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Crivel!

Lunedì è il più piccino si chiama Cucciolo, è tanto carino! Martedì col raffreddore Eolo starnuta a tutte le ore ETCì! ETCì! ETCì! Mercoledì è grassottello si chiama Gongolo è un po’ monello. Giovedì c’è un gran sapiente si chiama Dotto non scorda niente. Venerdì c’è un nano musone si chiama Brontolo il brontolone. Sabato con il suo dolce viso ecco Mammolo ci fa un sorriso. La Domenica… che russare! è proprio Pisolo che va a riposare. Ronf… ronf… ronf… E con questa filastrocca, auguro a tutti un buon inizio di settimana!

Crivel!
Il crivel, nome in piemontese, anche se non vola appollaiato sull’alta quercia sembra immobile quando vola alto nel cielo. Quando vola il suo richiamo è un trillante ripetuto ki, ki, ki addolcito da una doppia nota più musicale ki-li. Per questo suo suono in francese viene chiamato Faucon crécerelle, in spagnolo Cernícalo vulgar, in portoghese Francelho o anche Penereiro vulgar, e in napoletano cristariéllo, in calabrese cestariéllo e in siciliano castarièddu. Tutti questi nomi compreso l’inglese krestel, sono di derivazione franco normanna e risalgono a cresselle, poi crécelle, che indica il vaglio, il telaio con rete metallica che separa materiali incoerenti dalle sementi e che nell’essere agitato produce un monotono e ripetuto suono.. In piemontese viene chiamato crivel che deriva dal latino cribellum in riferimento al movimento prolungato delle ali che ricorda il movimento del crivello. Avete capito di chi parlo? Del gheppio, Falco tinnunculus, appartiene alla famiglia dei Falconidi come indicato dallo stesso nome scientifico che deriva dal latino falcis e che significa della falce, riferendosi alla forma delle sue ali. Il nome della specie tinnunculus, invece, significa piccolo suonatore di campane, e non si riferisce ad una caratteristica fisica come la trasformazione poetica del suo stridulo verso, ma piuttosto sembra riferirsi ad un suo comportamento. Nidifica in una grande varietà di ambienti aperti e semi aperti su alberi e pareti rocciose ma anche nelle città e nelle campagne prediligendo vecchie costruzioni in pietra come ruderi e campanili. Da quest’ultimo luogo di nidificazione sembra essere derivato il suo nome scientifico ma anche il suo nome tedesco Turmfalk che significa per l’appunto falco del campanile. In danese di chiama Taarnfalk, svedese, Tornfalk ed in olandese Torenvalk, ma nessuno di questi è propriamente un campanile ma più precisamente un torrione dove l’uccello si apposta e nidifica. Pare che il gheppio prediliga posarsi in vecchi edifici di pietra, ruderi, torrioni e talvolta anche campanili, ma non si sa se Linneo si riferisse al tintinnio delle campane o allo stazionare su una torre campanaria. Sembra che il termine lo si trovi già nell’antica Roma, Columella, autore latino di agronomia del I secolo d.C., un periodo storico che esclude il riferimento al campanile come costruzione architettonica cristiana. Il greco antico usa un termine che significa, dalla voce roca, fioca, denominazione curiosa che trova un riferimento in latino quando si dice orator tinnulus per indicare un oratore dalla voce stridula, monotona, cantilenante. Come si vede in ogni lingua chiamava a suo modo molto prima della codifica che Linneo operasse una classificazione scientifica abbinandola ad un’altra di tipo più empirico e frutto dell’osservazione sul campo, gli strumenti del poeta o dell’uomo comune rimangono sempre diversi perché attingono il sapere delle esperienze di un popolo, a volte anche con elementi fantasiosi e immaginari. Pensate che in italiano il nome gheppio è ancora più fantasioso perché deriva da una radice di parola del Greco antico per indicare l’avvoltoio che ci porta alla famiglia di grandi rapaci, come il Gipeto, il Grifone, il Capovaccaio e l’Avvoltoio monaco, che in realtà sono di dimensioni molto grandi, non propriamente agili e soprattutto necrofagi, attendono cioè che la preda divenga cadavere, a differenza dei gheppi, rapaci di dimensioni medio piccole, che fanno della caccia, del lancio, della mobilità e agilità la loro caratteristica specifica. Il gheppio è celebrato nella poesia, in The hawk del poeta W.H. Davies, 1871-1940, dove si esalta una caratteristica del volo del gheppio, quella di librarsi in volo, riuscendo a rimanere perfettamente sospeso a mezz’aria sembrando quasi immobile! Questo uccello è un esperto del volo sospeso, e occupa un posto d’onore nelle opere letterarie. Viene citato persino da William Shakespeare nella: La dodicesima notte. Nella storia di Shakespeare, Tobia, eccentrico e turbolento sovvertitore delle buone regole, mette in atto un vero e proprio inganno ai danni del maggiordomo Malvolio, facendogli credere attraverso una lettera falsa che la nipote Viola ne sia innamorata. Malvolio abbocca alla burlesca missiva, un vero piatto di veleno, così come il gheppio si sarebbe avventato sulla sua preda: slancio, veleno e preda formano una concrezione di immagini che risaltano l’essere rapace ma anche la sua tempestività e prontezza. Nel testo di Shakespeare viene chiamato staniel che una forma antica di stannel, da cui anche standgale, standgall, stanchel, stand hawk, stannel hawk, steingale, stonegall, che letteralmente sta per colui che chiama dalle rocce. Nell’inglese moderno tuttavia il temine usato è kestrel. E poi da Eugenio Montale nel componimento: “L’estate”. Il Gheppio a differenza di altri rapaci, sbatte le ali frequentemente, ma la caratteristica piú evidente è il cosiddetto volo detto a spirito santo, durante il quale si mantiene totalmente fermo in aria, con piccoli battiti delle ali e tenendo la coda aperto a ventaglio, sfruttando il vento per mantenersi stabile e osservare il suolo in cerca di prede e con la sua vista riesce a scorgere un insetto da una distanza di 50 metri ed un piccolo topo anche da 300 metri! Inoltre sembra che riesca a percepire persino la luce ultravioletta, un’arma in più nella caccia dei topi campagnoli che rende visibile la loro urina utilizzata per delimitare il territorio, per tracciare il percorso per raggiungere le riserve di cibo e per segnalare la predisposizione all’accoppiamento. Nonostante si nutra di piccole prede e sia un perfetto controllore del numero dei roditori, la maggior parte degli abitanti della campagna hanno da sempre guardato gli uccelli predatori come una minaccia per sè stessi e per i loro animali. Una cattiva e immeritata fama che ancora oggi in alcune zone non riesce ad essere estirpata e che in passato causò l’avvelenamento, la cattura e l’uccisione di migliaia di esemplari.
Favria, 26.10.2020 Giorgio Cortese

L’arte di vincere domani la si impara nella sconfitte avute oggi.

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