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La storia del cappello alpino… la penna e la nappina

Il cappello alpino, con la sua cupola rotonda ornata dalla celebre penna, nacque il 20 maggio 1910, Il cappello alpino non è un mero oggetto avente una semplice funzione d’abbigliamento o corredo, per un alpino il suo cappello è tutto!. Nel Cappello Alpino c’è anche un po’ del loro, se è vero che la Bombetta degli Alpini del 1873 è chiamata pure Cappello alla Calabrese o alla “Ernani” in onore dell’opera celebrata da Verdi fin dal 1844. Questi cappelli sopra nominati avevano creato una moda “sovversiva” che venne bandita addirittura da un decreto del 15 febbraio 1848 a firma del barone Torresani Lanzenfeld, allora direttore generale della Polizia di Milano dell’Impero Asburgico. Nonostante ciò, i cittadini milanesi si beffeggiarono del decreto e modificarono i cappelli “patriottici”; così, giusto per imitare la penna, simbolo di libertà e rimasta sul cappello alpino, sollevarono lateralmente la tesa del proprio copricapo. Allo scoppio delle Cinque Giornate di Milano, i cappelli sanzionati dalla polizia Asburgico ricomparvero numerosissimi sulla testa di tutti, uomini e donne, abbelliti da vistose coccarde tricolori ed ampi piumaggi, diventando popolarissimi. Il cotpo degli Alpini venne fondato nel 1872, e l’allora Ministro Magnani Ricotti diede impulso a nuove riforme per l’Esercito, interessandosi particolarmente alla nuova uniforme. pertanto, secondo i principi della riforma Ricotti, le vecchie uniformi dal taglio francese si dovevano sopprimere e le nuove divise dovevano essere comode ed eleganti, avvicinandosi per quanto possibile a quella del borghese cittadino. Per quanto riguarda i berretti della fanteria, famoso divenne il chepì a due visiere sul tipo di quello dei Cacciatori Sassoni, scherzosamente ricordato come Pentoglio Ricotti. I criteri uniformologici del Ricotti diedero terreno fertile per la formulazione dell’atto n. 69 del 24 marzo 1873 che stabilisce le caratteristiche del cappello alpino rigido incatramato noto a tutti noi come “Bombetta” o alla “calabrese”, che però non corrisposero alle aspettative del fondatore Perrucchetti che avrebbe voluto per gli alpini l’uniforme simile a quella dei Cacciatori Tirolesi, ritenuta la più adatta alla bisogna. La bombetta non subì nemmeno l’influenza di altre due riforme uniformologiche dovute al Ministro Luigi Mezzacapo nel 1876 e del Ministro Mazè de la Roche nel 1879. Anzi, la Bombetta fu adottata, anche dal Tiro a Segno Nazionale, fondato nel 1878, dalla Guardia di Finanza operante in montagna e da alcune Guide Alpine, segno che divenne veramente molto popolare, nonostante la poca praticità. Per vedere un significativo cambiamento del copricapo alpino si deve, dunque, aspettare l’esperimento iniziato nel 1906 per la divisa del Plotone Grigio ad iniziativa privata del sig. Brioschi. Tuttavia si deve precisare che al preparazione dell’esperimento fu eseguito da un team di personalità. Fra queste preme evidenziare il Tenente Alberto Bianchi, dottore in chimica che creò il giusto melange del panno e colorò le pelli; il Cav Rosati, sarto, che diede il taglio pratico ed estetico alla divisa. Il Brioschi portò dagli USA il poncho e il cappello molle, che però ridusse un po’ nella tesa. L’uniforme del plotone Grigio, tuttavia, non fu di un solo modello: infatti dal 1906 al 1907 ben tre Compagnie di alpini del Battaglione Morbegno vennero sottoposte ad esperimento, con copricapo, zaini e buffetterie una diversa dalle altre. Vi furono numerose opinioni di militari, anche famosi, a riguardo del copricapo; alla fine si crearono “due partiti contrapposti”: uno pro cappello floscio l’altro pro berretto. L’unico giudizio comune erano poco gradite le penne, i fregi, le nappine e tutto ciò che non era mimetico e poco pratico. Così nuovamente il Tenente Generale Giuseppe Perrucchetti, da Torino sentenziò il 23.06.1907 sul Cappello: “ … Sarei solo in dubbio per dare le preferenza al cappello piuttosto che ad un berretto munito di alette da applicarsi a guisa di soggolo. Fra la tormenta, le bufere, il nevischio, io ho trovato un gran beneficio, soprattutto nella cattiva stagione a far uso di tale berretto, mentre è facile con una copertina di tela, foggiata a copri nuca, di ripararsi anche dal sole senza aver bisogno di due oggetti, capello e berretto per copricapo …” Facendoci capire che per praticità sarebbe stato meglio utilizzare solo un berretto floscio senza orpelli vari. Certo che tali osservazioni dette proprio dal fondatore delle truppe alpine sono, per noi oggi, affermazioni traumatiche. Più sentimentale, ma che vide giusto, fu il Capitano Vincenzo Conforti, V° Alpini, Morbegno che affermò il 13.06.1907: “Che il cappello sia molle non solo, ma provvisto di larghe falde le quali permettono di riparare la testa dal sole e dalla pioggia. Che il cappello stesso sia provvisto di penna. La penna rende il cappello poeticamente più bello e soprattutto essa è desiderata dai nostri montanari, come lo prova il fatto che tutti indistintamente i nostri Alpini, appena possono, si provvedano a loro spese di enormi penne, sia per andare a passeggio che per recarsi al proprio paese in permesso.” Finiti gli esperimenti sulla divisa grigia e approvato il colore grigio verde, colore che più si adattava al colore del “terreno” italiano dalla Sicilia alle Alpi, il 20 maggio 1910, come riportato all’inizio di questo scritto, “nasce” il cappello alpino in feltro grigio verde. Il modello della truppa e dei sottufficiali era di feltro di pelo di coniglio, grigioverde, con la calotta ornata da una fascia di cuoio intorno alla base, e aveva la tesa anteriore abbassata e quella posteriore rialzata. Sul lato sinistro la penna era inserita in una nappina di lana con il colore del battaglione, dove il modello degli ufficiali era di feltro di pelo di coniglio, grigioverde, con la calotta ornata da una fascia di seta e da un cordoncino di lana attorno alla base, sempre con la tesa anteriore abbassata e quella posteriore rialzata, la penna era inserita in una nappina di metallo argentato e sullo stesso lato c’ erano i gradi a V rovesciata d’ argento. Nel 1912 fu adottato il fregio rimasto in uso sino ad oggi: un’ aquila con le ali aperte al di sopra di una cornetta, con il numero del reggimento nel tondino centrale, posta davanti a due fucili incrociati, due cannoni incrociati per gli artiglieri da montagna. Dalla prima guerra mondiale in poi ci furono solo cambiamenti poco rilevanti, relativi soprattutto al fregio, alla nappina e ai materiali di cui erano costituiti. La forma del cappello resta invariata e caratteristica, tale da diventare un simbolo di appartenenza e un motivo di orgoglio per tutti gli alpini.
La Penna
Lunga circa 25–30 cm, è portata sul lato sinistro del cappello, leggermente inclinata all’indietro, di corvo, nera, per la truppa, di aquila, marrone, per i sottufficiali e gli ufficiali inferiori e di oca bianca per gli ufficiali superiori e generali.
La Nappina
La nappina, presente sulla sinistra del cappello, è il dischetto, a forma semi-ovoidale, nel quale viene infilata la penna. Per i gradi di sergente maggiore, sergente, graduato e militare di truppa, tale dischetto è formato di lana colorata su un’anima in legno. Per gli ufficiali inferiori e superiori, la nappina è in metallo dorato e, nei reparti del Piemonte e della Valle d’Aosta, porta al centro la croce sabauda. Dal grado di in poi, il materiale utilizzato è invece il metallo argentato. In origine il colore della nappina distingueva i battaglioni all’interno dei vari reggimenti, per cui il 1º battaglione di ciascun reggimento aveva nappina bianca, il 2° rossa, il 3° verde e, qualora vi fosse un 4º battaglione, azzurra. I colori erano quelli della bandiera italiana, più l’azzurro di casa Savoia. In seguito si aggiunsero altre nappine con colori, numeri e sigle specifiche per le diverse specialità e i vari reparti.
Favria 2.05.2014 Giorgio Cortese

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