Fabrizio Bacolla

Curiosità Storiche di: Fabrizio Bacolla

Home / BLOG / CALUSO. Briganti in Canavese ai tempi di Napoleone

CALUSO. Briganti in Canavese ai tempi di Napoleone

Il manifesto del Generale Souvarow

Dopo l’armistizio di Cherasco del 26 aprile 1796, l’esercito napoleonico occupa il Piemonte e a seguito dello scontento generale incomincia a dilagare il brigantaggio. A Montanaro i boschi sono così pieni di briganti che il governo invia un distaccamento di Cacciatori del Reggimento della Marina per snidarli, ma senza successo.

A Caluso c’é il brigante Ghè, vecchio cacciatore della Guardia Imperiale che, stanco della vita di soldato, ha gettato la divisa e si é messo ad assalire i viandanti sulle strade del circondario. Nella zona é conosciuto e protetto, lo considerano una figura simpatica, un brigante che deruba solo i francesi. Per catturarlo, da Torino e da Ivrea vengono inviati un reparto di fanteria e alcune pattuglie di gendarmi.

Due anni dopo la situazione cambia. La vittoria inglese ad Aboukir blocca Napoleone in Egitto e alle sue spalle risorgono gli antichi nemici. Il generale Joubert, comandante dell’Armata d’Italia, temendo un attacco dall’Austria sulla linea dell’Adige e dell’Adda decide di impadronirsi del Piemonte per impedire che passi nel campo nemico. Il 29 novembre 1798 un aiutante di campo del generale e l’ambasciatore Eymar si presentano al cavalier Priocca e gli chiedono la consegna dell’Arsenale. Al rifiuto del ministro, il generale Joubert può informare il Direttorio che il Re di Sardegna é in accordo con la Corte di Vienna. L’ambasciatore Eymar abbandona Torino e va a chiudersi nella Cittadella, minacciando il bombardamento della città. Carlo Emanuele IV convoca il Consiglio della Corona e inizialmente decide di resistere, poi la resa giunge improvvisa l’otto dicembre, mentre già sono comparsi i manifesti che ordinano la mobilitazione generale. Il Re accetta tutte le imposizioni del generale Joubert e il giorno dopo parte per l’esilio, mentre il ministro Priocca si consegna in ostaggio alla Cittadella. La monarchia é caduta. A Torino viene installato un governo provvisorio, mutano il nome delle piazze: Piazza Castello diventa Piazza Nazionale e Piazza Carlo Emanuele II prende il  nome di Place della Libertè. Su ogni piazza piemontese vengono piantati gli Alberi della Libertà intorno ai quali si balla e si canta, simbolo del mutamento politico avvenuto. I francesi e i loro amici giacobini festeggiano la libertà e al tempo stesso la cacciata degli “aborriti tiranni”. A Ivrea, i patrioti armati, perquisiscono le case dei nobili per fare incetta di pergamene da bruciare ai piedi dell’Albero della Libertà.

Una statua in gesso di Carlo Emanuele IV viene appesa allo stesso albero, come simbolica impiccagione. C’é da chiedersi quanto queste dimostrazioni siano sincere. Se i resti dell’ordinamento feudale in Piemonte possono far pensare ad una generale soddisfazione al momento della loro totale abolizione, é anche vero che le dimostrazioni sembrano più chiassose e forzate che sentite.

Del resto non passeranno molti mesi che queste manifestazioni saranno dimenticate e lo scoppio del furore popolare contro i francesi nella primavera del 1799 rivela che l’esultanza era esagerata. E’ interessante vedere quale sia il comportamento del clero in questo periodo. La partecipazione degli ecclesiastici alle feste repubblicane, talvolta in modo veramente grottesco, non é indifferente, particolarmente tra gli esponenti del basso clero. Alcuni casi di adesione al giacobinismo sono clamorosi: il canonico di Aosta, Deffly, con il berretto frigio e la “carmagnola” indosso si fa vedere intento a ballare intorno all’Albero della Libertà, sbaciucchiando le danzatrici.

Ad Ivrea un professore di teologia del Seminario si improvvisa maestro di danze. Gli entusiasmi per la repubblica tra il clero piemontese sono evidenti e clamorosi, a raffreddarli sono gli stessi francesi, che con la loro politica poco accorta, allontanano da sè molti di tendenza repubblicana. All’iniziale simpatia subentrerà ben presto la delusione: i francesi promettono molto ma non portano nulla di concreto. In breve, molti ecclesiastici, delusi, si alleano tra le file dell’opposizione e saranno tra i capi della reazione del 1799. Il curato di Primeglio, per esempio, con la croce sul petto e il forcone in mano, alla testa di una banda di contadini, occupa un punto obbligato sulla strada che porta da Chivasso a Torino e uccide o fa uccidere tutti i francesi che transitano.

Tra i capipopolo che nella primavera del ‘99 favoriscono l’avanzata austro-russa diventa presto famoso il maggiore Viora Branda de Lucioni. Ufficiale dell’ esercito austriaco, alcuni lo dicono originario del Friuli, altri di Varese. Nel maggio del ‘99 il maggiore Branda é in Piemonte, dove si dichiara inviato dall’Imperatore per sollevare i contadini e rimettere sul trono il legittimo sovrano. Asserisce di avere delle visioni: gli appare Gesù Cristo attorniato dai santi e una voce misteriosa gli comanda di liberare la Francia dai suoi tiranni. I contadini gli credono. Compare inizialmente nel novarese e nel vercellese e in breve intorno a lui si raccolgono bande di contadini, fanatici e delinquenti comuni. La loro politica é quella del terrore, nessuna pietà per i francesi e i loro amici. La caccia al giacobino é feroce. Povero e scarso l’armamento dei contadini con forche, bastoni, tridenti, coltellacci e qualche arma da fuoco, eppure riescono ad avere ragione dei soldati. E’ una piccola armata che prende il nome di “Massa Cristiana” e intende muoversi su Torino. Lo scortano due cappuccini armati di pistola e fucile, segretari e consiglieri al tempo stesso. Si distingue come suo aiutante un Oddone di San Salvatore. Entrato in un paese, il maggiore Branda fa suonare campana e martello, raduna tutti gli abitanti e tra gli spari e le grida dei suoi contadini fa piantare una croce e abbatte l’Albero della Libertà. Dopo aver spopolato il novarese e il vercellese la Massa Cristiana passa nel Canavese. Qui Branda de Lucioni, pur continuando nei suoi assassini, si preoccupa dell’amministrazione pubblica e ordina che le vecchie giunte riprendano le sue funzioni e che sia abolito tutto ciò che é stato introdotto “Nel tempo traditore denominato democrazia”. Impone nuove tasse e ne elimina altre, poi sentenzia che “La cabala dei prepotenti non abbia più luogo”.

Il 13 maggio la Massa Cristiana, composta da duecento contadini, occupa Montanaro e si fa consegnare con la forza 1500 razioni di pane, carne, vino, foraggio e attrezzi agricoli. Ad accrescere la miseria del paese giungono anche i russi, 15.000 soldati affamati e violenti che fra carne, vino e meliga costano al comune 17.773 lire, più il conto del trasporto dei viveri a Torino. Tra Massa Cristiana e russi, Montanaro, aggiungendo i guasti arrecati alle campagne, subisce un danno di 50.829 lire. Mentre la Massa Cristiana occupa il Canavese, altri individui giungono ad ingrossare le file dei “Branda”, come ormai vengono chiamati i seguaci del maggiore. Da Ozegna ne arrivano trentuno, tra questi due tenenti della Guardia Naziionale, otto ex soldati delle Milizie Provinciali, un chierico e alcuni preti. Con quaranta ussari di scorta, Branda de Lucioni entra infine ad Ivrea e il vescovo Pochettini gli va incontro, lo saluta come un liberatore e benedice le sue bandiere. Ai paesi che rifiutano di riconoscere l’autorità del maggiore, Branda de Lucioni fa schierare i suoi contadini e manda a dire che se la resa non sarà immediata farà leggere il suo mandato imperiale al chiarore delle case incendiate. Occupata Chivasso, il maggiore, che ora asserisce di essere inviato dalla Santa Vergine e di parlare a nome del maresciallo Souvarow, ordina la leva in massa, impone tasse e contribuzioni a tutti i comuni compresi tra la Dora e la Stura. Il 25 maggio le avanguardie austro-russe compaiono sulle colline torinesi, un reparto ha già occupato Rivoli. Tra i primi ad entrare in Torino c’é il maggiore Branda, ubriaco come d’abitudine. Ma in città rimane poco, i russi e gli austriaci hanno fretta di liberarsi da quell’incomodo e incominciano ad esere stanchi delle ruberie dei suoi contadini. Con la caduta di Torino, termina la carriera del maggiore Branda; avendo sentore di esere caduto in disgrazia il maggiore vaga chiedendo attetati di benservito. I suoi contadini invece vengono raccolti dai russi e inviati alle loro case, ponendo così fine alla storia della Massa Cristiana.

Nell’estate del 1800 in Canavese troviamo le bande Diciotto, Data e Truppa che in particolare occupano la Valle di Locana, la Val Grande e la Val Soana. I francesi preferiscono non avventurarsi nei paesi di montagna per le continue imboscate. L’anno succesivo  imperversano altre bande, sono gli ultimi resti degli “Zoccoli” (é il nome con cui furono indicati i contadini canavesani e valdostani che sui primi del 1801 si sollevarono contro i francesi). Il 13 febbraio 1801, a un mese dalla fine della rivolta, si giunge all’arresto degli ultimi briganti: tra gli altri c’é Varzino detto “Il Piccolo”, Rolle detto “Il Cittadino”, i due Baumont di Volpiano, un Roda e un Giannasso di Settimo Torinese, dodici briganti sono presi presso Vistrorio, sette nelle campagne di Chivasso. Il generale Ortigony, che ha già vinto gli “zoccoli”, si dirige ora contro i briganti a capo di una colonna mobile. Il 21 febbraio é a Favria, dove riesce a catturare Arietta, assassino di strada e uno dei capi della sollevazione. Il bandito viene tradotto nelle carceri di Torino e il generale propone di ricompensare il pittore Matteo Ricca di Volpiano che gli ha indicato il luogo in cui si era rifugiato Arietta. Il pittore dovrebbe avere un premio di 250 lire, ma non lo avrà mai. Nella stessa Volpiano vengono arrestati altri briganti canavesani tra cui troviamo Mol detto “Il Sicarel”, Moretto detto “Tropetto”, che tuttavia al momento della cattura riesce a suicidarsi nella chiesa in cui si é rifugiato, Giacomo Ferrero detto “Il Boraccio” e sedici altri individui, tutti parenti e fiancheggiatori dei briganti. Ormai sbandati, inseguiti ed il più delle volte catturati, i briganti trovano un estremo rifugio presso gli ultimi oppositori francesi.

I preti sono i più attivi in questa opposizione. Ad Ivrea molti di loro si rifiutano di cantare durante la messa il Domine Salvum, l’inno imposto ad onore di Napoleone. Sempre nel 1801 vengono arrestati Corsette, Caffalo e Mattioli, i tre sono immediatamente condannati a morte, mentre si cerca un quarto compagno, certo Rossio, forzato evaso. Con il 1808 i briganti diventano meno numerosi. Nel dipartimento della Dora sono arrestati i briganti Gasta, Cameche e la brigantessa Roubade.; tuttavia le strade continuano ad essere poco sicure ed un mercante viene derubato di ogni valore presso Ivrea, quasi in vista delle mura cittadine. Il povero diavolo viene lasciato nudo in mezzo alla campagna. Con il 1810 invece il brigantaggio é in chiaro declino. Verso quell’epoca la polizia può vantare di aver fatto sparire tutti i più feroci delinquenti e di averne incarcerati, ghigliottinati, fucilati o mandati alle colonie ben 1400. A Ivrea sono condannati a morte Giuseppe Cattaneo, Carlo Mosca, Sebastiano Negro, Guido Antonio Negro e Giacomo Lievore, tutti assassini di strada e briganti delle terre comprese tra La Mandria, Chivasso e Caluso.

Commenti

Leggi anche

CAVAGNOLO. “Una passione ereditata dal papà Remo”: così il bue di Nicola è protagonista a Moncalvo

C’è un cavagnolese che da qualche tempo fa incetta di premi in giro per il …

Chivasso

CHIVASSO. Altri 5 mila euro per i murales. Evviva la “legalità”

A Chivasso vanno a fuoco i furgoni degli esercenti. Episodi inquietanti nella città della grande …