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Agitu Idea Gudeta

Agitu lavorava onestamente, pagava le tasse e non rompeva le scatole

“Tieniti stretti i sogni, perché quando i sogni se ne vanno, la vita è un campo arido, gelato dalla neve”. Sono versi di Langston Hughes, un poeta statunitense dei primi del Novecento e, più o meno, credo sia anche quello che potrebbe aver pensato Agitu Gudeta quando, nel 2010, a causa della oppressiva situazione politica, lasciò l’Etiopia, suo paese natale, per tornare in Trentino, dove era già stata a metà degli anni Novanta.

Era tornata in Italia per realizzare un sogno, il sogno a cui tenersi stretta, in una vita che, lei lo aveva visto con i suoi stessi occhi, in certe parti del mondo, è sempre atrocemente arida e feroce, ogni santo giorno in cui ti svegli, anche se noi non abbiamo tempo per curarcene: voleva aprire un’azienda agricola. E, siccome era una donna, ce l’aveva fatta. Sì, perché a sognare siamo capaci tutti, ma poi, per trasformare i sogni in realtà, ci vuole tanta determinazione e, allora, per una donna è senz’altro più facile, perché una donna è determinata di natura, soprattutto una donna etiope di quarantadue anni.

Così Agitu apre un’azienda casearia dove alleva capre, secondo procedure sostenibili, produce formaggio con metodi tradizionali e, in breve, ottiene riconoscimenti di assoluto valore. Il rovescio della medaglia: Agitu è una donna, immigrata, i pregiudizi abbondano e, naturalmente, quello che ti minaccia lo trovi dappertutto, anche nel Trentino, dove si parla tedesco  e, quindi, t’immagini che tutto sia perfetto. Obiettivamente, è una bella storia e Agitu, con la sua azienda, diventa simbolo di integrazione autentica, efficace, alla faccia di chi non ci crede. Piace a tutti. Piace a quelli che: “Gli immigrati devono innanzitutto rispettare le nostre tradizioni”, perché Agitu fa esattamente quello che farebbe un pastore di quelle valli: lavora onestamente, paga le tasse e non rompe le scatole. E piace anche a quegli altri, quelli che: “Le cose di una volta erano più buone” e che sono allergici ai latticini, ma mangiano i formaggi di Agitu anche per fare un dispetto alla grande distribuzione. Poi il finale, che, come diceva una canzone degli anni Settanta, sembra quello di un libro scritto male. Il 29 di dicembre, mentre il mondo dei social si divide tra quelli che declamano bilanci e propositi donchisciotteschi, e quelli che maledicono il governo perché non  possono trovarsi con gli amici a far scoppiare i botti, qualcuno uccide Agitu, con un martello, e siccome è donna, l’assassino trova pure il tempo di violentarla, mentre è agonizzante.

Agghiacciante, roba da vergognarsi non solo di essere uomo, perché solo un maschio può arrivare a tanto, ma pure di essere Uomo, perché nessun animale commetterebbe mai un simile abominio. Sui social, occasione ghiotta per i sofisti da tastiera, i famosi unti da qualche, sconosciuto, Dio, quelli per i quali, prima dell’essere umano, viene la necessità di affermare il loro credo, naturalmente l’unico ad essere corretto e quindi accettabile: un femminicidio a sfondo razzista! Il massimo! Roba da scriverne per settimane! Ma il giorno dopo, la terribile verità: l’assassino è un ragazzo ghanese, un dipendente di Agitu, spinto, pare, da uno stipendio non corrisposto. Ossignur! E adesso? Niente uomo bianco razzista… Un bel problema… meglio tornare a parlare dei botti che spaventano gli animali. Tutti tacciono. Tacciono quelli che: “Gli extracomunitari rubano, violentano e defecano per le strade”. A loro poco importa di Agitu e delle sue capre. Sai quanti pastori muoiono per regolamento di conti?  E tacciono pure quelli che: “Il clima politico alimenta il razzismo di chi vuole distruggere l’integrazione, bla, bla, bla…”.

In fondo anche a loro interessa poco di quella povera ragazza e, soprattutto, sembra interessare poco anche di quella bestia che l’ha uccisa. A noi, invece, Agitu interessa. Ci  interessa non solo per ciò che ha rappresentato, ma, innanzitutto, in quanto essere umano, massacrato e stuprato insieme alla sua voglia di sognare, una voglia di sognare che appartiene anche a noi, che è già nostra, e di cui ora ci sentiamo un po’ privati. Per questo, di Agitu, parleremo sempre. Viceversa, non ci importa nulla se chi l’ha uccisa sia un bianco razzista o un ghanese fuori di testa: per noi è sempre lo stesso mostro che, delle panchine colorate di rosso o delle sedie che, alle pubbliche adunanze,  lasciamo simbolicamente libere per le donne vittime di violenza, se ne fa un baffo; un mostro che sopravvive, nascosto nelle pieghe delle nostre, ipocrite, coscienze umane.

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Blogger: Adriano Pasteris

Adriano Pasteris
Tra le granite e le granate

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