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La resurrezione del ‘metalupo’: tra dèi del DNA, hybris scientifica e un mondo sospeso tra Game of Thrones e Jurassic Park

Il sogno di Prometeo. Romolo, Remo e Khaleesi non sono lupi del passato, ma ibridi del futuro. E mentre Colossal Biosciences sfida l’estinzione, il mondo scientifico si divide tra entusiasmo e inquietudine

Il Metalupo

I cuccioli Romolo e Remo, i primi 'metalupi' creati da Colossal Biosciences: nati da un esperimento di ingegneria genetica, somigliano ai lupi terribili estinti da 12.000 anni.

Nel cuore nascosto degli Stati Uniti, protetto da silenzio, foreste e tecnologia, ululano tre creature bianche, nate per evocare un'epoca mai vissuta. Si chiamano Romolo, Remo e Khaleesi. Il primo ottobre 2024, e poi il 30 gennaio 2025, la compagnia americana Colossal Biosciences ha recentemente annunciato di aver riportato in vita una delle più temute leggende del Pleistocene: il lupo terribile. Per i media, sono i “metalupi” di Game of Thrones. Per la scienza, sono un prodigio genetico. Per molti, un passo verso il baratro etico della creazione artificiale della vita.

Uno dei leggendari metalupi della serie Game of Thrones: creature imponenti e fedeli, ispirate ai veri lupi terribili del Pleistocene che Colossal Biosciences sogna ora di riportare in vita.

“Una volta fu detto: ‘Qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia’. Oggi la nostra squadra può mostrare un po’ di quella magia su cui sta lavorando”, ha dichiarato Ben Lamm, CEO e co-fondatore di Colossal, in un'intervista rilasciata a Time Magazine. Il riferimento alla magia non è casuale: ciò che Colossal ha compiuto, almeno nell’immaginario collettivo, sfiora il mitico. Ma la scienza racconta una storia più complessa, meno epica, e decisamente più ambigua.

Il lupo terribile visse nel Nord e Sud America tra 250.000 e 10.000 anni fa. Fossili di oltre 4000 esemplari sono stati rinvenuti nei famosi laghi di catrame di Rancho La Brea, in California, cento volte più dei lupi grigi. Più grande, più robusto, con cranio massiccio e zampe potenti, era il predatore dell’era glaciale. Si estinse, probabilmente, per la sua scarsa adattabilità, vittima dei cambiamenti climatici e della competizione con coyote e lupi grigi.

Ricostruzione artistica di una scena del Pleistocene: un branco di lupi terribili attacca un giovane mammut lanoso nelle foreste innevate del Nord America.

Per decenni, la tassonomia lo aveva relegato tra i Canis, ma uno studio pubblicato su Nature, firmato anche dalla biologa molecolare evoluzionista Beth Shapiro, Chief Science Officer di Colossal, ha dimostrato che Aenocyon dirusera un genere distinto, separato dai canidi moderni da circa 5,7 milioni di anni.

Colossal ha lavorato su due preziosissimi reperti: un dente di 13.000 anni trovato in Ohio e un ossicino dell’orecchio di 72.000 anni proveniente dall’Idaho. Grazie a nuovi algoritmi e sistemi di sequenziamento, ha ottenuto oltre 70 volte più dati genomici rispetto agli studi precedenti. L’obiettivo era identificare i tratti salienti della specie estinta e ricostruirli dentro un lupo moderno. Un’operazione senza precedenti, come spiegato da Shapiro stessa in un approfondimento su Scientific American.

Il cuore del progetto è la genetica. Colossal ha confrontato il genoma dell’Aenocyon dirus con migliaia di genomi appartenenti a lupi moderni e altre specie canine, selezionando 92 geni considerati chiave per le caratteristiche fenotipiche del ‘lupo terribile’. Dopo mesi di studio e analisi, la squadra ha scelto di concentrare il proprio lavoro su 14 geni specifici, intervenendo con 20 modifiche mirate. Alcune riguardavano l’imponenza fisica: la corporatura massiccia è stata resa possibile attraverso la manipolazione del gene LCORL, noto per regolare la taglia anche in altre specie come cavalli e bovini. Altre modifiche hanno riguardato la morfologia del cranio, conferendo al volto dei nuovi esemplari tratti più simili a quelli dei fossili ritrovati.

Particolare attenzione è stata dedicata al mantello: l’obiettivo era ottenere un colore bianco, coerente con quello ipotizzato per il lupo preistorico, ma senza incorrere nei rischi genetici legati alle mutazioni del gene MITF, spesso associato a sordità e cecità. Per questo, Colossal ha preferito intervenire su geni alternativi come MC1R e MFSD12, capaci di influenzare la pigmentazione in modo più sicuro. Infine, il profilo genetico è stato completato con variazioni che favoriscono lo sviluppo muscolare, contribuendo a restituire quell’aura di potenza che caratterizzava i predatori del Pleistocene.

Le cellule usate per la clonazione non sono i tradizionali fibroblasti, ma cellule EPC (endoteliali progenitrici), più flessibili, ottenute da lupi grigi americani con bassa ibridazione canina. Da 45 ovociti ricostruiti, solo tre embrioni sono sopravvissuti, impiantati in cagne surrogate. Le gravidanze, seguite con ecografie settimanali, si sono concluse con parti cesarei, secondo quanto riportato nel dossier esclusivo pubblicato da El HuffPost.

Ma sono davvero metalupi? Qui si apre il dibattito. E si infiamma.

Per Nic Rawlence, paleogenetista dell’Università di Otago (Nuova Zelanda), la risposta è netta: “Un lupo grigio con 20 modifiche non è un lupo terribile. Anche se i genomi coincidono al 99,5%, restano più di 12 milioni di differenze genetiche, ha dichiarato in un’intervista a LiveScience.

Gli fa eco la paleontologa Jacquelyn Gill, dell’Università del Maine: “È un cane progettato. Non ci permette di capire nulla di più sull’antico Aenocyon. Non conosce i comportamenti del branco. Non ha una cultura tramandata”.

Jeremy Austin, direttore dell’Australian Centre for Ancient DNA, è ancora più secco: “Non è un lupo terribile, secondo nessuna definizione scientifica”.

La genetista Gemma Marfany, intervistata da ABC News, parla apertamente di “una creatura modificata”, frutto di estetica e storytelling. Evelyn Segura, biologa e divulgatrice, lancia l’allarme ai microfoni di Catalunya Ràdio: “Non sappiamo nulla dei fallimenti, degli embrioni abortiti, della sofferenza. E non sappiamo che cosa sarà di questi animali”.

Al di là dell’esaltazione mediatica, restano dubbi profondi. Gli animali sono creati in laboratoriocresciuti in cattivitàsenza una madresenza un brancosenza un passato. Vivono in un’area di 2000 acri, ampia per uno zoo, angusta per chi, in natura, avrebbe avuto territori fino a 1000 miglia quadrate, riporta Time Magazine.

Sono soli. E questa solitudine, come scrive il giornalista esperto di scienza ed etica Dayton Martindale su Vox (già nel 2023), è una ferita profonda, quasi tragica. Quei cuccioli non appartengono al passato, non sono l’eco di una specie perduta: sono un esperimento, il prodotto di un sogno umano, o forse di un capriccio vestito da progresso.

Beth Shapiro su Scientific American difende il progetto: “Sono gli animali più fortunati della Terra. Hanno spazio, cure, cibo e un team dedicato. Ma non è nostra ambizione creare una replica genetica perfetta. È nostra ambizione creare versioni funzionali di specie perdute”.

Per Erdem Dašinimaev, capo della bioingegneria alla RUDN University russa, “è un lavoro metodologicamente impeccabile. L’uso delle cellule EPC e forse tecniche come il base editing o il prime editing indica un livello tecnologico altissimo. Colossal ha capacità che pochi al mondo possiedono”.

La mucca marina di Steller, parente estinta dei lamantini, scomparsa nel 1768: oggi alcuni scienziati ne sognano la resurrezione grazie alla paleogenomica.

Ma è il paleogenetista Artem Nedolužko, dell’Università Europea di San Pietroburgo, a cogliere l’ambivalenza: “È entusiasmante. Ma anche fuorviante. Questo tipo di progetti attrae fondi, ma distrae da progetti urgenti, come il nostro sulla mucca marina di Steller”.

Nel 2026, Colossal tenterà l’impossibile: far partorire un mammut lanoso a un’elefantessa. Il progetto è già in fase avanzata. Così come quello sul dodo, il tilacino, e persino la tigre dai denti a sciabola. Ma mentre Colossal si propone come salvatrice della biodiversità, alcuni osservano che il suo valore di mercato è salito a 10,2 miliardi di dollari. E in gioco ci sono zoo futuristiciturismo geneticoanimali marchiati da copyright.

Anche il genetista George Church, co-fondatore di Colossal, ha ipotizzato l’uso dei mammut per “turismo, carne, pelo, e forse anche avorio legale”.

“La Terra ha già abbastanza specie in via d’estinzione. Non serve reinventare quelle che non ci sono più”, ammonisce la paleontologa Jacquelyn Gill. Ma la tentazione è forte. Creare la vita, come Prometeo rubò il fuoco. Spingersi oltre l’etica, oltre l’estetica, per diventare artefici dell’evoluzione.

Romolo, Remo e Khaleesi, con il loro mantello bianco e il loro ululato infantile, sono il volto tenero di una rivoluzione profonda. Ma sono anche specchi della nostra hybris, voluti per affermare che possiamo tutto. Anche ciò che la natura aveva già lasciato andare. Non sono metalupi. Sono i figli del nostro desiderio. E ora vivono. In silenzio. In attesa di capire se sapremo essere i loro dèi… o solo i loro carcerieri.

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