Vitaliano Alessio Stefanoni

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LANZO – Ripartire dalla storia per salvare dal degrado l’Eremo di Lanzo

Il volume accanto al gagliardetto della Società Storica delle Valli di Lanzo

Un libro dedicato alla storia dell’Ordine dei monaci Camaldolesi di Piemonte riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il grave stato di degrado in cui versa l’Eremo di Lanzo, un vero e proprio gioiello dell’architettura barocca, oggi di proprietà dell’Azienda sanitaria locale To4 di Ciriè, Chivasso e Ivrea. Il libro si intitola “Gli eremiti camaldolesi di Piemonte – 1601-1801” ed è stato recentemente editato dall’Associazione Cherasco Cultura a cura di Gianfranco Armando, Laura Facchin e Diego Lanzardo e presentato a Lanzo Torinese lo scorso 20 ottobre su iniziativa della Società Storica delle Valli di Lanzo in presenza tra gli altri del vice Sindaco Fabrizio Casassa. Nel volume, dedicato alla storia bicentenaria della congregazione dei Camaldolesi di Piemonte, autonomi dalla Casa madre di Arezzo si ritrovano molte tracce della storia lanzese, a partire dall’Eremo e dalla ricchissima famiglia Graneri che ne finanziò la costruzione. Gli autori narrano infatti le vicende della congregazione camaldolese di Piemonte, sorta agli inizi del XVII secolo per opera di Alessandro Ceva, monaco d’origine piemontese e confessore del duca di Savoia Carlo Emanuele I, che, in ringraziamento per la cessazione della peste del 1599, volle edificare nel 1602 l’eremo dedicato al Salvatore a Pecetto, in una splendida posizione sulle colline di Torino. A questa che sarebbe divenuta la Casa madre dei Camaldolesi di Piemonte, nel corso del Seicento nei territori ducali al di qua delle Alpi si sarebbero affiancati i monasteri di Belmonte presso Busca nel 1614, di Santa Maria in Selvamaggiore a Cherasco nel 1618 (rifondato nel 1675) e di Lanzo Torinese nel 1661. Attivi fino alla Rivoluzione francese, furono soppressi nel 1801, tranne quello di Lanzo, dove furono gli stessi monaci ad assicurare pur tra mille difficoltà finanziarie la sopravvivenza dell’istituzione, proseguendo a proprie spese l’esperienza cenobitica e monastica e vivendo anche di elemosina. Di fatto, i Camaldolesi di Piemonte nascono a seguito della rottura di Alessandro Ceva con la Casa madre di Arezzo, diramazione riformata dell’Ordine Benedettino, ma in assoluta continuità con la regola dettata dal suo fondatore San Romualdo all’inizio dell’anno Mille (1012). Ceva fu abile, in tal senso, ad incontrare la disponibilità e l’interesse di Casa Savoia nel favorire la nascita di un ordine religioso di propria fiducia e quindi parzialmente autonomo da Roma, tanto che la storia dei Camaldolesi di Piemonte si legherà fortemente con quella del massimo Ordine cavalleresco di Casa Savoia, l’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, facendone la fortuna per due secoli. La ricchezza degli arredi sacri dei monasteri camaldolesi di Piemonte non ha infatti eguali. Tornando a Lanzo, fu la ricchissima famiglia borghese dei Graneri e nello specifico quello che è considerato il suo capostipite Gaspare Graneri che nel 1661 finanziò la costruzione dell’Eremo che oggi versa in condizioni di degrado vergognose. Arricchitisi con le miniere di ferro e la lavorazione del ferro, i Graneri si nobiliteranno con l’acquisizione prima del feudo di Mercenasco e poi con quello de La Roche in Francia divenendo Graneri della Roccia con il titolo di marchesi e costruttori tra l’altro del celebre Palazzo Graneri di via Bogino a Torino, un tempo sede del Circolo degli Artisti e oggi del Circolo dei lettori (fu il figlio di Gaspare, Marco Antonio, a volerne l’edificazione). Ad ogni modo, alla provocatoria domanda posta dalla Società storica nell’invito alla presentazione del volume, ovvero se l’Eremo di Lanzo debba oggi essere considerato “una risorsa o un problema” mi sento di rispondere citando l’articolo 9 della nostra Costituzione che recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. L’Eremo di Lanzo non può, dunque, di certo essere considerato come un problema, se non nella misura in cui esige una soluzione. E qui l’impegno deve essere massimo – come la Costituzione italiana impone – da parte dello Stato e delle sue articolazioni.

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