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“BRANDIXIUM, BRANDICIUM O BRANDITIUM?”

In un “Dizionario topografico dei Comuni entro i Confini dell’Italia”, edito a Firenze nel 1821, vi si può leggere riguardo al nome di un luogo del Piemonte questa dicitura: ”Il capoluogo è un borgo nato dalle rovine dell’antica “Mutatio at Decimum e accresciuto per la distruzione della vicina Corte Dulphia…”. A questo punto, non ci poteva rimanere  altro da fare che indagare più a fondo possibile, accrescendo sempre di più il nostro interesse, quando, oltretutto, appurammo che tale luogo non possedeva “ad antiquo” un’arma gentilizia propria della Comunità. Infatti nei vari “Consegnamenti “ del XVII secolo che riguardavano i domini subalpini con estensione nel 1616, non recavano traccia di alcun distintivo araldico “per detto luogo”. Anche lo stemma del Comune, elaborato probabilmente alla fine del secolo scorso, nella sua forma attuale, doveva rappresentare l’espressione di un determinata e antica convinzione, tanto che nei tre pali in cui si diparte lo scudo, trovano raffigurazioni simbolica i tre nomi che secondo la tradizione assunse nei secoli, cioè “quasi ad indicare i luoghi in cui sorse il villaggio”.

 

L’esistenza della “Curte Dulfìa”,sembrerebbe quindi ancora ancorata ad un “mito”: come “La Città di Rama”, su cui si sono scritti fiumi di inchiostro per dimostrarne, con intelligenti ricerche, la propria esistenza, senza però giungere mai ad un vero e proprio risultato concreto.  E se provassimo a spostarci sui continenti scomparsi, come “Il Mito di Atlantide”, sbaraglieremmo letteralmente ogni certezza,  senza mai giungere, ahimè, a nessuna conclusione in campo archeologico. In questo caso invece, ci troviamo di fronte ad un luogo non certamente scomparso, ma abbastanza complicato nella sua Storia e molto più vicino al territorio piemontese: Brandizzo. La questione è tutta da esaminare: “Esisteva Brandizzo in epoca romana?” Certamente non è possibile affermare che sul luogo dove attualmente sorge l’abitato fosse ubicato il “Villaggio di Decimo”, quindi va escluso con certezza che Brandizzo abbia origini romane o esistesse in tale epoca, essendo il suo toponimo di origine germanica.

 

Dove sorgeva quindi “ad Decimum” e che cosa poteva aver rappresentato? Attualmente possiamo affermare con una certa sicurezza che l’antica “mutatio at Decimum” era una tappa che collegava “Augusta Taurinorum” a “Ticinum”, cioè Torino con Pavia. Sappiamo che con la sottomissione romana delle tribù aborigene, ebbe inizio la costruzione di vere e proprie strade con l’abbandono dei vecchi sentieri. Proprio il dominio che Roma ebbe sul mondo poggiava in buona parte sull’imponente sistema viario, che ancora oggi desta stupore ed ammirazione.  E’ però lecito domandarsi da quali popoli il nostro territorio piemontese fosse abitato prima della colonizzazione romana. Oltre a Liguri e Celti, vi sono testimonianze di insediamenti ,in questa determinata zona, dedotte dalla toponomastica e in qualche espressione linguistica, completamente diverse da quelle celto-liguri. Per esempio la presenza in zone collinari, comunque prospicenti Brandizzo, di alcuni toponimi con suffisso etruscoide, come Cimena (in dialetto Simenna), oppure “Poazzo”, attestato dai catasti cinquecenteschi e riferito evidentemente ad un ramo del Po in abbandono.

 

Che “ad Decimum” sorgesse nei pressi Brandizzo si può capire utilizzando una semplice deduzione matematica che l’esercito romano tanto amava adoperare. Semplicemente le distanze. in quel periodo infatti, venivano espresse in miglia. Ogni miglio corrispondeva a 1480 metri, quindi la collocazione del decimo miglio ne corrispondeva a 14,800 da Torino, il che fa dedurre, senza ulteriori domande, l’identificazione del luogo con il sito ora denominato Rivo Martino. A segnare le indiscutibili distanze erano i “miliari”, che venivano sempre posti tra una località importante, come poteva essere Augusta Taurinorum e una di minor rilievo, come sicuramente era la “statio” di “ad Decimum”. Le pietre miliari non recavano soltanto l’indicazione della distanza tra il luogo e il punto d’inizio o di termine della strada, ma avevano anche incise iscrizioni ricordanti i consoli o gli imperatori che avevano avuto parte nella costruzione stessa. La via “romea” che per eccellenza era la strada che avrebbe collegato Torino con l’Abbazia di Fruttuaria di San Benigno canavese passando per Volpiano e proseguendo verso nord potrebbe essere messa in discussione dall’eventualità che la strada in questione scendesse da Volpiano al Rivo Marino e collegandosi con l’Augusta Taurinorum-Ticinum, proseguendo per giungere infine a Torino. In questo modo” ad Decimum” sarebbe stato il punto di congiunzione delle due arterie. In questo caso dobbiamo ricordare che alcune tracce di centuriazione esistono nel territorio di Brandizzo presso la cascina “Fourrat”, mentre l’attuale centro abitato sarebbe stato, in epoca romana, un disordinato vivaio di fitta vegetazione boschiva con numerosi specchi d’acqua. Quando iniziò la decadenza di “ad Decimum”? Queste ragioni vanno senz’altro ricercate negli sconvolgimenti che determinarono la fine dell’Impero Romano, ma anche ai mutamenti idrografici dell’alto medioevo. Le antiche strutture decaddero sia per la mancata manutenzione delle strade imperiali, sia per il loro progressivo abbandono. Così fu anche il destino della Torino-Pavia.

 

Ma se abbandoniamo le ipotesi e vogliamo inoltrarci nelle certezze è sufficiente dare uno sguardo ad uno dei più autorevoli documenti dell’epoca tardo-antica: “L’Itinerarium Burdigalense” o “Hierosolymitanum”.  Nel 333 d.C., mentre regnava Costantino Il Grande, un cristiano, il cui nome ci è ignoto, si recò in pellegrinaggio da “Burdigala” (l’attuale Bordeaux) a Hyerosolyma (Gerusalemme), redando un diario di viaggio dove annotò le tappe e le distanze del suo lunghissimo percorso. In detto diario, tra una località e l’altra, viene segnalato un luogo di sosta per i viandanti: la “Mutatio at Decimum” o meglio la “Mutatio at Decimum ab urbe Taurini Lapidem”. Fondamentale è considerare, che l’anonimo compilatore dell’itinerario “Burdigalense”, conoscendo l’anno della sua redazione, fu certamente uno dei primi aderenti alla fede cristiana all’interno di una Gallia ancora ufficialmente pagana, recandosi soltanto due decenni dopo l’emanazione dell’”Editto di Milano” del 313 d.C. in pellegrinaggio nei luoghi santi. Mentre i generici “Itinerarium Antonini” o “L’Itineraria Gaditana” neanche menzionano “ad Decimum”, il “Burdigalense” ne descrive anche la funzione, mettendo oltretutto in difficoltà gli storici lombardi nell’individuazione di alcuni siti. Per esempio: La “Mutatio ad Cottias” era forse l’attuale Cozzo Lomellina?, o la “Mutatio Laumello”, l’odierna Lomello? Ed infine la “Mutatio Duriis” sarà stata quella che ora si chiama Dorno di Lomellina?

 

Già sappiamo che durante il Tardo Impero, i “Sarmati”, una popolazione dell’odierna Russia meridionale, furono sconfitti dalle truppe romane, che poi ne entrarono a far parte, utilizzati nella difesa del territorio e nella coltivazione delle nostre terre. Nel IV secolo le notizie sono scarse, anche se pare che in Piemonte permanesse una certa tranquillità. I veri sconvolgimenti si ebbero nel V secolo, quando il movimento delle popolazioni barbariche si indirizzò sulla nostra penisola. Spietati furono gli Ungari, come successe anche con i Saraceni. Fortunatamente Chivasso ne rimase praticamente indenne, mentre  Città romane come Cavour, Pollenzo e Bene Vagienna si ridussero a villaggi. Le strade consolari furono invase dalla vegetazione, l’anarchia e la paura regnavano accompagnate dai flagelli della carestia e della pestilenza, che nel 450 devasterà tutto il Piemonte. Sconquassate le vie di comunicazione, appare ovvio che il Po assumesse un’importanza vitale come via di comunicazione e transito. Un importante servizio postale, mediante navigazione, esisteva nel 999 grazie ad un privilegio di Ottone III,  che donava all’Abbazia di Lucedio il corso del Po dal Porto di Chivasso fino a “Decum” (o Clerum). Forse fu anche questa la causa della fine di “ad Decimum”.

 

Il Piemonte fecendo parte del regno Longobardo è naturale che i confini fossero incerti, ma è probabile che ricalcassero quelli delle diocesi, così in teoria Brandizzo sarebbe appartenuta alla diocesi di Torino. Con la vittoria di Carlo Magno nel 774, i suoi successori cercarono di guadagnarsi fama e privilegi, colmando conti, marchesi e proprietari terreni, introducendo così i vincoli clientelari della monarchia carolingia.

 

Quando  anche l’Impero Carolingio si sfasciò, i Signori Italici elessero Berengario, marchese del Friuli. Contro di lui si schierarono Guido di Spoleto, Ludovico di Provenza e Rodolfo di Borgogna, scatenando una guerra intestina. Con Guido vi era il fedele vassallo Anscario, il quale, dopo l’incoronazione di Guido a re d’Italia, ottenne la Marca d’Ivrea nell’891, che probabilmente si estendeva in tutto il Piemonte, fino a quando re Ugo ridimensionò l’originaria e vasta marca eporediese confermando solo gli Anscarici i nuovi Signori della ridotta marca d’Ivrea. In teoria, Brandizzo sarebbe stato compreso nella più ristretta marca d’Ivrea già da Carlo Magno, ma invece sappiamo che la marca torinese “doveva corrispondere a quella diocesi, coincidere a nord con lo spartiacque meridionale della valle di Locana, procedere fino a comprendere Cuorgnè, scendere a nord-est, escludere San Benigno e includere Brandizzo. Pervenire al Po e pervenire per un breve tratto a Castagneto”. Brandizzo faceva parte dunque della diocesi e del comitato di Torino. Allora perché Brandizzo non reca, quasi incredibilmente, una toponomastica romana?

 

I Longobardi dominarono l’Italia dal 568 al 774, quindi risulta errato pensare che per due secoli tale popolo sia stato perennemente in armi. Infatti già nel corso dell’VIII secolo, l’aristocrazia era praticamente tutta longobarda. Non solo Capi Militari ebbero il possesso di numerose terre pervenendo alla costruzione di un sistema sociale in cui la classe dei possessori si identificava con la classe politica e militare. Ciò si evince dai numerosi toponimi, come Aramengo, Tonengo, Verolengo, Murisengo, ecc. Essi indicherebbero l’appartenenza di un determinato territorio ad una persona o ad un nucleo familiare. Il nome germanico “Werila”, unito al suffisso –ing, indicherebbe appunto questa appartenenza. L’altopiano della Vauda, zona intensamente germanizzata da parte dei Goti, dei Franchi e dei Longobardi, nei nomi dei suoi centri se ne deduce con certezza dai nomi. “Castellum Longobardorum” ora Lombardore, “Villa Vigilulfum”, la “Sylva Gerulfia”, la “Sylvia Walda” ora Vauda, dell’”Amalone” ora Malone. Forse anche Brandizzo fu soggetto a queste regole appena descritte. La frase “brand” attesta comunque inequivocabilmente un origine germanica. Nella lingua tedesca il vocabolo “brand” possiede il significato di incendio, combustione, con il corrispondente aggettivo “branding”, cioè “bruciato”; oppure “Brandico” rimanderebbe ad un nome personale germanico: “Brendeke” e Brandizzo potrebbe essere stato il diminutivo del nome personale “Brando”, successivamente volgarizzatosi in “Brandixium”, “Brandicium” o “Branditium”, successivamente volgarizzatosi in –izo.

 

Comunque “Brand”, potrebbe anche essere stato un valore diminutivo riferito ad un individuo. Indicherebbe perciò l’appellativo ricavato da un nome proprio, riferendosi magari ad un certo “Brando”, che non necessariamente doveva essere “capo di una squadra di briganti”, oppure forse veramente era un Capo Militare o un rimarchevole personaggio. Si può però ragionevolmente pensare che l’omonimia con i successivi nomi Albino (Albo+ izzo), Opizzo, oppure Obizzo, designasse il possessore di un terreno. Appare ragionevole comunque credere che nei primi secoli il toponimo “Brandizzo”, non denominasse ancora un abitato, ma un semplice territorio, un possesso fondiario o, al limite un gruppo di case sparse. In seguito, dagli ultimi decenni dell’VIII secolo, si può stabilire a grandi linee che la popolazione è raccolta in villaggi fin dopo l’inizio del IX secolo. Brandizzo, inteso come territorio abitato, “sorse”  con molta probabilità prima del X secolo. In ogni caso nel prossimo articolo le domande da porsi saranno molte e la Storia ci riserverà molte sorprese interessanti che forse non avranno mai una risposta.

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Blogger: Fabrizio Bacolla

Fabrizio Bacolla
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