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Pietro Mennea

ATLETICA LEGGERA. Il 2018 sarà il primo anno senza il giamaicano Bolt

L’anno primo di un nuovo evo, il DB, il dopo Bolt, una stagione tempestata di anniversari, ricorrenze, compleanni: li tratteremo al momento opportuno. Per concedere un paio di piccoli morsi, come li chiamano i francesi, sarà il mezzo secolo dei prodigiosi Giochi di Mexico e saranno i quarant’anni del doppio record mondiale di Sara Simeoni. Basta così, sennò che gusto ci sarà a preparare festeggiamenti, da elaborare sull’onda di un’emozione che non si raffredda mai?

Un’altra sigla, B&B che non sta per Bed and Breakfast, ma è soltanto l’asse consonantico che unisce Birmingham mondiale indoor e Berlino europea all’aria aperta. Per i britannici e per gli atleti della comunità di lingua inglese, l’appuntamento al coperto rappresenta un appuntamento e un banco di prova: esattamente un mese dopo, il 4 aprile, via ai Giochi del Commonwealth, ospitati da Gold Coast, sul confine tra Queensland e Nuovo Galles del Sud, alla fine della stagione estiva dell’altro emisfero.

Per l’atletica azzurra Birmingham è un gradito e commosso ricordo: la volata di Cosimo Caliandro annichilì Tahri e Espana prima che tutti, quattro anni dopo, venissero annichiliti da quello schianto, da quella morte; Assunta Legnante domò le russe lasciandole palmi lontane e con identico largo margine Andrew Howe unì la corona continentale all’aperto a quella indoor con un balzo che fece sobbalzare i suiveur di lungo corso: 8,30, come Bob Beamon dell’annata ’68, quella dell’8,90. Con il resto del raccolto (il secondo posto di Antonietta Di Martino dietro a una straripante Tia Hellebaut da 2,05, i terzi di Maurizio Bobbato negli 800 e di Silvia Weissteiner nei 3000), Italia seconda nel medagliere, dietro solo al Regno Unito che giocava in casa.

Nelle Midlands, Gimbo Tamberi difenderà la corona messa in testa a Portland quando il vento sembrava spirargli in poppa, violento e divino, Marco Fassinotti tornerà in un luogo che gli era abituale, Laura Muir darà dimostrazione di ritmo, coraggio, determinazione: nessuna di queste caratteristiche è venuta meno alla prossima dottoressa in veterinaria dopo un Mondiale londinese chiuso senza podio. Oggi le liste di partenza sono ancora un libro bianco da riempire, al massimo un carnet con qualche scarso appunto, ma il mondo che si riunisce sotto un tetto ha da sempre la capacità di offrire palpiti, sorprese, picchi.

Un altro mondo, quello della marcia, si radunerà a Taicang, per la Coppa del Mondo del 5 e 6 maggio, una visita di Antonella Palmisano a chi ritroverà sulla sua strada ai Mondiali 2019 e soprattutto ai Giochi di Tokyo. Il giorno prima, via al cammino itinerante della Diamond League, a Doha, casa dell’Atleta del 2017, l’essenziale, etereo Mutaz Essa Barshim, per far tappa quattro settimane dopo all’Olimpico di Roma per il Golden Gala Pietro Mennea, un archivio di ricordi, di risultati indimenticabili: uno per tutti, il 3:26.00 di Hicham El Guerrouj di cui cadrà il ventennale.

L’approdo, il riferimento, il punto focale sarà a Berlino, la capitale dei record mondiali, 86 in una storia iniziata poco più di 100 anni fa. Colpisce, nella preziosa collezione, la varietà dei luoghi in cui sono stati ottenuti, sino a proporre un parallelo con il numero di raccolte d’arte che punteggiano la città riunita: la pinacoteca che riunisce i capolavori della pittura europea dal XIII al XVIII secolo; l’Altes Museum che, oltre che alla statuaria greca e romana, affida la sua fama al busto di Nefertiti, fortunosamente ritrovato intatto nella città di Tebe; Pergamon che, nelle sue sale sterminate, così vaste da ospitare uno Zeppelin, propone non smozzicati avanzi ma l’interezza di uno dei grandi monumenti – l’altare di Pergamo – giunti a noi dall’antichità; la collezione di pittura ottocentesca (tedesca e non solo) custodita in un piccolo Partenone di gusto neoclassico e winckelmanniano; i musei d’arte moderna e contemporanea sorti alle spalle della rinnovata Potsdamer Platz.

Con la città dell’Orso e del Muro di mezzo, è consentito soltanto chiudere gli occhi e scegliere qualche carta dal mazzo: Jesse Owense Kitei Son, Rosemarie Witschas-Ackermann e Uwe Hohn, le barriere abbattute a ripetizione nella maratona che da Kurfurstendamm si è spostata alla porta di Brandeburgo e naturalmente lui Bolt, Usain Bolt, il miglior Bolt di sempre e per sempre, 4.10 negli ultimi 50 metri dei 100, 9.27 negli ultimi 100 metri dei 200, una scia di luce, un sorriso al mondo, lunghe, cordiali chiacchierate con l’Orso Berlino che lo attendeva vicino al traguardo.

Per l’Italia i due ultimi Europei scanditi dall’8 finale sono stati memorabili e felici: la Praga del ’78, sulla collina di Strahov, si trasformò nella città magica, nella città d’oro per Sara Simeoni, per Pietro Mennea, per Venanzio Ortis e la Budapest del ’98 scandì i giorni della tripletta Baldini-Goffi-Modica, doppietta Sidoti-Alfridi, dei secondi posti di Alessandro Lambruschini e di Fiona May, del terzo di Maura Viceconte.

È cavalcando questi ricordi che si può salire in sella per inoltrarsi nel territorio del riscatto: dal trotto la brigata dei giovani e la pattuglia dei veterani sono pronte a passare al ritmo del galoppo.

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