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CANAVESE. Le parlate piemontesi in Canavese

Nel Canavese, cioè, secondo la tradizione, la sub-regione del Piemonte compresa tra le Vaude a ovest e la Serra a est, corrispondente quindi ai bacini idrografici di Orco-Malone e della Dora Baltea, a valle di Pont Saint-Martin, si parlano, oltre all’italiano ovviamente, due lingue romanze (cioè derivate dal latino): il franco-provenzale nella sua variante del Piemonte ed il piemontese nella sua variante canavesana.

Il franco-provenzale appartiene al sistema linguistico gallo-romanzo, cioè le lingue romanze dell’antica Gallia, assieme al francese (langue d’oïl) e alle parlate provenzali (langue d’oc). Il piemontese è una parlata gallo-italica, cioè una parlata con una serie di caratteri comuni con altre dell’antica Gallia Cisalpina (ligure, lombardo, emiliano e romagnolo).

Appare comunque evidente che le lingue vive, variando progressivamente nel territorio, non hanno dei veri e propri confini tra di loro: si può comunque tener conto di alcuni caratteri (in genere di tipo fonetico, morfologico e sintattico) che fungono da divisione tra le varie parlate, ma che lasciano tuttavia delle notevoli incertezze. In conclusione non possiamo tracciare un confine netto e preciso, incontrovertibile, tra piemontese e franco-provenzale o, all’interno delle parlate piemontesi, tra, per es., canavesano e torinese, biellese e vercellese.

Il franco-provenzale nel Canavese è parlato a monte di Pont, nella Val Soana e nella Valle di Locana, per una popolazione che non raggiunge le 5000 persone. È proprio dalla descrizione delle parlate della Val Soana, fatta da Costantino Nigra, che il glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli nel 1874 individuerà, tra le Alpi Graie (Piemonte) e l’alto bacino del Rodano (Delfinato e Savoia), l’esistenza di una lingua con caratteri intermedi tra l’oïl e l’oc, da lui definita proprio per queste sue caratteristiche “franco-provenzale”.

Una delle caratteristiche usate per distinguere il franco-provenzale dal piemontese è la cosiddetta (dai linguisti di professione) “palatalizzazione” (cioè il suono “dolce” e non “aspro”) delle consonanti latine C e G (es. vaci, “vacca”, ceina, “catena”, di contro al piemontese: vaca e chèina).

La quasi totalità del Canavese usa (o usava) delle varianti (dette appunto “canavesane”) della lingua piemontese: ciò vale da Corio (ad ovest) fino al bacino del lago di Viverone (ad est) e dai confini con la Val d’Aosta (a nord) fino a sud, dove però non si possono trovare dei confini precisi. A Chivasso infatti e lungo il corso del Po le parlate sono di tipo prevalentemente torinese, così come torinesi dobbiamo considerare, anche se con alcuni aspetti canavesani, anche quelle di Cirié e del medio bacino della Stura (media Valle di Lanzo), mentre a monte di Lanzo si parla il franco-provenzale del Piemonte.

Tenendo ora presenti quelli che sono i caratteri propri della cosiddetta koinè piemontese, possiamo considerare canavesane quelle parlate che presentano, in misura quantomeno maggioritaria, queste caratteristiche, cominciando con quelle fonetiche (cioè di pronuncia):

mantenimento delle “r” in fondo di parola: parlar, frer (“parlare”, “fabbro”, mentre in piemontese comune abbiamo parlé e fré); consideriamo comunque che questa caratteristica è in sostanza un “arcaismo” (cioè una forma antica della parlata), e non una differenza tra due lingue diverse: infatti in piemontese questa “r” finale era presente almeno fino al XV/XVI secolo. Trasformazione del latino “i” ed “e” cosiddetti “lunghi” in è (es: lèt, frèd, “latte”, “freddo”), mentre il piemontese comune li ha trasformati in ài ed èi (làit, frèid); in alcune parlate lo stesso fenomeno accade anche con òi (tësoere, “forbici”, piem. com. tësòire) e eui (neut, “notte”, piem. com. neuit). Evoluzione di è in fine di parola, seguita da consonante o gruppo consonantico, in ë o a (piolët o piolat, “ascia”, piem. com. piolèt; vërd o vard, “verde”, piem. com. verd). Assenza della nasale velare intervocalica (galina “gallina”, piem. com. galin-a).

Passando ora alle differenze morfologiche (cioè quelle che investono l’aspetto stesso e non la pronuncia delle parole), abbiamo, nelle forme verbali, la 3a persona singolare del congiuntivo in –o (ch’a parlo, “che egli parli”, piem. com. ch’a parla), la 1a persona plurale dei verbi in –an, –ën o -on non accentata, spesso uguale alla terza persona plurale (e pàrlan, a pàrlan, “parliamo, parlano”, piem. com. i parloma, a parlo).

Altra caratteristica morfologica canavesana (condivisa però anche con le parlate biellesi e da alcune cuneesi) è quella dei plurali cosiddetti “metafonetici”, cioè col mutamento della vocale per effetto della originaria –i del plurale (ël can, ij chèn, “il cane, i cani”, piem. com. ël can, ij can; ël nòst, ij neusti, “il nostro, i nostri”, piem. com. ël nòst, ij nòsti). Abbiamo poi l’uso della forma (presente comunque anche nel piemontese fino almeno alla metà del XVIII secolo) am ha dime (“mi ha detto”, piem. com. odierno a l’ha dime). Altre caratteristiche canavesane, ma comunque non presenti in tutta la sub-regione, sono l’uscita in –ën delle sdrucciole latine in –ine/inu ed –ene (rùsën, gióven, “ruggine, giovane”, piem. com. ruso, giovo) e il condizionale in –iss- (ët parlrisse, “tu parleresti”, piem. com. it parlrìe).

Come già detto, però, molte di queste differenze altro non sono che innovazioni o arcaismi rispetto al piemontese comune o ad altre varianti locali del piemontese. Per esempio sono arcaismi forme come e von, e ston (presenti per altro anche in parlate della pianura cuneese) invece di i vado, i stago, che a Torino, oltretutto, sono una innovazione rispetto alla forma antica i vad, i stagh. Ancora arcaismi sono chéser o chèir (“cadere”), véser o ver (“vedere”), créser o crèr (“credere”), presenti nel piemontese comune fino almeno agli inizi del XVI secolo.

Le parlate canavesane, in una eventuale classificazione delle parlate piemontesi, possono essere considerate un terzo gruppo a sé, rispetto al piemontese occidentale (torinese, saluzzese, cuneese) e a quello orientale (valsesiano, biellese, vercellese, basso e alto monferrino, alessandrino, langarolo, monregalese). Il canavesano, oltre alle sue caratteristiche peculiari, ha in comune con il piemontese occidentale l’uscita in –o della prima persona singolare dei verbi (e parlo), mentre in quello orientale non abbiamo alcuna vocale (i parl), mentre ha in comune con il piemontese orientale l’evoluzione del latino habeo in i heu, i ho (mentre nel piemontese occidentale essa è i hai) e la completa caduta o trasformazione della desinenza –s nella 2a persona singolare dei verbi (ët sé, ët sai e non it sas).

Le parlate canavesane sono a loro volta discretamente differenziate tra loro. Seguendo la ripartizione proposta dalla linguista Alda Rossebastiano (dell’Università di Torino) possiamo dire che esistono un canavesano orientale e un canavesano occidentale, avendo come confine il fiume Orco. Infatti è stato notato che ad est del corso del fiume abbiamo l’evoluzione di è seguita da consonante o gruppo consonantico in fine di parola in a (piolat, “ascia”, piem. com. piolèt, vard, “verde”, piem. com. verd), anzi, in alcune località allo stesso modo si comporta anche il dittongo (tàila, “tela”, piem. com. tèila); l’ esito dell’indicativo imperfetto di tutte le coniugazioni è identico alla prima (e parlava, e j’ava, e coriava, e disiava, “parlavo, correvo, dicevo, avevo”), come nei dialetti piemontesi orientali. Invece ad ovest abbiamo l’evoluzione di è seguita da consonante o gruppo consonantico in fine di parola in ë (piolët, “ascia”, piem. com. piolèt, vërd, “verde”, piem. com. verd) e così in alcune località abbiamo lo stesso comportamento anche per il dittongo (tëila, “tela”, piem. com. tèila); l’esito dell’indicativo imperfetto della prima coniugazione dal latino –aba- (e parlava, “parlavo”) e delle altre tre coniugazioni dal latino –eba- (e j’avìa, e corìa, e disìa, “avevo, correvo, dicevo”), come nelle parlate piemontesi occidentali.

A sua volta la parlata canavesana occidentale presenta delle varianti locali in cui si sposta l’accento sull’ultima sillaba in alcune occasioni (galinà, e disià, rotà, “gallina, dicevo, rotta”), e altre in cui la consonante intervocalica è raddoppiata (con termine tecnico “geminata”: galinna, rotta) e altre ancora in cui non avviene nessuno dei due fenomeni.

Per quel che riguarda il lessico, esso è sostanzialmente unitario, e comune con quello piemontese (a parte, come detto, le differenze dovute alla pronuncia). C’è da dire che negli ultimi anni le varianti locali del piemontese si sono evolute autonomamente, aumentando la frammentazione e diventando sempre più uno strumento strettamente locale, ma d’altra parte sempre più impoverendosi dal punto di vista lessicale: scompaiono i sinonimi e molte parole sono sostituite da italianismi, così che il parlante di un paese sente come estranee parole di uso comune anche solo fino a poche generazioni a lui precedenti. Ciò fa anche sì che si credano come esclusive di un territorio parole in realtà comuni a buona parte dell’area piemontofona: ad esempio beiché (canavesano beicar), “guardare”, viene spesso sentito come un termine di uso esclusivo di una data zona, mentre è presente in tutto il Piemonte, almeno nelle varianti linguistiche “rustiche” (oltre ad essere un termine molto antico, già presente negli scrittori, anche torinesi, del secolo XVIII).

Lo spazio mi obbliga ora a concludere, ma se a qualcuno fosse venuto l’anghicio (cioè l’acquolina) di saperne di più, può consultare l’intervento, su questo argomento, di Francesco Rubat Borel contenuto nel libro L’identità del Canavese di Pietro Ramella (Bolognino editore, Ivrea 2004).

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Blogger: Dario Pasero

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