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Leonardo in Piemonte

Il Naviglio d'Ivrea a Borgomasino

Nel 2019 ricorreranno i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci. Per la circostanza, in primavera, i Musei reali di Torino allestiranno una bella mostra il cui nucleo sarà costituito da alcuni autografi del grande artista e scienziato toscano. Ma l’anniversario offrirà pure l’occasione per domandarci quale conoscenza delle terre subalpine avesse il «genio di Vinci».

Occorre ammettere che «di quella entità storica ed etnica, politica e ambientale che fu il Piemonte, Leonardo non ebbe percezione alcuna. L’identità stessa del paese “al piede dei monti” non dovette apparirgli diversa da quella, a lui ben nota, della Lombardia settentrionale, con le “montagne sterili e altissime”, i “grandi scogli”, le foreste di conifere, i daini, gli stambecchi, i camosci e i “terribili orsi” della valle di Chiavenna, le “gran ruine e cadute d’acqua” della Valsassina, […] la Valtellina «circondata da alti e terribili monti», le pendici sulle quali “d’ogni tempo è diaccio e vento”, tra cascate fragorose di gelide acque».

A sostenere questa tesi è Luigi Firpo, docente di storia delle dottrine politiche presso l’Università di Torino, notissimo polemista, appassionato e divertito studioso di Leonardo da Vinci, scomparso nel 1989. «Al Piemonte vero e proprio – scrive Firpo – Leonardo volge la mente solo per rievocare l’immagine maestosa dei massicci alpini, una mole indistinta, superba, che segna il confine d’Italia verso l’occidente e il settentrione e dalla quale nascono i grandi fiumi che irrigano l’Europa, tutta segnandola con le loro erosioni profonde.

All’epoca il Piemonte ancora non esisteva come entità politica e neppure geografica. Una parte era francese, una parte era dominio dei marchesi del Monferrato, un’altra dei marchesi di Saluzzo, mentre le regioni più orientali, a est del Sesia, si trovavano inglobate nel Milanese visconteo e sforzesco. I territori dei Savoia si estendevano da Susa e Pinerolo, sino a Settimo Torinese, Chivasso e Vercelli.

È comunque certo che Leonardo ebbe modo di entrare in contatto con la realtà piemontese. Un suo disegno mostra la chiusa d’imbocco di un canale; il corso d’acqua scavalca un fiume sopra un robusto ponte a tre arcate con piloni frangiflutti. La didascalia informa: «Navilio d’Invrea fatto dal fiume della Doira». Si tratta dell’opera di canalizzazione promossa nel 1468 dalla reggente Jolanda di Savoia per condurre le acque della Dora Baltea attraverso la pianura vercellese, sino al Sesia. In un appunto di mano leonardesca si legge: «Montagni d’Invrea, nella sua parte silvagia produce di verso tramontana». Più che alla modesta dorsale della Serra, è assai probabile che Leonardo intendesse riferirsi ai monti della valle d’Aosta, caratterizzati da estesi pascoli e da boschi impenetrabili di conifere.

Leonardo conobbe pure il Novarese che all’epoca si trovava conglobato nello Stato di Milano. Inoltre attraversò il Piemonte settentrionale, in una circostanza sicuramente, forse addirittura tre volte. Diretto a Blois, non è improbabile che Leonardo abbia valicato le Alpi occidentali nell’inverno 1508-9. Sicuramente fu in Piemonte tra il 1516 e il 1517 in occasione del suo viaggio verso la valle della Loira, alla corte del re Francesco I: fu un viaggio senza ritorno poiché Leonardo mori nel castello di Cloux presso Amboise, il 2 maggio 1519.

È tutt’altro che impossibile, infine, che Leonardo abbia fatto sosta, almeno una volta, nella piccola Torino, non ancora capitale degli Stati sabaudi (lo sarà nella seconda metà del Cinquecento, grazie a Emanuele Filiberto), ma modesta cittadina di provincia, chiusa nella cinta murata di epoca romana. Il nome di Torino, comunque, non compare mai nei quasi cinquemila fogli superstiti di Leonardo.

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