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La chiesa di San Martino ad Alice Superiore
La chiesa di San Martino ad Alice Superiore

Alice Superiore e l’uso delle raganelle nel Triduo santo

Una valle e i suoi campanili, un popolo e le sue campane: la Valchiusella raccontata attraverso il suono dei sacri bronzi.Di paese in paese alla scoperta e… all’ascolto di quelle voci argentine che per secoli, attraverso un linguaggio sonoro codificato, hanno comunicato gioia ed esultanza, lutto e consolazione, allarme e pericolo alle comunità radunate attorno alle rispettive torri campanarie.
Dalla memoria degli antichi campanari alla testimonianza di quanti, ancora al giorno d’oggi, fanno risuonare dai campanili valchiusellesi le soavi armonie campanarie con la speranza di affidare alle nuove generazioni un patrimonio artistico e musicale di inestimabile valore.

di Marco Di Gennaro

Nella liturgia cattolica romana l’uso delle campane assume un significato particolare durante la Settimana Santa. Infatti il Giovedì Santo, durante il canto del Gloria della Messa in Coena Domini, i sacri bronzi suonano per l’ultima volta per poi tacere fino alla notte del Sabato Santo quando, durante la Veglia Pasquale, dopo le letture dell’Antico Testamento, risuonano nuovamente al canto del Gloria per annunciare la Resurrezione di Cristo.

Per sopperire al silenzio delle campane durante questi due giorni, nel corso dei secoli sono stati introdotti diversi strumenti, in prevalenza fabbricati con il legno, tra cui annoveriamo la Raganella, la Trabacola, la Battola, il Crepitacolo, il Crotalo, la Tenebra.

Il rimando vitale rappresentato simbolicamente dal metallo della campana viene sostituito con un eco mortale identificato nel legno, «retaggio forse in parte di antiche credenze provenienti dall’Oriente (Cina in particolare) che hanno sempre attribuito un alone di magia alle campane» (1), come spiega Raffaella Minozzo nel suo libro Campane e campanari nel Biellese.

Strumenti atti a produrre suoni oscuri e disarticolati si oppongono al suono limpido e argentino dei sacri bronzi quasi a produrre una battaglia tra legno e metallo, tra strumenti a intonazione indeterminata e strumenti intonati, tra strumenti «bassi» e strumenti «alti». Infatti nella letteratura etnoorganologica francese essi sono definiti contre-cloche (2) .

Luciano Gibelli, nel suo volume Prima che scenda il buio, così illustra le caratteristiche e gli usi specifici di questi strumenti:

due ruote dentate, una per produrre un tichettìo staccato e grave, l’altra per ottenere un crepitio serrato e acuto, entrambe fissate a perno con una punta da legno. Sulle ruote dentate e marcate premevano due saltarelli, entrambi costituiti da listerelle d’acero trattenute con due viti. Impugnando la raganella con il manico e roteandola si producevano due suoni crepitanti e allegri, tanto allegri da porre la raganella – in passato – anche tra le mani delle nutrici per fermare il pianto dei bambini in sostituzione dei sistri degli antichi» (3) .

Inoltre questi strumenti erano utilizzati per rallegrare il momento della chiusura del vino in bottiglia affinché non «sentisse la primavera nei fusti e non si muovesse con il germogliare della campagna» (4).

Ad Alice Superiore questa antica usanza è stata perpetuata fino ai giorni nostri. Da un bollettino parrocchiale del 1998 si legge infatti che:

«Come si usava molti anni fa, anche quest’anno nei giorni di Venerdì e Sabato Santo, quando mancano i rintocchi delle campane, alcuni ragazzi delle scuole elementari e medie, non scoraggiati dalla scrosciante pioggia, si sono impegnati a fare il giro del paese suonando i famosi scaravei (o meglio cantarane). Per loro forse si è trattato di un semplice divertimento, ma per i grandi è stato il ricordo di tempi passati quando anche loro furono attori, e anche di riflessione nei giorni in cui, al rumore degli scaravei, si attendeva il suono festoso delle campane, annuncio della Resurrezione di Cristo» (5).

Adriano Gillone, diacono permanente presso la parrocchia di San Martino in Alice Superiore e memoria storica del paese, spiega come funziona questo rito e come venga ancora accolto con entusiasmo dalla popolazione alicese al giorno d’oggi:

«Le origini di questa tradizione sono abbastanza antiche. Fin da piccolo ricordo che i giorni di Venerdì e Sabato Santo erano scanditi dal suono di questi strumenti in quanto le campane non suonavano più dalla celebrazione del giovedì sera fino al Gloria della veglia pasquale del Sabato Santo. L’unica eccezione era il battito delle ore. Si utilizzavano raganelle e tenebre, suonate al posto delle campane al venerdì sera alle 19.30, al sabato mattina alle 8, a mezzogiorno e alle 19.30. Nel corso degli anni questa usanza non è stata modificata anzi, in questi due giorni particolari si è deciso di affidare in eredità l’arduo compito di segnalare alla comunità l’inizio, la metà e la fine del giorno ai ragazzini del paese, alle nuove generazioni in modo che poi passino il testimone a coloro che verranno negli anni venturi. Sono circa una ventina. L’itinerario è ormai immutato: si parte dalla piazza principale del paese e si percorrono tutte le vie della parte bassa e della parte alta per poi far ritorno al punto di partenza» (6).

Per quanto riguarda l’uso dei bronzi nel comune di Alice il triplice suono dell’angelus è affidato alla seconda campana del campanile della parrocchiale di San Martino mentre i segni per le messe festive alle due campane manuali della chiesa dei Santi Fabiano e Rocco (cappella di Mattareglio) suonate singolarmente a distesa mezz’ora prima dell’inizio della celebrazione. Anche la campana  della frazione Gauna torna in attività ogni volta in cui viene celebrata la messa nella cappella sottostante.

Degne di nota sono le suonate funebri proposte dal campanile della parrocchiale: in caso di defunto di sesso maschile si usa suonare le tre campane minori a distesa, in caso di defunto di sesso femminile invece si usa suonare la seconda e la terza campana a distesa senza la piccola. Quest’ultima è utilizzata solo in caso di morte di un bambino o di una bambina. Solo in caso del decesso del sindaco o del parroco del paese si utilizza il plenum con tutte le campane a distesa.

Marco Di Gennaro, nato nel 1985, insegna Lettere e Religione presso l’Istituto Internazionale Edoardo Agnelli di Torino. Dopo la maturità classica ha intrapreso il percorso universitario laureandosi in Letteratura e Filologia presso l’Università del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro di Vercelli discutendo una tesi in Etnologia intitolata “Il suono della campana tra tradizione e postmodernità: il caso della Valchiusella”. Contemporaneamente ha conseguito la laurea in Scienze Religiose presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, sez. parallela di Torino. Da sempre appassionato di musica organistica e campanaria, da alcuni anni si dedica alla ricerca, allo studio e al recupero delle tradizioni musicali del torinese.

(1) R. MINOZZO, Campane e campanari del Biellese, Leone e Griffa, Biella 1994, p. 84.

(2) Cfr. C. MARCEL-DUBOIS, M. PICHONNET-ANDRAL (a cura di), L’instrumente de musique populaire: usages et symboles, catalogo di mostra (Paris, Musèe National des arts et traditions populaires, 28 novembre 1980-19 avril 1981), Paris, Edition de la Reunion des museès nationaux, 1980, pp. 41 – 47.

(3) L. GIBELLI, Prima che scenda il buio, Edi-Valle-A, Aosta 1981, p. 255.

(4)  Ibidem.

(5) Bollettino dell’Unità Pastorale Valchiusella n. 2-98, p. 11.

(6) Intervista registrata ad Alice Superiore (TO), in data 7 agosto 2014.

Tratto dal libro: I suoni del tempo

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