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Da Fierabras a falabràch!

Da Fierabras a falabràch!
Quando in Piemonte si indica qualcuno e si dice, scuotendo la testa: “Chiel lì a l’è mach an falabràch!”, si intende definire questa persona come ciò che in italiano può dirsi un cialtrone, un parolaio, una persona di paglia, un pagliaccio, un venditore di fumo. Falabràch è la trasposizione piemontese della parola francese Fier-à-bras, dal francese, fier à bras, coraggioso, braccio formidabile. I vocabolari piemontesi dell’Ottocento traducono Falabrac come omaccione, significato rimasto ancora in Canavesano. Ma com’è penetrata questa parola nel lessico piemontese? E’ arrivata nel piemontese attraverso les Chansos de Geste medievali. Fier à Bras, è infatti il protagonista della Chanson de Fier-à-Bras, una delle più popolari canzoni di gesta francesi, la cui composizione cade verso il 1170. Fier-à-Bras è un cavaliere saraceno, un gigante alto 15 piedi, figlio del re moro di Spagna Balan e fratello della bella Floripas. Egli, con l’esercito saraceno, invade Roma e la mette a sacco, impadronendosi di varie reliquie, tra le quali la croce, la corona di spine e il balsamo con il quale era stato unto da Maria Maddalena il corpo di Gesù Cristo, che aveva la proprietà miracolosa di guarire qualsiasi ferita. Dopo aver saccheggiato Roma, l’esercito saraceno ritorna in Spagna, ma viene inseguito da Carlo Magno, che invade la penisola iberica per recuperare le reliquie. Fier-à Bras viene affrontato in duello dal cavaliere Olivier, che lo vince. Durante il duello però Fier-à-Bras viene toccato dalla fede cristiana, e si converte. Decide così di diventare un cavaliere dell’esercito di Carlo Magno. Ma nel frattempo i Saraceni catturano quattro cavalieri cristiani, tra i quali Olivier. La sorella di Fier-à-Bras, Floripas, che si trova nel campo saraceno, però si innamora di uno di loro, Guy de Bourgogne, e li aiuta a fuggire. Dopo una serie di episodi, vi è lo scontro finale tra l’esercito saraceno e quello di Carlo Magno. Il re Balan è ucciso in battaglia, e le reliquie recuperate e inviate alla basilica di Saint-Denis per esservi conservate. Carlo Magno divide il regno di Balan in due, affidandone una metà a Guy de Bourgogne, che nel frattempo ha sposato Floripas, e una metà a Fier-à-Bras. Per la cronaca esistono tre versioni antiche del Fier-à-Bras, in occitano, una in langue d’oil. Successivamente la Chanson de Fier-à-Bras, conobbe nei secoli seguenti adattamenti nelle varie lingue, divenne in inglese Ferumbras, in spagnolo Fierabrás, in italiano Cantare di Fierabraccia ed infine in Germania Fierrabras. Una storia a parte ha il racconto di Balsamo di Ferabras, che, partendo dalla base dell’originario balsamo usato da Maria Maddalena, diventa nelle saghe cavalleresche successive una pozione magica in grado di guarire ogni male. Essendo morbosamente appassionato di letteratura cavalleresca, anche Don Chisciotte lo conosce bene. Cervantes ci racconta l’episodio in cui Chisciotte afferma di conoscerne la ricetta e tenta di prepararlo, bevendone lui e facendone bere a Sancho Panza. Senonchè, mentre l’intruglio produce su di lui vomito, sudorazione e sonno profondo, su Sancho Panza provoca una violentissima crisi di diarrea che lo porta quasi a morire. E Don Chisciotte trova che tutto ciò sia giusto perché, mentre lui è un nobile cavaliere, Sancho non è altro che un rozzo scudiero. La storia di Fier à bras continuò ad essere scritta in varie versioni fino a tutto il XVII secolo giundendo sino in Lombardia, nel milanese, dove si trovava il termine ormai antiquato di “falabrach” come aggettivo, con il significato di fantastico, fantasioso, come si vede la parola falabrach ha ha una lunga storia alle spalle. Curioso è stato il suo uso quando Torino quando venne privata dal ruolo di capitale, che perse di colpo la sua identità senza alcuna sicurezza per il suo futuro. Questa incertezza allontanò imprese e investitori, gettando la città in uno stato di prostrazione economica, la cui manifestazione più appariscente, oltre al calo repentino della popolazione da 220.000 a 193.000 abitanti, fu la chiusura di un grande numero di negozi, botteghe, locali di ristorazione. Alberto Viriglio, scrittore e poeta, giornalista italiano, noto soprattutto per le proprie opere in lingua piemontese, commentando a posteriori questi avvenimenti, ne canzonò la drammaticità scrivendo: “Chi dice che la crisi del 1865 fu un male? E’ vero, Torino ha perso degli abitanti, ma non era quella la vera popolazione della città: abbiamo solo perduto le legioni di stupidi perdigiorno che affollavano i caffè!”. Ossia, con le parole di Viriglio: “Turin a l’a përdù ‘nt ël 1865 ij batàjôn ‘d falabràch che a fôrmavô la vita fitìssia dla Sità e la pôpôlassiôn d’ij café”
Favria, 30.10.2020 Giorgio Cortese

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