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ASTI. Delitto Elena Ceste: prima udienza del processo

E’ l’ora del giudizio per Michele Buoninconti, il quarantacinquenne vigile del fuoco di Costigliole d’Asti accusato di avere ucciso la moglie Elena Ceste. E subito la difesa segna un punto a suo favore: nel fascicolo del processo, cominciato oggi in tribunale ad Asti, gli avvocati riescono a fare entrare tre consulenze tecniche con la quale cercheranno di “smontare le certezze del pm”.

E’ un rito abbreviato quello che si celebra davanti al gup Roberto Amerio: significa, oltre alle porte chiuse al pubblico, che la causa si decide soltanto sulla base delle carte raccolte durante le indagini. Ma gli avvocati Chiara Girola e Massimo Tortoroglia, sfruttando un varco nelle maglie della procedura, propongono di esaminare anche le loro nuove consulenze tecniche.

Se ne riparlerà il 22 luglio, quando si capirà se i documenti sono davvero in grado di spostare il baricentro del processo da una parte o dall’altra. Due delle tre consulenze verranno anche discusse in contraddittorio con gli specialisti della procura.

Buoninconti, in jeans e camicia chiara, vistosamente dimagrito, arriva a Palazzo di Giustizia su un’auto condotta da agenti in borghese. L’avvocato Deborah Abate Zaro, parte civile per la famiglia Ceste insieme al collega Carlo Tabbia, lo descrive “tranquillo e apparentemente indifferente”: “Non ha incrociato lo sguardo dei genitori di Elena, che sono provati e sofferenti”. Fra le parti civili c’è anche l’associazione Penelope, una onlus che si occupa dell’assistenza alle famiglie delle donne scomparse.

Elena Ceste è stata una “persona scomparsa” per nove mesi, dal 24 gennaio al 18 ottobre 2015, quando il suo corpo senza vita venne ritrovato nel rio Mersa a poche centinaia di metri dalla casa di frazione Motta. Secondo Michele Buoninconti uscì dalla villetta in preda a una crisi depressiva e, completamente nuda com’era, cadde nel canale e morì di freddo.

Secondo le indagini dei carabinieri del Comando provinciale di Asi, fu lui ad uccidere quella donna che considerava “inadeguata” e “inaffidabile” come moglie e come madre. Forse la soffocò. Di sicuro – dice il pm Laura Deodato, che ha coordinato l’inchiesta – ne nascose il cadavere nel corso d’acqua: la cella telefonica conferma la sua presenza in quella zona e in quelle ore. Un’affermazione che la difesa spera di confutare: “Cercheremo di smontare – dicono i legali – quelle che appaiono certezze per l’accusa”.

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