di casa, ormai ben desto, facesse entrare in casa o in cantina i ragazzi, offrendo loro un scodella di buon vino rosso e tagliando il salame fatto in casa. Erano rare le volte in cui il padrone di casa non voleva proprio saperne di uscire: in quei casi i ragazzi se ne andavano maledicendo la cascina e i suoi abitanti, in particolare gli animali e il raccolto.
Favria, 20.04.2019 Giorgio Cortese

Che la Pasqua ci serva per riflettere. Pasqua vuole dire passaggio e allora cerchiamo di vivere la vita come un attimo bellissimo per lasciar fiorire nuovi attimi ancora più belli. Buona Pasqua.

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