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24 maggio 1915: e i giovani di Settimo andarono in guerra

Soldati in trincea
Soldati in trincea

Il 24 maggio di cento anni or sono, dieci mesi dopo l’inizio delle ostilità in Europa, l’Italia precipitava nella Grande guerra. Allora nessuno prevedeva quali sacrifici e sofferenze ne sarebbero derivati.

 

A Settimo Torinese, come altrove, la terribile realtà del conflitto non tardò a manifestarsi in tutta la sua crudezza. L’e­lenco dei morti al fronte cominciò ad allungarsi inesorabilmente. Dopo pochi mesi dall’inizio delle ostilità, si svolse la prima commemo­razione pubblica in onore dei caduti in guerra. Nelle chiese si pregava insistentemente per la salvezza dei soldati e per la pace.

 

In agosto, quale segno di «solidale e fraterno rac­coglimento di volontà e di sacrificio» verso i militari «dalla patria chiamati sul confine per la sua maggiore grandezza», la giunta del sindaco Angelo Chiarle proibì il ballo pubblico e i consueti divertimenti in occasione della festa patronale. L’anno successivo il divieto sarà rinnovato solo parzialmente: la giun­ta riterrà opportuno concedere l’autorizzazione alle giostre meccaniche e alle altalene, ma la tassa di plateatico sarà devoluta al Comitato di assistenza alle famiglie dei richiamati.

 

Il territorio comunale era attraversato dalla «rotta aviatoria» Torino-Pordenone. Settimo, infatti, si trovava lungo la direzione di volo seguita dai velivoli militari che dal capoluogo piemontese – do­ve erano situati gli stabilimenti di produzione – raggiungevano il fronte. Si legge in una carta dell’epoca: «Tale “rotta aviatoria” […] è costituita da una serie di campi di atterramento distanti fra loro quali dieci quali venti chilometri, con dimensioni di metri trecento per cento, e su cui è tracciata una “T” di segnalazione mediante sco­ticamento del terreno e sovrapposizione di ghiaietta, sabbia e calce». Un campetto d’aviazione fu costruito d’urgenza nei terreni della cascina Pellegrina, non lontano dalla strada di Leinì. Una rarissima mappa con la «rotta aviatoria» è visibile sino al prossimo 20 settembre a Rovereto (Trento), nell’ambito della bella mostra «La guerra che verrà non è la prima, 1914-2014».

 

Per l’industria settimese, il conflitto rappresenterà una pesante battuta di arresto. Già nell’agosto 1914, mentre l’economia torinese attraversava una fase di ristagno e le principali aziende riducevano drasticamente l’orario di lavoro, il periodico «Il Grido del Popolo» rilevò che le fabbriche di Settimo erano minacciate dalla crisi. In alcuni stabili­menti, le maestranze avevano ricevuto l’invito «ad aggiustarsi per occuparsi altrove», mentre alle «operaie più giovani» di una tessitura Mina era stato suggerito di «fare le lavandaie». In settembre il prefetto arrivò al punto di sollecitare l’autorità comunale affinché si ponesse mano alla sistemazione del selciato nel centro del paese, al solo scopo di fornire lavoro ai disoccupati.

 

Fra tutte le fabbriche di Settimo, solo la Schiapparelli e la Paramatti avranno modo d’incrementare la produzione. Particolarmente pesante sarà la crisi che investirà il settore tessile, al contrario di quanto accadrà in altre località, ad esempio nel Biellese, dove l’industria laniera riceverà lucrose commesse dall’esercito. Specializ­zate nella sola produzione di tessuti pregiati (velluti, broccati, damaschi, ecc.), le aziende settimesi si trovarono subito in gravi difficoltà. Tale circostanza contribuirà a contenere i sovrapprofitti di guerra degli imprenditori locali. A Settimo, infatti, al di là delle speculazioni politiche e delle voci incontrollate che circolavano al­lora, il fenomeno dei grandi profittatori di guerra – i cosiddetti «pescecani» – sarà limitatissimo per tutta la durata del conflitto.

 

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