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BATTAGLIA DELLE ARANCE

Iniziamo subito col dire, a scanso di equivoci, che le arance non fanno alcuna
battaglia. Anzi, loro se ne starebbero belle tranquille. Sono gli aranceri che
battagliano, lanciandosi addosso le suddette.

L’origine di questo evento è alquanto incerta. Alcuni pensano che le arance
sostituiscano le pietre che venivano lanciate dagli eporediesi contro gli
sgherri del tiranno del Castellazzo; i medievali sapevano come essere
parsimoniosi.

Altri ritengono che l’arancia rappresenti altresì la testa del
tiranno stesso, spiccata dalla Mugnaia per dare l’avvio alla rivolta. Ora, se
così fosse, non ci si potrebbe esimere dal notare che, se la pelle a buccia di
arancia può non essere gradevole sulle chiappe, peggio me sento ad evidenziarla
sulla faccia. Alla faccia, scusate la ripetizione, del sapone allo zolfo e
della liposuzione.

Una tesi diversa ipotizza che le arance vadano a sostituire sì delle pietre,
ma in realtà quelle che si lanciavano i fautori dei vari carnevali rionali
in cui era suddiviso l’evento eporediese nei tempi andati. Cosine allegre,
comunque.

Ora, come si sia arrivati proprio alle arance, è altra questione di
congetture.
La scorsa settimana, nel racconto presentato, si fece un vago accenno alla
possibilità che il noto agrume fosse la soluzione democristiana tra le opzioni
mirtilli e angurie.

Nella realtà si suppone che all’inizio si utilizzassero fagioli, che è lecito
supporre venissero sparati, dopo le piattate dei suddetti legumi cotti con le
cotenne di porco, da violentissimi scoreggioni vulcanici.
Poi sembra che all’occorrenza venisse lanciato di tutto: ortaggi di varia
foggia e dimensione, frutti di tutti i colori, o peggio, come il martedì
grasso quando le scorte cominciano a scarseggiare, mucchietti di merda equina
o equipollente.

Una teoria molto interessante a riguardo proviene dal noto storico eporediese
Alessandro Gigno Vinia, il quale ritiene che Cristoforo Colombo intraprese
il viaggio verso le Americhe col preciso intento di scoprire nuovi prodotti
della terra, da utilizzare da getto nella cittadina canavesana.

Un’ultima curiosità: una leggenda racconta che nel Cinquecento una nobildonna
eporediese, assai timorata di Dio, tale Georgia Popolo, si fosse prodigata
con grande impegno nell’impedire l’utilizzo, nei giorni carnascialeschi, delle
statuette del presepio come arma contundente.

Infine c’è chi pensa che all’origine ci si lanciasse topi e scorpioni,
sostituiti successivamente dai vegani, ma questa è un’altra storia.

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Blogger: Franco Kappa

Franco Kappa
Ivrea di palo in frasca

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