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60 anni fa a Genova, come poi ad Ivrea e sempre…

Nel 1994, ad Ivrea, un partito politico che si ispirava al fascismo ebbe la pretesa di tenere un comizio proprio nella piazza dedicata al Martire Piero Ottinetti. Fu allora che Simone, rappresentante d’Istituto al Liceo Gramsci, guidò una civile ma ferma protesta, testimoniando come fosse vivo nei giovani “il desiderio di non dimenticare il grande sacrificio di vite umane, e le grandi e piccole gesta della gente comune che, durante la Resistenza, mise a repentaglio la propria vita in nome di un ideale: l’antifascismo”. Si augurava, Simone, che gli studenti potessero essere “fra i reali protagonisti di quel cambiamento che noi tutti sentiamo come un forte bisogno”. E concludeva: “Siamo giovani, non abbiamo esperienza ma abbiamo due grandi fortune: la storia che voi [Partigiani] avete scritto con i vostri sacrifici come esempio e tanta voglia di costruire con onestà”…
Ma questa non è forse l’eredità della Resistenza? Per Simone e per tutti i giovani andiamo avanti…

Il 30 giugno 1960, per protestare contro la convocazione a Genova, città simbolo della Resistenza antifascista, del 6º Congresso del Movimento sociale italiano, la Camera del Lavoro cittadina, appoggiata dall’opposizione di sinistra, proclamò uno sciopero generale dalle 14 alle 20. Vi furono due cortei, il primo svoltosi il 25 giugno, ed il secondo, il 28 giugno, concluso con un comizio di Sandro Pertini (ad ascoltarlo oltre trentamila genovesi), Un lungo corteo si dipanò per le vie cittadine. Risalendo dal porto migliaia e migliaia di cittadini, in massima parte di giovane età (i cosiddetti “ragazzi dalle magliette a strisce”) si riversarono per le strade della città. Alla testa della manifestazione gli operai metalmeccanici e i portuali, i famosi “camalli”. Ad aprire il corteo erano i comandanti partigiani. Davanti al tentativo, da parte della Polizia di sciogliere la manifestazione, esplode la rabbia popolare. A fine giornata, dopo cariche della Polizia e dei Carabinieri, e durissimi scontri, le forze dell’ordine sono costrette a trincerarsi nelle caserme, lasciando la città in mano agli insorti. Giuseppe Lutri, il prefetto di Genova si vede costretto ad annullare il congresso fascista.

 

«Ecco perché i partigiani, i patrioti genovesi, sospinti dalla memoria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a rivendicare i valori della Resistenza, a difendere la Resistenza contro ogni oltraggio, sono scesi perché non vogliono che la loro città, medaglia d’oro della Resistenza, subisca l’oltraggio del neofascismo.
Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza, il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia.»

Dal discorso tenuto da Sandro Pertini a Genova, in Piazza della Vittoria il 28 giugno 1960.

Nel periodo seguente si hanno diversi scontri in varie parti d’Italia, spesso nati da manifestazioni di protesta dei lavoratori o da tentativi di commemorare avvenimenti della lotta antifascista. Al contrario di Genova, in queste occasioni si registrerà un uso frequente delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine, con diversi morti e numerosi feriti tra i manifestanti. Fra le varie e molte città interessate agli scontri, resta particolarmente nella memoria…

Reggio Emilia

Il 7 luglio si muove un corteo di protesta era composto da circa 20.000 manifestanti. Una carica di 350 poliziotti investì la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dai getti d’acqua e dai lacrimogeni, i manifestanti cercarono rifugio nel vicino isolato San Rocco, per poi barricarsi letteralmente dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli dei bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell’ordine impugnarono le armi da fuoco e cominciarono a sparare.

Reggio Emilia

Sul selciato della piazza caddero:

• Lauro Farioli, operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino.
• Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti.
• Marino Serri, pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli.
• Afro Tondelli, operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, quinto di otto fratelli.
• Emilio Reverberi, operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi di cui era stato commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.

Furono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola!

Sedici furono i feriti “ufficiali”, ovvero quelli portati in ospedale perché ritenuti in pericolo di vita, ma molti altri preferirono curarsi “clandestinamente”, allo scopo di non farsi identificare.

I fatti furono narrati in una celebre canzone di Fausto Amodei, dal titolo “Per i morti di Reggio Emilia”, che vi proponiamo col link qui sotto.

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Blogger: Mario Beiletti

Mario Beiletti
Oh bella ciao

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