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Acete.

Acete.
Narra Ovidio nelle Metamorfosi che Dionisio, per i romani Bacco, fanciullo viene rapito ebbro dai pirati tirreni che non lo avevano riconosciuto. Il dio chiede di essere condotto all’isola di Nasso, sua dimora, ma i pirati lo ingannano navigando nella direzione opposta. Il timoniere Acete, che si affezionò al piccolo ostaggio, al punto che lo difese dalle violenze dei suoi complici cercando di dissuadere i compagni dai loro intento, ma viene deriso. Bacco, compreso l’inganno che gli era stato teso, si manifesta in tutta la sua potenza circondato da fiere facendo nascere dei rami d’edera tra i remi e un tralcio di vite dall’albero maestro, e che suscitò un tale panico nei suoi compagni da farli saltare in mare. Acete pregò Dioniso di salvare loro la vita ed il dio li trasformò in delfini. Dopo aver subìto questa metamorfosi essi si pentirono del male arrecato e dedicarono il resto della loro vita a portare in salvo coloro che cadevano in acqua. Le fonti ci hanno tramandato i nomi di alcuni compagni di Acete e quelli più ricorrenti sono Simone, Mela, Licabante, Libide ed Etalide. L’unico a salvarsi è Acete che diventerà un seguace del dio, verrà imprigionato da Penteo figlio di Agave e di Echione, che era uno degli Sparti nati dai denti del drago ucciso da Cadmo: divenne re di Tebe. Poiché la madre era sorella di Semele., Penteo era cugino di Dionisio, del quale però disprezzava il culto. Proprio questo determinò la sua fine, malgrado i cauti consigli del nonno Cadmo e gli ammonimenti dell’indovino Tiresia, Penteo volle opporsi ai riti orgiastici che giudicava sconvenienti, trattando Dionisio alla stregua di un impostore e di un ciarlatano. Avendo fatto prigioniero il giovane Acete, l’antico pirata della Meonia divenuto sacerdote di Dionisio, ne ordinò la condanna a morte ma intervenne il dio che liberò il suo seguace. Tentò allora di fare incatenare lo stesso Dioniso ma questi si liberò dai lacci e provocò l’incendio del palazzo reale. Per porre fine alla situazione, Penteo si recò di persona sul monte Citerione con lo scopo di sorprendere le donne di Tebe che partecipavano ai riti, ma esse lo scorsero nascosto tra le fronde di un pino e, in preda alla furia dell’estasi bacchica, si avventarono su di lui dilaniandolo a mani nude. La prima a infierire fu la madre Agave che, scambiandolo per un leone di montagna, gli staccò la testa che poi portò fieramente a Tebe conficcata in cima a un tirso. Secondo un’altra versione a Penteo furono prima mozzate le braccia e poi la testa. Talora Penteo è detto padre di Oclaso.
Favria, 18.10.2020 Giorgio Cortese

Ricordiamoci sempre che la nostra età non è solo quella anagrafica ma come noi la viviamo.

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