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IVREA. Mestieri di una volta Baco e bigattiere, bigat e bigaté

Ogni famiglia di agricoltori cercava di incrementare le proprie entrate introducendo l’allevamento dei filugelli, cioè i bachi da seta, molto richiesti dagli stabilimenti setiferi. La seta era ricercata per confezionare tessuti, indumenti intimi, calze, fazzoletti da collo, abiti signorili ed anche per fare broccati intercalati con filo d’oro per paramenti sacri, abiti per prelati o per rappresentazioni teatrali. Ogni nucleo famigliare oltre ad aver aumentato le piantagioni dei gelsi le cui foglie erano l’unico cibo dei bachi, avevano approntato stanzoni arieggiati, non troppo luminosi e costruito delle stagere sulle quali venivano posate stuoie a graticcio per mettere a dimora i bachi fio all’imboschimento per la trasformazione in bozzoli.

Quanto questi erano maturi si avvisavano le filande e gli incaricati delle medesime passavano di casa in casa con una bilancia a due piatti per la pesa dei bozzoli ed il relativo pagamento.

Qualcuno prima della consegna con un raspetto apposito toglieva il filaticcio ai bozzoli poichè puliti erano più pagati.

Il filaticcio veniva filato dalle massaie che ricavavano una seta  corta e fragile utile per fare pizzettini da guarnire i camicini dei bambini.

Già alla fine dell’ottocento ad Ivrea, in piazza del Castello, vi era uno stabilimento bacologico. Provvedeva alla produzione di seta con bozzoli selezionati che acquistava da piccoli allevatori del Canavese.

A Torre Balfredo vi era una filanda molto rinomata di Ceriana Vincenzo.

A Chivasso era fiorente il mercato “dle galètte” (bozzoli) pur non essendoci filande. A Strambino vi era una gran quantità di allevatori di bachi che accedevano ai tre filatoi che dovettere chiudere per la morìa che colpì i filugelli.

A Perosa Canavese in tutte le case si allevavano i filugelli che era ricchezza per le famiglie, per cui vi era una cura particolare nel procurare pastura sempre fresca e tenera da assicurare una sana crescita del baco e di conseguenza del bozzello ed una seta perfetta. Anche il conte Perrone di San Martino, coadiuvato da molti lavoranti, in uno stabile poco discosto dal suo palazzo aveva impiantato un allevamento razionale di filugelli approntando innumerevoli cavalletti e stagere con stuoie per stanziarli fino alla “salita al bosco” portando cioè frascame per permettere ai bachi di rinchiudersi nel bozzolo.

Nello stabile era stato pure costruito un forno apposito ove immettere i bozzoli per far morire la larva e non renderli inutilizzabili se fosse avvenuta la fuoriuscita  della farfalla che avrebbe impedito la filatura.

Con procedimenti idonei venivano essi a bagna in acqua bollente i bozzoli stessi per poterli dipanare e permetterne la filatura che avveniva in un’altra parte dello stabile ad opera di filandaie che, usando semplici attrezzi, riuscivano ad ottenere matasse di seta forte e lucida.

Questo avveniva nella seconda metà dell’ottocento. Il caseggiato all’esterno è quasi integro, nell’interno vi rimane ancora qualche attrezzatura e sul portone, un poco stinta, si legge ancora la scritta “Manifactura de soie”. Interpellati anzianissimi  perosiesi, mi dicono che pure sugli attrezzi le scritte erano in francese, ma non sanno spiegarsi il perchè: un piccolo segreto che non sapremo mai svelare.

Sul palazzo del conte Perrone di San Martino svetta ancora una torretta dalla quale si vigilava sulla conduzione dei lavoratori…

Dal libro “Echi del Passato” di Angela Valle

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