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Bilancio partecipativo?

Bilancio partecipativo? Molto rumore per nulla? No, a sentire gli accaniti fans dell’Amministrazione che, mai come prima nella storia della nostra città, scorgono in questa iniziativa l’essenza stessa della democrazia; non era mai successo prima, i cittadini finalmente hanno potuto scegliere come spendere i soldi pubblici, si rassegnino i detrattori del Movimento le cui critiche non hanno fondamento, sempre a rosicare, il vento è cambiato….

Senza nulla togliere alla buone intenzioni dell’Amministrazione, forse, sarebbe utile, anche per la futura evoluzione dell’idea, provare a definire meglio le cose, partendo anche dai limiti stessi dell’iniziativa, sia nelle sue linee generali, sia nel caso di specie Venaria. Dove, quello andato in scena, val la pena ricordarlo, non è un Bilancio partecipativo, non solo nella versione storica di Porto Alegre (troppo ambizioso da realizzare), ma neanche in un suo surrogato semi serio (si poteva fare meglio). Il Bilancio partecipativo prevede innanzitutto l’adozione di un regolamento comunale che ne fissi il funzionamento e le regole, come ha fatto, per citare un esempio, il comune di Rivalta dove i partecipanti vengono sorteggiati con stringenti cause di esclusione (http://www.comune.rivalta.to.it/UserFiles/File/pubblicazioni/regolamenti/2015/regolam%20bilancio%20partecipativo.pdf). Come si può leggere, si tratta di un meccanismo molto articolato nella scelta dei progetti e nella successiva votazione, per evitare che la partecipazione sia ristretta ai simpatizzanti dell’Amministrazione, e i progetti scelti votati dai gruppi più informati e organizzati.

Critiche che nel caso Venaria sono più che legittime. La scelta dei progetti, vista la scarsa partecipazione delle assemblee di quartiere pre-bilancio (copione identico anche degli anni recenti), ha una legittimità relativa. Al contrario, in anni passati, assemblee più “partecipate” hanno visto le istanze emerse trovare accoglienza nell’Amministrazione, anche senza televoto (sembra essere stato più che altro questo il bilancio partecipato in salsa venariese) e pompose conferenze stampa. Così è stato, per fare un esempio, per la nascita dei Comitati di Quartiere (capisco che sia duro da accettare per chi pensa che il passato sia abitato solo da figuri politici incapaci e in odore di nefandezze). Poco meno di 600 votanti, con tutti i limiti della piattaforma, non sono un esplosione di partecipazione. Certo che, va da sé, meglio aver 10 LIM nelle scuole, che neppure una.

Ma il punto è un altro, andando ai limiti dell’iniziativa in generale o nella sua applicazione. In questo caso, i cittadini non hanno votato quali progetti attuare, hanno votato quale priorità dare ai progetti scelti. Chi non sarebbe d’accordo a realizzare tutti quei progetti? C’è bisogno che l’Amministrazione ce lo chieda? Chi governa si assuma le sue responsabilità nel decidere ed ordinarli secondo le risorse disponibili, come fa tutte le volte che non chiede il voto on-line. Ed è proprio qui la questione cruciale, se vogliamo parlare di reale partecipazione, quali sono i progetti (o i temi) su cui viene coinvolta la cittadinanza? Scelte secondarie, come è accaduto (cestini, pensiline, etc…) o questioni più importanti: programmazione urbanistica, opere pubbliche, etc…. In altri termini, fin dove un’Amministrazione è disposta a rinunciare a spazi di sovranità per cederla ai cittadini (di questo si tratta se si vuole parlare di reale partecipazione). In questo senso, è la procedura per arrivare alla scelta dei progetti la fase più delicata, tant’è che Rivalta la affida anche alla casualità del sorteggio perché sia più reale e non, in qualche modo, “pilotata”.

Altrimenti, si tratta di una modalità per favorire la partecipazione più utile per rivenderla nella creazione di consenso che per la sua sostanziale efficacia.

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Blogger: Alessandro Brescia

Alessandro Brescia
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