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ALICE SUPERIORE. Caso Zardo, il 21 ottobre la sentenza

Arriverà il 21 ottobre la sentenza nei confronti di Mimmo Zardo, il giovane padre residente ad Alice Superiore, a cui è stato portato via il figlio, trascinato sul banco degli imputati dalla ex moglie con l’accusa di maltrattamenti.

Lui ce la sta mettendo tutta per poter riabbracciare il piccolo Erik: ha denunciato la ex compagna di origine ucraina, Tetyana Gordiyenko, per sottrazione internazionale di minore, si è appellato alla giustizia, dopo estenuanti battaglie ha ottenuto l’affidamento esclusivo ma, di fatto, il piccolo resta lontano migliaia di chilometri, per l’impossibilità di trovare un dialogo con le autorità ucraine. Il Tribunale di Ivrea ha disposto il rimpatrio, ma questo non è avvenuto. La vittoria, quindi, solo sulla carta.

Nel contempo, presso il tribunale di Ivrea, Zardo sta affrontando un processo originato da una denuncia sporta dalla donna nel 2012, quando la loro relazione era ormai agli sgoccioli.

Per ben tre volte il giudice, presidente del tribunale, Carlomaria Garbellotto, ha dovuto rinviare il processo per le “buche” tirate dalla traduttrice, incaricata di raccogliere la testimonianza della Gordyenko, a cui è stata concessa la rogatoria internazionale, e trascriverla in lingua italiana. Quell’atto (sono trenta pagine) è atteso da mesi, dal 24 marzo scorso, quando è stato conferito l’incarico e solo penultima udienza la traduttrice si è finalmente presentata in aula. Ma sono emerse delle difformità raffrontando i tre documenti presenti: la deposizione in lingua originale ucraina, la traduzione in inglese trasmessa dal tribunale ucraino a quello eporediese, e la traduzione in italiano. Tanto che l’avvocato della difesa, Patrizia Trapella, aveva fatto presente l’eventualità di “una trascrizione infedele”.

Due venerdì fa l’ennesima buca: la traduttrice non si è presentata per uno sciopero dei treni. Assurdo, secondo Zardo che non ha esitato, tra l’altro, a ricusare il giudice. S’è alzato dalla sedia, ha contestato la situazione. Il suo legale, davanti a tanto ardore, ha dismesso l’incarico, passato ora, con nomina d’ufficio, all’avvocato Daniela Benedino.

Zardo non ci sta ad essere dipinto come il padre cattivo. Ed è così che lo hanno quasi dipinto alcuni degli ultimi testimoni sentiti, tra cui i due coniugi di Chivasso che avevano ospitato la Gordiyenko, attraverso l’iniziativa dei servizi sociali per tenere distanti moglie e marito il tempo di riuscire a trovare una soluzione. E’ durante quel periodo a Chivasso che la ex compagna era riuscita a scappare, insieme a sua madre e al piccolo, che oggi ha sei anni.

I collocatari hanno sostanzialmente esposto in aula le confidenze ricevute dalla sedicente persona offesa. Hanno riferito che Zardo si presentava sotto casa, che conosceva l’indirizzo anche se doveva restare segreto e che una volta non avrebbe restituito il bambino. “A maggio – hanno aggiunto – le signore ci hanno comunicato che avrebbero passato un weekend con amici di Torino e che avrebbero fatto ritorno quella sera. Poi hanno chiamato dicendo che si era fatto tardi e si sarebbero fermate l’ a dormire. E’ venuto un carabiniere a casa nostra a chiedere della signora. Se n’era andata”.

A chiamare i carabinieri era stato proprio Zardo, preoccupato in quanto, quella sera, era in programma la sua consueta consevrazione telefonica con Erik, e invece il telefono squillava a vuoto. Si era preoccupato, aveva temuto il peggio. E infatti l’indomani aveva appreso l’amara notizia della fuga delle due donne col piccolo.

L’assistente sociale Antonia Meloni del consorzio In.rete, responsabile dell’iniziativa di accoglienza protetta a Chiavasso, ha raccontato che la situazione venne segnalata all’equipe minori dalla stazione carabinieri di Vico.

“Sapevamo che la signora stava per sporgere una denuncia per maltrattamenti – ha riferito la teste -. Lei diceva di essere stata sottoposta a scelte di vita come trasferirsi a Rivarolo da Torino poi ad Alice, di non aver potuto lavorare nonostante due lauree. Doveva fare il dottorato, e vivere ad Alice le aveva impedito di terminare gli studi. “Non è vita per me, non voglio lavorare la terra” diceva. Non aveva la patente e si trovava in un posto soffocante. Andava a fare la spesa a credito. Ci parlò di violenze fisiche occasionale, di qualche schiaffo quando era in gravidanza. Una volta era nel terreno che toglievano le pietre, lei aveva portato dei panini ma non li aveva preparati come il marito le aveva consigliato. Era una tensione più che altro psicologica. 

Zardo fornì la sua versione, non negò la conflittualità legate a suo parere non a divergenze coniugali ma alla presenza invadente della mamma della signora che era ospite da loro da molto tempo”.

Ma perché i servizi sociali non fecero nulla per evitare la fuga? “Perché, intanto – ha risposto la Meloni la signora aveva avviato la separazione,noi dovevamo sistemarla da qualche parte ma non sapevamo a chi questo bambino andasse affidato. Poi ci fu il deferimento da parte di Zardo nei miei confronti e in quelli di un collega per cui rinunciammo al caso e lo passammo ad altri”.

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