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BALME. Aurelio Robotti e il progetto dell’avio-bomba

Pioniere della missilistica e dell’esplorazione spaziale in Italia è un illustre sconosciuto.  Aurelio Robotti, nato sotto il segno dei gemelli, il 27 maggio del 1913 conseguì due lauree, una in ingegneria meccanica ed una in ingegneria aeronautica.

Celibe, poco incline alla vita sociale se non nei momenti condivisi con i suoi studenti e collaboratori, ricercatore valoroso e dalle grandi doti umanitarie come ricordano allievi e laureandi del politecnico di Torino, dedito allo studio, allo studio applicato ed al perfezionamento delle ricerche, fu entusiasta dei risultati ottenuti con l’esperimento al Pian Della Mussa in quanto era la prima volta che un razzo a propellenti liquidi si staccava da terra in Italia e poi perché era la conferma che il principio dell’autoalimentazione era fondato e degno di sviluppo. Ci fu un secondo esperimento e Robotti scelse ancora il Pian della Mussa.

Al mondo della ricerca missilistica Robotti si accostò dal 1941, mentre era in servizio nel Genio Aeronautico. C’era la guerra, le Valli di Lanzo si apprestavano ad accogliere gli sfollati che arrivavano da Torino con i loro carichi di rifornimenti e dolori.

Negli anni della seconda guerra mondiale, promosso Ufficiale del Genio, si occupò e preoccupò di rendere più veloci i proiettili della artiglierie e propose un progetto missilistico innovativo, la “avio-bomba”. Fondò, nel 1949, la società Te.Co attraverso cui potè dedicarsi alla realizzazione di vettori a propellenti liquidi. Il 9 maggio del 1952, uno di quei razzi, chiamato con l’acronimo del suo nome, AR3, era pronto per essere sperimentato. L’ingegner Robotti scelse l’ampio pianoro del Pian della Mussa. Semplice nei modi, di poche concise parole, fu  egli stesso a descrivere gli esperimenti al Pian della Mussa con quello stile sobrio che sempre lo contraddistinse:” il missile, lanciato con una inclinazione di 80 gradi s’innalzò per alcune centinaia di metri poi inclinò la sua traiettoria scomparendo dietro un’altura”.

Nella più totale disattenzione dei media, si compì il successo del primo lancio del razzo italiano a propellenti liquidi.

Ben diversa fu la sorte dei colleghi quali lo scienziato tedesco Von Broun e l’americano Robert Goddard di cui si parla ancora oggi. I vicini di casa di Goddard non si accorsero di quel razzo, Nell, che volò per solo mezzo secondo e si alzò di appena 14 metri. Si accorsero però del frastuono e, spaventati, chiamarono la polizia che, dopo la verifica dei fatti, multò l’inventore. Lo stesso destino sarebbe probabilmente toccato ad Aurelio Robotti se avesse scelto un luogo diverso dal Pian della Mussa, alto pianoro nel comune di Balme, a 60 chilometri da Torino, per il suo esperimento. Anche in quell’occasione, il razzo provocò un gran frastuono ma gli abitanti del posto, anziché chiamare la polizia, si incuriosirono e cercarono di capire cosa fosse successo e qualcuno se lo ricorda ancora.

Se pur restio alle telecamere, l’ing. Robotti fu intervistato telefonicamente ed in diretta nella trasmissione “La Bussola” della Rai, andata in onda il 12 ottobre del 1959 con un sottofondo musicale di jazz suonato da Mulligan. Jazz di sottofondo, una mano che compone il numero di telefono del Prof Robotti e che, a fine telefonata, riaggancia la cornetta.

Un telefono di quelli grandi, da tavolo, un filmato color seppia. Nella telefonata, durata un minuto e quaranta secondi, Robotti spiega perché, nonostante il forte interesse dell’uomo per Venere e Marte, sarà la Luna ad esser conquistata prima. Venere e Marte infatti sono notevolmente più lontani e offrono condizioni meno accettabili. Con una voce ferma e sicura ma dalla pronuncia della erre blesa, il prof Robotti ipotizza un biennio ancora di studi poi sei-sette anni per il perfezionamento degli strumenti e finalmente una circumnavigazione ed allunaggio. Con abilità e conoscenza da fisico se non addirittura da astrofisico, aveva individuato l’esigenza di circumnavigare prima la Luna e solo successivamente tentare l’allunaggio. Le previsioni furono decisamente scrupolose.

Fu così che dovette vincere la riservatezza ed affrontare le telecamere della Rai nello speciale “L’uomo sulla Luna”, la diretta televisiva dell’allunaggio dell’Apollo 11 del 20 luglio 1969. Le sedi Rai di Torino, Roma, Milano, Napoli, In continuo collegamento tra loro e con Ruggero Orlando, dalla base di Huston in Texas, tenevano informata l’Italia  sui singoli passaggi ed avvenimenti di quello che sarebbe stato il momento storico nella vita spaziale. Dallo studio Rai di Roma, Lello Bersani introduce la diretta ed intervista Mannino, Gatti, Antonioni e Vitti raccogliendone i commenti sullo storico evento.

Dallo studio Rai di Napoli, Ennio Mastrostefano intervista lo scrittore Rea sull’evento. Ospiti d’onore negli studi di Torino, il prof. Aurelio Robotti, Livio Berruti ed Achille Compagnoni mentre Paolo Frajese intervista Fruttero e Berruti mentre si susseguono edizioni straordinarie di telegiornali Andrea Barbato, Tito Stagno ed Enzo Forcella da Roma e Torino commentavano le fasi della missione e parlavano in collegamento con le basi del Kennedy Space Center (la base di Cape Canaveral intitolata al presidente J.F. Kennedy assassinato il 22 novembre del ’63) da cui fu lanciato l’Apollo 11 il 16 luglio (base NASA a Cape Canaveral) e la base di Huston e con i corrispondenti di tutte le sedi Rai.

Lo studio Rai di Torino era gremito di cittadini e fuori i passanti incuriositi allungavano il collo o salivano sulle spalle l’uno con l’altro tanto che fu necessario installare nell’atrio due televisori. A descrivere quelle ore di attesa e commozione, sulla Stampa Sera del giorno dopo, 21 luglio 1969 fu Ugo Buzzolan che intitolò il suo articolo “Abbiamo visto la luna a colori”. Il centro Rai di Torino aveva infatti predisposto in sede alcuni apparecchi a ricezione a colori. Un evento davvero straordinario, uno spettacolo emozionante e riservato a pochi giacché la televisione a colori, in quegli anni, era ancora vietata d’autorità. Dalla sede Rai di Torino, studio 1, è Ugo Zatterin, direttore del centro, a far gli onori di casa ed intervistare il prof Robotti seduto in prima fila tra il pubblico che spiega come avesse potuto prevedere, esattamente dieci anni prima, quando l’uomo sarebbe potuto atterrare sulla Luna entro il 1970. Un intervento di poco più di due minuti, la Luna per la prima volta a colori, così come i bambini la disegnano.

Crateri, pozzi e vette, vallate ombrose e solchi. Gli occhi e il naso colorati dai bambini al posto di quell’immagine grigiastra a cui ci avevano abituati le immagini dell’Apollo 10. Rivedere quelle sequenze, riproposte all’interno del programma “Fuori orario – Cose (mai) Viste” andato in onda su Rai 3 il 12 luglio del 2009 in occasione del quarantesimo anniversario dello sbarco, attiva sensazioni uniche. Il Prof Robotti visibilmente emozionato e composto, rispose con puntualità alle domande, consapevole di aver offerto un notevole contributo alla scienza spaziale.

Poi la voce di Tito Stagno che aggiorna sull’avvicinamento della navetta spaziale alla Luna fino a quando esclama: “ha toccato”. Il Lem aveva toccato il suolo lunare ma Ruggero Orlando non aveva ancora registrato lo spegnimento dei motori che avvenne da lì a poco. Poi gli astronauti scesero e passeggiarono con disinvoltura mentre gli spettatori dovevano ancora abituarsi a quell’evento storico. Tutti, persino Robotti che lo aveva previsto.

Professore Incaricato al Politecnico di Torino dal 1963 al 1982 , l‘ing Robotti insegnò Tecnica degli endoreattori-Missilistica al Laboratorio di Aeronautica. Nominato professore Straordinario prima, divenne Ordinario con la cattedra di Impianti Motori Astronautici.

Aurelio Robotti morì nell’estate del 1994 all’età di 81 anni, ignorato da tutti. Anche dai media. La Stampa, con cui collaborava, una settimana dopo la scomparsa del prof. Robotti pubblicò l’ultimo suo pezzo.

Il 9 giugno del 2011, alla presenza delle autorità locali, del Vicesindaco di Torino, Tom Dealessandri e dell’amico Achille Judica Cordiglia, i Lions Ciriè D’oria hanno posto una targa a ricordo del professor Robotti ed ogni anno, qualcuno, vi pone dei ciclamini.

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