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Marcorengo, frazione di Brusasco. Una veduta della collina

BRUSASCO. Marcorenco? Marclu nèn o Marcu-reng

“Marclu nèn, non segnarlo!” Finisce così la leggenda del passaggio di Gesù e S.Pietro, che vanno di paese in paese a dare a ciascuno il nome appropriato, perchè i lavori vanno fatti bene fino in fondo..  Quando si trovano di fronte al piccolo paese, viene istintivo dire “non segnarlo, è troppo piccolo. Marclu nèn! “ Ma S.Pietro non capisce bene e scrive Marcu-reng. da cui Marcorengo.

Invece la storia dice ben altro, e narra di un paese   ricco di avvenimenti, fin dagli anni mille.

Torniamo indietro nel tempo, appena dopo i Longobardi, quando i paesi ed i feudi del Monferrato diventano prede dei vari signori o signorotti con ambizioni di possedimenti propri. La desinenza “engo” indica una probabile origine longobarda, di cui non c’è però traccia.   E’ comunque un paese antico: la più lontana citazione di Marcorengo sta  in una  pergamena   del  1113,   in cui è citato Ualfredus de Mercorengo, probabilmente uno dei più antichi signori del paese, “capitaneus” del comune di Vercelli. Il documento proveniente dalle Carte dell’Archivio Capitolare  di Vercelli attesta una presenza certa dei “capitaneus”,  persone che avevano importanti responsabilità amministrative e giuridiche nei nascenti comuni, che si stavano affermando a scapito di quel potere imperiale che sarà simboleggiato nel bene e nel male da Federico Barbarossa.   Ma già nel 1095 , con la cosidetta “Carta di Vezzolano” che indica la nascita dell’abbazia in quel di Albugnano, si parla di tal Ottone di Montafia,  che diventa Ottone di Mercorengo e Montafia secondo l’albero genealogico .    Sicuramente Marcorengo esisteva già il 3 gennaio 1117, quando , viene citato dagli Annales Hildesheimenses di Jacques Paul Migne, , secondo cui ci sarebbe stato    un violento terremoto che si fa sentire in tutta la regione. Intanto il Monferrato, citato per la prima volta nel 967, subisce una espansione sotto GuglielmoV, del ramo degli Aleramici. Con la sua investitura del 5 ottobre 1164 fatta dall’imperatore Federico Barbarossa, il feudo di Marcorengo entra a far parte dei suoi possedimenti. Nel 1178 Chivasso diventa la capitale del Marchesato del Monferrato. Marcorengo resterà nel Marchesato, con alterne vicende, prima sotto gli Aleramici, poi sotto i Paleologi dal 1305, e , dal 1536 sotto i Gonzaga. Infine, con il trattato di Cherasco del 1631, passerà sotto il ducato di Savoia, fino all’unificazione d’Italia. Per quanto piccolo paese, può quindi vantare una storia  davvero antica, e trascorsi decisamente bellicosi e guerreggiati. Davvero difficile seguire e trascrivere tutti gli avvenimenti,   in cui furono presenti e citati nei documenti personaggi di Marcorengo, in quel periodo così turbinoso. Si può affermare con certezza che negli estimi della diocesi di Vercelli è menzionata per la prima volta “una Ecclesia de Gisolfengo”, e siamo nel 1299.

In un documento del 1304 è documentata la divisione in 3 borghi del paese di Marcorengo: Gisolfengo, spostato verso Chiesa Vecchia (1299); Zano, che poi diventerà Azzano, spostato verso Casa Nuova, forse verso la chiesa di S. Defendente, sull’omonimo colle; Borgo Gargagliano diventato poi Casa Coppa (1304). Una certa piccola rivalità tra i borghi forse nasce proprio da questa vecchia divisione. Le grandi famiglie che governarono il paese furono quelle del Miroglio, e poi dei Radicati a partire dal 1410. Numerosi documenti attestano il pagamento di imposte ai feudatari da parte della comunità di Marcorengo.

Rilevante è il fatto che con la bolla di Sisto IV del 1474 , la chiesa e la parrocchia  di Marcorengo passano alla diocesi di Casale, insieme a tutte quelle facenti parte del Marchesato del Monferrato,  mentre Brozolo Verrua e Cocconato rimangono nella diocesi di Vercelli

Il castello

E’ in questo periodo, dal trecento al seicento, che si sviluppa l’importanza del castello di Marcorengo, fino alla sua totale distruzione. La sua prima citazione in documenti dell’epoca è del 1299, riguardante gli estimi della diocesi di Vercelli, in cui si parla di “cappella castri di Gisolfengo”, una delle 3 frazioni di Marcorengo. Il castello è situato in posizione strategica, situato in cima ad un colle ripido, con la possibilità di controllare sia la strada verso Vercelli che quella che diventerà la strada militare di Casale. Però subirà danni e saccheggiamenti in gran quantità, sopratutto dalle armate che andarono ad assediare Verrua nel 1552. Altro saccheggio e distruzioni nel 1625, quando viene scritto che “i castelli di Brozolo e Marcorengo non esistono più”. Altre armate combattenti nella guerra tra Savoia e Monferrato passano e distruggono quel poco rimasto, tanto che nel 1631, nel passaggio di Marcorengo ai Savoia, viene scritto che il castello è rovinato e saccheggiato dalla soldataglia spagnola e polacca. Tanto che si può affermare, secondo i resoconti delle visite pastorali, che nel 1658 il paese di Marcorengo è praticamente disabitato, ed il suo castello ridotto a macerie (nel catasto del 1710 è indicato come distrutto). Da allora solo il toponimo Castellazzo (Castlass) indica la vecchia presenza, insieme a piccoli resti di mura ormai sovrastati da vegetazione incolta.

Chiese campestri

Una chiesa campestre che finì in nulla come il castello è quella di S.Defendente sull’omonimo colle dietro a Casa Nuova: se ne hanno tracce nel 1566, a proposito di un lascito testamentario, ma già nel 1680 è citata solo come cappella, e nel 1724 è già diroccata: i suoi mattoni serviranno per l’edificazione della nuova chiesa parrocchiale. L’ultima volta che se ne parla è nel 1747, in cui si afferma che “la chiesa campestre di S.Defendente è stata diroccata dopo l’assedio al forte di Verrua”. 

Si salva ed è ancora visibile e aperta in alcune occasioni la chiesa di S.Orsola, un tempo dedicata a S. Bernardino, sembra edificata per ringraziamento dopo il passaggio della peste.

Nella “Descrizione di tutte le città, terre e castelli del Ducato di Monferrato”, viene attribuita a Marcorengo  nel 1604 la popolazione di 204 persone, in 40 famiglie. Alcune se ne andranno dopo la peste del 1630, e praticamente nella seconda metà del seicento il paese si trovò spopolato e abbandonato.

Inizia il Ripopolamento

Le condizioni di miseria e di distruzione erano ormai  tali da obbligare le antiche famiglie a cercare altrove condizioni migliori di vita, poichè a Marcorengo non riuscivano più eppure a sfamarsi, esattamente come ancora oggi succede in varie parti del mondo.     Così il paese viene abbandonato dalle sue antiche famiglie,  i Basso, i Becchio, i Buzzi, i Forno. Al loro posto, dopo il 1658, spartiacque tra “paese vecchio” e “paese nuovo”, arrivano i Ferrante, i Vercelli, i Ferro, i Nicola, gli Scaglione, i Canuto ed altri ancora. Arrivano a seguito di un editto di grazia del 1664 di S.E.Carlo Emanuele II di Savoia, che in pratica dispensava il comune di Marcorengo dal pagamento di alcune tasse arretrate e future, favorendo quindi l’arrivo di nuove famiglie che potevano acquistare a poco prezzo case e terreni per ripristinarne l’uso. Non tutte le tasse dovute furono abolite, ma per 15 anni a partire dal 1674 vi furono considerevoli agevolazioni per chi tornava a ripopolare il paese. Giunsero famiglie da Asti e paesi circostanti, addirittura dal savonese. Continuarono combattimenti e faide famigliari, ma il paese riprese a vivere. Le frazioni presero l’attuale nome, Gisfengo per Ghisolfengo, Azzano per Zano, Casa Coppa per Gargagliano. La famosa  “”levata del sale”, con cui venivano identificati tutti i componenti di una famiglia, bestie comprese, permise di stabilire   quale era la necessità reale di sale per ogni famiglia, e di capire la differenza in quantità e qualità della popolazione tra il prima ed il dopo-ripopolamento. . Marcorengo subirà altre distruzioni nel 1704-1705, con l’assedio di Verrua da parte dei francesi, con combattimenti e morti. Ma sarà l’ultima grande partecipazione ad una guerra guerreggiata, fino al periodo della lotta partigiana antifascista, che vede combattimenti lungo la strada della val Cerrina, con il ferimento di una donna del paese. Il comune di Marcorengo nasce nel 1300, è indicato spesso con il termine “comunità”, durante l’occupazione francese viene denominato “mairie, o municipalitè.” In quanto Comune esisterà fino al 1928, anno di unificazione imposta dal regime fascista tra Brozolo, Brusasco, Cavagnolo e Marcorengo. Sul paese e la sua storia è stato scritto un libro  (Marcorengo mille anni di storia, di Silvano Ferro), da cui sono state tratti alcuni fatti succitati. Dal 1951 Marcorengo è frazione di Brusasco, pur avendo mantenuto una sua autonomia associativa, legata alle tradizioni  ed a quel mondo contadino che non c’è più. In realtà è anche autonomia morale, perchè molti degli attuali abitanti sono discendenti diretti dalle famiglie Visca, Vercelli, Servent, che tanta parte ebbero nella gestione amministrativa del paese. Marcorengo si sente comunità e vuole continuare ad esserlo.

Tradizione enogastronomica

Tornando un po’ alle origini del “Paese nuovo”, si scopre facilmente che c’era davvero una grande povertà, che riguardava quasi tutti. Si mangiava poco e male. Per le famiglie “basse”, il contado, il menù tramandato dai documenti dell’epoca era minestra e pane, minestra e formaggio, al massimo qualche uovo. L’arrosto o il bollito erano riservate alle “famiglie alte”, piccoli proprietari che affittavano, e ai prelati di rango elevato. Fu probabilmente in quel periodo che nacque l’abitudine di utilizzare gli avanzi di carne di arrosto o di bollito che venivano avanzati, mescolate fra loro per farne un ripieno, che  veniva  inserito in un foglio di pasta  e poi tagliato a quadratini. Da qui l’anulot o agnulot, l’agnolotto. Nella zona del Basso Monferrato si era diffuso l’allevamento del tacchino, detto pitu, o biru., che mangiando erba o poco più diventava grasso e ricco anche di carne, per cui era molto apprezzato per i bassi costi di mantenimento. Inoltre non era censito dai feudatari,  e quindi non si pagavano tasse, perchè era considerato animale d’la curt, del cortile. Si cucinava come arrosto, e veniva portato intero a tavola, con qualche ripieno all’interno. Quel che non veniva mangiato subito, veniva trasformato e conservato. Il petto, la parte nobile, diventava “bistecca in carpione”,  affogata in aceto, mescolato con carne , verdura, uova, salvia e aglio. Il tutto lasciato a marinare per almeno 24 ore. Anche di più, per cui poteva conservarsi per alcuni giorni. Il resto del tacchino, del biru, finiva negli agnulot ‘d biru. Oppure  nei birulin, palline piccole e facili da realizzare, composte dalle parti meno nobili del tacchino, aromatizzate con le verdure di stagione, passate nel pane raffermo grattugiato o almeno sbriciolato, fatte friggere lievemente . Perchè, dice un documento del 1704, la massima cosa gradita  al curato di Marcorengo era fare bella figura  quando arrivava il  Vescovo, e quindi nulla doveva essere sprecato, ma tutto doveva abbellire la mensa del prelato.

Tradizioni festaiole

Va da sè che la più importante è la patronale, dedicata a S.Defendente, di cui si ha traccia fin dal 1557, il 2 gennaio di ogni anno. Subì parecchi spostamenti nel tempo, oggi è attestata nella prima domenica di settembre. Altre feste sono quelle di S.Orsola, fine ottobre, e poi la serata dedicata alla famosa “bagna cauda”, altro importante e tipico piatto tardo autunnale. Ma visitare il paese, sopratutto in primavera, in quelle giornate in cui tutto sembra rinascere, e la luce è particolare;  riscoprire la sua storia, le sue tradizioni, i suoi personaggi importanti (ricordiamo il pittore Giulio Romano Vercelli, figlio del poeta-contadino Giuseppe, a cui ò intestata la via principale) è pur sempre un viaggio nel passato che permette di apprezzare il presente.

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